VENTI MINUTI DI OSSERVAZIONE

Tuffo solare della cometa

Era stata scoperta il 4 di luglio scorso dalla sonda SoHO e il 6 si è tuffata nel Sole, disintegrandosi e evaporando. Per venti minuti è stata sotto l'occhio dei ricercatori, un ultimo regalo prima della fine. ll commento di Francesca Esposito dell'INAF- Osservatorio Astronomico di Capodimonte

Un lungo, inesorabile avvicinamento verso il Sole, fino al suo ‘tuffo’ finale negli strati più bassi della corona, la zona più esterna dell’atmosfera della nostra stella. Gli ultimi istanti del viaggio senza ritorno della cometa C/2011 N3, scoperta il quattro luglio scorso dal coronografo LASCO a bordo della sonda SoHO dedicata allo studio del Sole sono stati seguiti dallo strumento AIA (Atmospheric Imaging Assembly) a bordo del Solar Dynamics Observatory. La cometa, che viaggiava alla velocità di oltre 2 milioni di chilometri orari, è entrata nel campo visivo dello strumento il 6 luglio, quando si trovava alla distanza di 140.000 km dal bordo del Sole, ed è stata osservata per venti minuti, prima di disintegrarsi ed evaporare. Queste eccezionali riprese sono state utilizzate dal team di scienziati guidato dai ricercatori  del Lockheed Martin Solar and Astrophysics Laboratory (LMSAL) di Palo Alto per ottenere informazioni sulla struttura e la composizione della cometa.

“Questo passaggio senza precedenti di una cometa attraverso l’atmosfera del Sole ripreso dal nostro strumento è stata per noi una grande opportunità” dice Karel Schrijver, principal investigator di AIA e primo autore dell’articolo sull’osservazione che viene pubblicato oggi sulla rivista Science. “Essere riusciti a seguire il processo di evaporazione della cometa avvenuto in un lasso di tempo ben definito ci ha permesso di stimare, procedendo a ritroso, la sua massa prima che raggiungesse le vicinanze del Sole, che sarebbe stata vicina alle 70.000 tonnellate. Più o meno quanto una nave portaerei. Siamo inoltre riusciti a individuare le sue dimensioni approssimative, che dovevano essere comprese tra 45 e 90 metri”.

La cometa si era già disintegrata in grandi pezzi, che raggiungevano anche dimensioni di qualche decina di metri, circondati da una chioma di gas, polveri e particelle di ghiaccio di oltre mille chilometri di diametro e seguita da una lunga e brillante coda, che si estendeva nello spazio per oltre 15.000 chilometri. Gli scienziati hanno notato una serie di aumenti e diminuzioni della sua luminosità, che si pensa siano stati causati da ulteriori sbriciolamenti dei pezzi di cometa nel loro impatto con l’atmosfera del Sole.

“Penso che gli impulsi luminosi nella coda di sono stati una delle caratteristiche più interessanti Che abbiamo monitorato” prosegue Schrijver. “La coda della cometa mostrava incrementi di brillantezza fino a quattro volte ogni minuto o due. Sembrava che la cometa riversasse ora più ora meno materia nella zona della coda e proprio grazie a questo fenomeno siamo stati in grado di misurare la massa della cometa”.

“Osservare la vaporizzazione di una cometa come nel caso della cometa C/2011 N3”, dice Francesca  Esposito dell’INAF- Osservatorio Astronomico di Capodimonte, “permette di studiare la composizione di questo oggetto perché quando questa si avvicina al Sole espelle materiale fino a disgregarsi completamente e i suoi frammenti possono essere analizzati”.

Ciò potrebbe dimostrarsi un viaggio  indietro nel tempo che potraà aiutare gli esperti a comprendere come sono nati i pianeti. Secondo le teorie i pianeti rocciosi della Via Lattea sono nati dall’aggregazione di piccoli grumi di polveri,  che impatto dopo impatto si sono aggregati finora a diventare pianeti “ma il problema – rileva l’esperta – è che quando simuliamo il processo, considerando granelli del diametro compreso fra pochi millimetri fino a pochi centimetri, osserviamo fenomeni distruttivi e non aggregativi”.
Le comete sono formate da particelle aggregate in modo debole, che si disgregano quando interagiscono con la corona solare, e ciò, sottolinea, “permette di osservare gli elementi che le compongono e come potrebbero essere stati i primi grumi di polveri che si sono addensati nel giovanissimo sistema solare”.