SU DI LORO RONZA UN DRONE

Fior d’antenne per SKA

È made in Italy uno dei due prototipi per i futuri sensori a bassa frequenza dello Square Kilometer Array. Lo stanno mettendo a punto accanto al Radiotelescopio di Medicina dell’INAF, nei pressi di Bologna. Jader Monari: «Se la spunterà sul rivale inglese, verrà replicato in milioni d'esemplari nel deserto australiano».

L'array di antenne VIVALDI in fase di test nei pressi del Radiotelescopio di Medicina

I più maligni lo scambiano per un cimitero. In effetti, a guardarlo da lontano, può sembrare una distesa di lapidi. Oppure, un vivaio d’enormi fiori dai petali metallici che riflettono la luce del sole sotto la canicola estiva. In realtà, quel che sta crescendo nell’appezzamento di terreno approntato a pochi passi dalla parabola da 32 metri del Radiotelescopio di Medicina (BO) è un array di 16 antenne per la radioastronomia. Realizzate in alluminio con tecnica honeycomb, sono leggerissime e molto robuste. Il design è tutto italiano: nasce infatti da una collaborazione fra i ricercatori e i tecnologi dell’INAF-Istituto di Radioastronomia di Bologna e quelli dell’IEIIT del CNR di Torino. Ed è uno dei due rimasti in gara nella selezione internazionale per i futuri sensori a bassa frequenza di SKA, lo Square Kilometer Array.

«Dovendo coprire una banda di frequenze che va dai 50-70 MHz ai 10-22 GHz, SKA sarà costituito da una moltitudine di sensori», spiega Jader Monari dell’INAF-Istituto di Radioastronomia di Bologna. «Nell’ambito del programma Aperture Array sono dunque stati sviluppati diversi tipi di prototipi in tutto il mondo. Ora si è arrivati, per quelli a bassa frequenza di SKA, a selezionarne due soltanto: quello che stanno realizzando a Cambridge, nel Regno Unito, e il nostro».

Jader Monari fra i "petali" d'antenne

La differenza fra i due prototipi balza subito agli occhi: se le antenne VIVALDI (questo il nome del progetto italiano) ricordano fiori giganteschi, quelle inglesi di SKALA sembrano piccoli alberi di Natale. Ma è sulle prestazioni che si giocherà la sfida finale. «È una competizione serrata. Entrambi i prototipi funzionano egregiamente. Certo, se alla fine la scelta cadrà sul nostro design, per l’Italia sarebbe un gran risultato. E non soltanto a livello scientifico e tecnologico, ma anche dal punto di vista commerciale, del business», osserva Monari. «Basti pensare che per la sola Fase Uno di SKA – che riguarda la copertura di appena il 10% dell’area totale – si prevede che di antenne, nel deserto australiano, ne potrebbero venire installate fra le 500mila e il milione».

Altissima tecnologia ed economia di scala insieme, dunque: un binomio che, è comprensibile, fa gola a molti. Come riuscire a spuntarla? «Noi ce la stiamo mettendo tutta. Abbiamo persino messo a punto, primi al mondo, un apparato di test basato su un drone elettronico, completamente automatico, che vola al di sopra dell’array trasmettendo un segnale noto. Questo ci permette di ricostruire i cosiddetti “pattern d’antenna”, che descrivono il modo in cui l’antenna riceve il segnale a seconda dell’angolo di provenienza. E il sistema è talmente piaciuto che ora verrà adottato anche per testare i prototipi concorrenti».

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