STARDUST CATTURA POLVERE INTERSTELLARE

Sette piccoli grani

Sette piccoli grani di polvere cometaria che potrebbero essere stati il frutto dell'esplosione di una supernova avvenuta milioni di anni fa e avrebbero viaggiato per eoni, esposti allo spazio estremo che ne avrebbe modificato i caratteri se non fossero stati catturati dalla sonda Stardust. Il commento di Alessandra Rotondi dell'Università Parthenope e responsabile italiana dell’analisi dei campioni cometari riportati a Terra dalla sonda NASA

La scansione dell'impatto di uno dei grani intestellari, il cratere è di circa 280 nanomillimetri. Il residuo di polvere interstellare è visibile come "terreno" irregolare all'interno del cratere. Crediti: Rhonda Stroud, Naval Research Laboratory

La scansione dell’impatto di uno dei grani intestellari, il cratere è di circa 280 nanomillimetri. Il residuo di polvere interstellare è visibile come “terreno” irregolare all’interno del cratere. Crediti: Rhonda Stroud, Naval Research Laboratory

Sette piccoli granelli. Non è il titolo di un romanzo di Agata Christie ma è di altrettanta suspence. Sono sette piccoli granelli che hanno vagato nel mezzo interstellare e che sono stati catturati con un pannello di aerogel  montato sulla capsula rilasciata dopo il rendezvous con la cometa Wild 2 della sonda della NASA Stardust, per atterrare nel deserto dello Utah nel 2006.

Questi sette piccoli grani di polvere interstellare potrebbero essere stati parte del frutto dell’esplosione di una supernova avvenuta milioni di anni fa e avrebbero viaggiato per eoni, esposti allo spazio estremo che ne avrebbe modificato i caratteri se non fossero stati catturati e portati a Terra dalla sonda Sturdust. Sono la testimonianza del mezzo interstellare solido con un’età che potrebbe essere compresa tra i cinquanta e i cento milioni di anni.

Questo è quanto ipotizzano dai 66 autori dello studio pubblicato su Science di questa settimana e che si aggiunge ad altri 12 lavori sui dati della sonda Stardust, che saranno pubblicati su Meteoritics & Planetary Science e già disponibili on line.

Le particelle, individuate come d’origine extra sistema solare, hanno dimensioni e composizione diverse. Le piccole sono diverse dalle più grandi a testimoniare, forse, differenti storie. Inoltre la maggior parte delle più grandi appaiono soffici, come un fiocco di neve.

«Il fatto che le due particelle più grandi e soffici sono di un materiale cristallino chiamato olivina, può implicare che provengano da dischi circumstellari e che siano state poi modificate nel mezzo interstellare» afferma il primo autore Andrew Westphal, fisico al Berkeley’s Space Sciences Laboratory all’Università della California. «Potrebbero essere il primo assaggio di una sorprendente varietà di particelle provenienti dal mezzo interstellare, impossibile da esplorare con le sole osservazioni astronomiche».

Un ruolo fondamentale in questa scoperta è stato svolto dagli “scienziati volontari” che hanno partecipato alla campagna citizen science della NASA, una delle prime mai lanciate, chiamata Stardust@home. Le tracce di due delle particelle, della dimensione di due micron (millesimi di millimetro) che si ipotizza provengano dal mezzo interstellare sono state trovate grazie a due di questi volontari e per questo coautori della ricerca. I due granelli, trovati “incastonati nel pannello di aerogel, sono stati battezzati dai loro scopritori, Orion e Hylabrok. Altri grani sono stati “trovati” da cittadini scienziati “spiaccicati” nella struttura di alluminio che ha sostenuto i blocchi di aerogel. Quattro in particolare ipotizzati essere di origine extrasolare. Certo, a detta degli stessi autori, dovranno essere fatti ulteriori test per determinare l’abbondanza di isotopi di ossigeno, ulteriore e più forte prova di un’origine extrasolare.

«Supernove, giganti rosse e altre stelle evolute producono polvere interstellare con elementi pesanti come il carbonio, l’azoto e l’ossigeno, necessari alla vita», afferma la nanoastronoma Rhonda Stroud del Naval Research Laboratory.

I frammenti cometari catturati con la sonda Stardust sono stati invati in tutto il mondo per le analisi. In Italia referente è l’Istituto Nazionale di Astrofisica e responsabile italiano è Alessandra Rotundi dell’Università Parthenope e PI dello strumento GIADA a bordo della sonda Rosetta: «E’ stata una grande emozione analizzare in laboratorio per la prima volta campioni di polvere provenienti da una cometa. Immagino cosa debbano provare Andrew e i suoi colleghi ad analizzare materiale proveniente dal mezzo interstellare».