AMARCORD DI UN’ECCELLENZA SCIENTIFICA DEL NOSTRO PAESE

Alle radici della radioastronomia italiana

“Perché non costruisci un radiotelescopio?“ è un libro che racconta la nascita della radioastronomia in Italia attraverso quarant’anni di vicende di un piccolo gruppo che dall’Università di Bologna cresce, coinvolge la comunità di ricerca nazionale e si affaccia, grazie anche alle prime osservazioni realizzate con il radiotelescopio di Medicina negli anni Sessanta, sul palcoscenico dell’astrofisica internazionale

     13/01/2022
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“Perché non costruisci un radiotelescopio? Quarant’anni di radioastronomia a Bologna”, di L. Gregorini, L. Ferretti, G. Giovannini, F. Mantovani, P. Parma, G. Vettolani, Bononia University Press, 120 pagine, 20 euro (versione cartacea), versione digitale gratuita

Novanta anni fa, con le osservazioni della Via Lattea realizzate da Karl Jansky, nasceva la radioastronomia, campo di ricerca destinato a crescere e rivoluzionare la nostra comprensione del cosmo nel corso dei decenni a venire. Circa trent’anni più tardi, un gruppo di fisici e astronomi dell’Università di Bologna decide di unirsi all’impresa, costruendo non solo il primo radiotelescopio italiano ma anche un’intera comunità che avrebbe fatto della radioastronomia una delle eccellenze scientifiche del nostro paese.

Sei protagonisti di questa storia – Loretta Gregorini, Luigina Ferretti, Gabriele Giovannini, Franco Mantovani, Paola Parma e Giampaolo Vettolani – ne raccontano i retroscena, dalle origini nei primi anni Sessanta fino agli sviluppi di fine Novecento, nel libro Perché non costruisci un radiotelescopio? Quarant’anni di radioastronomia a Bologna pubblicato lo scorso maggio da Bononia University Press. Un volume ricco di aneddoti, dettagli tecnici e ricordi personali per rivivere quello che Marcello Ceccarelli, tra i fondatori della radioastronomia italiana, descrive come “un lavoro immenso, bellissimo e pieno di disperazione”.

La storia approfondisce le molteplici (dis)avventure che hanno portato alla costruzione del radiotelescopio di Medicina, dalle visite illustri di monsignori e cosmonaute alla manciata di minuti di gloria nella pellicola Deserto rosso di Michelangelo Antonioni, e ancora i sospetti di spionaggio in piena Guerra fredda e la triangolazione con l’ateneo bolognese e l’allora Ministero della pubblica istruzione per il reperimento dei fondi, svelando fra le altre cose come mai lo strumento, denominato Croce del Nord, finì per avere la forma di una ‘T’. Erano gli anni in cui la teoria del Big Bang non era ancora stata dimostrata – la scoperta della radiazione cosmica di fondo risale al 1964 – e la contesa con il modello alternativo, quello dello stato stazionario, era ancora in corso: osservare in banda radio la distribuzione dei quasar, lontanissime sorgenti puntiformi, sarebbe stato di grande aiuto in questo importante dibattito cosmologico.

Lettrici e lettori incontreranno una lunga serie di tesisti e neolaureati, scambi internazionali da Stati Uniti e Paesi Bassi fino a Germania e Unione Sovietica, dati salvati su nastro magnetico, studentesse che imparano a programmare in Fortran, uno strumento per misurare le coordinate astronomiche chiamato Coso (Comparatore di Oggetti Stellari Ottici), le “baracche” sul tetto del Dipartimento di fisica in via Irnerio 46 tra incendi, infiltrazioni e le occupazioni del Sessantotto, e poi le perlustrazioni dei carabinieri e un’epica nevicata in quel di Medicina, il tutto condito dai progressi scientifici e tecnologici che portarono il gruppo guidato da Ceccarelli a superare quella che egli stesso definì “la barriera tra l’essere stimati e l’essere richiesti”. La cronaca si sviluppa tra osservazioni di regioni di formazione stellare e resti di supernova sparsi nella Via Lattea, radiosorgenti extragalattiche e ammassi di galassie, mentre si collabora con un’altra disciplina nascente – l’astronomia a raggi X – e la comunità radioastronomica mondiale inizia a investire sui grandi interferometri. In Italia si pianifica così la costruzione di antenne paraboliche per partecipare alla rete Vlbi (Very Long Baseline Interferometry) come quelle di 32 metri inaugurate negli anni Ottanta a Medicina e a Noto, gettando le basi di quello che, molto più tardi, diventerà un altro gioiello della radioastronomia nazionale: il Sardinia Radio Telescope. Dai tempi delle schede perforate, dei terminali collegati telefonicamente e delle pubblicazioni scientifiche dattiloscritte e inviate per posta, il resoconto si conclude nell’anno 2000, tra modem e Cd-Rom, al principio di un’altra nuova era per l’astronomia italiana, segnata dalla fondazione dell’Istituto nazionale di astrofisica.

Il libro, acquistabile in versione cartacea e disponibile per il download gratuito sia in italiano che in inglese, offre a chi si affaccia oggi sulla radioastronomia una retrospettiva sulle origini di questa disciplina in Italia, e a chi ha vissuto quei giorni un amarcord di quarant’anni spesi bene fra correlatori e trasformate di Fourier. Gli appassionati di scienza contemporanea raccontata con dovizia di dettagli apprezzeranno il diario collettivo di un piccola comunità che, in pochi anni, ha raggiunto le arene più prestigiose della ricerca internazionale. Bonus track per chi, come la sottoscritta, ha studiato fisica o astronomia presso l’Alma Mater per antonomasia (pur non specializzandosi nel dominio delle frequenze radio) negli anni successivi a queste vicende, che potrà riconoscere nomi e luoghi e, forse, tracciare qualche linea in più tra i puntini intravisti negli anni universitari.