ANTICO VULCANISMO NASCOSTO

Vesta e il suo vestito di magma

Un gruppo guidato da una ricercatrice dell’IAPS-INAF ha trovato conferma di attività vulcanica sull’asteroide Vesta. I risultati, ottenuti grazie ai dati della missione Dawn della NASA, sono stati pubblicati su Geophysical Research Letters

L'asteroide Vesta in un'immagine del 2011. Crediti: Dawn/NASA

L’asteroide Vesta in un’immagine del 2011. Crediti: Dawn/NASA

Una crosta di basalto con un cuore di ferro. È Vesta, luminoso asteroide della fascia principale, la cui composizione ricorda per molti aspetti quella terrestre. Tanto da aver avuto in passato una caratteristica fondamentale in comune con il nostro pianeta: l’attività vulcanica.

La conferma arriva da uno studio appena pubblicato su Geophysical Research Letters, che dimostra la presenza di tracce magmatiche in uno dei crateri principali dell’asteroide, Teia.

Ma facciamo un passo indietro. Le prime ipotesi sul vulcanismo vestano risalgono alla fine degli anni ’90, quando furono analizzate per la prima volta le cosiddette meteoriti HED, strutture asteroidali appartenenti e tre gruppi diversi (howarditi, eucriti e diogeniti, da cui il nome). E provenienti proprio da Vesta: per questo la loro composizione, prevalentemente basaltica, ha fatto pensare che anche l’asteroide principale avesse un’alta percentuale di basalto. Tipica roccia di origine vulcanica: da qui la teoria dell’attività magmatica su Vesta.

Fu così che i ricercatori iniziarono a cercare strutture morfologiche che indicassero residui di colate di lava sui pendii scoscesi dell’asteroide: ma non trovarono nulla di tutto questo.

La missione Dawn della NASA partita nel 2007 è stata la prima sonda a toccare il suolo di Vesta, raggiunto nel luglio 2011. Le sue osservazioni hanno rilevato l’assenza di strutture attribuibili in modo inequivocabile ad attività vulcanica: un dato che ha fatto pensare alla breve durata del vulcanismo vestano, che quindi non ha lasciato tracce.

Il cratere Teia, visibile nella parte sinistra dell'immagine grazie al materiale più luminoso al suo interno. Crediti: Dawn/NASA

Il cratere Teia, visibile nella parte sinistra dell’immagine grazie al materiale più luminoso al suo interno. Crediti: Dawn/NASA

Restava però da trovare una prova che giustificasse il ritrovamento dei residui magmatici nelle meteoriti staccate da Vesta. Prova che è arrivata grazie a uno studio guidato da Maria Cristina De Sanctis dell’Istituto di Astrofisica e Planetologia Spaziali dell’INAF: a partire dagli stessi dati raccolti dalla missione Dawn, i ricercatori hanno trovato la tanto agognata traccia del passaggio di magma nel passato dell’asteroide.

La chiave è stata puntare lo sguardo su Brumalia Tholus, una delle catene montuose in miniatura di Vesta: si tratta di una zona rialzata dalla forma allungata e disseminata di piccoli crateri. Tra questi spicca Teia, nella parte più a nord di Brumalia, al cui interno sono nascoste chiare tracce di antica attività vulcanica.

Il cratere fortunato è profondo 900 metri, decisamente poco rispetto alla media; tuttavia l’ampiezza del suo diametro fa pensare che un tempo arrivasse a una profondità di un paio di chilometri. È qui che giace un deposito di residui magmatici, e in particolare diogenite: guarda caso, uno dei tre gruppi di cui fanno parte le meteorite HED. Ecco quindi la prova che mancava, a svelare definitivamente il vestito magmatico di Vesta.

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