IL VLT OSSERVA UNA GALASSIA DEBOLISSIMA

“Alla cieca” si vede meglio

Sperimentata con successo una nuova tecnica osservativa che sfrutta il Very Large Telescope e AMBER, uno spettrografo capace di combinare i fasci di luce raccolti da tre dei telescopi da 8,2 metri che compongono il VLT. All'ideazione e alla realizzazione di AMBER ha dato un contributo fondamentale l'INAF-Osservatorio Astrofisico di Arcetri.

Frange interferometriche prodotte da un'osservazione del quasar 3C 273 con il VLTI. Le colonne denominate UT1, UT2 e UT4 mostrano i dati provenienti dai singoli telescopi da 8.2 metri del VLT (crediti: ESO/A.Merand).

È una nuova tecnica che permette di studiare oggetti celesti più deboli e distanti ad altissima risoluzione spaziale nel vicino infrarosso, per spingersi là dove anche i telescopi più grandi ed avanzati non riescono ad arrivare. Sviluppata da un team di astronomi guidato da Romain Petrov del Laboratoire Fizeau (Università di Nizza, Observatoire de la Côte d’Azur e CNRS, Francia), è stata sperimentata con successo nelle notti tra il 15 e il 17 maggio scorsi sfruttando lo spettrografo AMBER, uno strumento capace di combinare in modo interferometrico i fasci di luce raccolti da tre dei telescopi da 8,2 metri che compongono il Very Large Telescope dell’ESO sulle Ande cilene. La nuova procedura si chiama blind observation mode, letteralmente ‘modalità di osservazione alla cieca’. Una tecnica che, a dispetto del suo nome, permette di incrementare in modo decisivo la qualità delle osservazioni nelle bande della radiazione infrarossa ottenute per via interferometrica: ben dieci volte meglio di quella ottenibile con tecniche tradizionali dagli strumenti oggi operativi.

“Per riuscire a combinare la luce dei telescopi VLT in modo interferometrico si osserva per prima una stella brillante vicino alla sorgente in esame” spiega Alessandro Marconi, dell’Università di Firenze e associato INAF, membro dello Science Group di AMBER. “Successivamente, si osserva la sorgente e se ne ottengono tante esposizioni ‘alla cieca’, ovvero senza riuscire a vedere la sorgente in ciascuna di esse. Queste esposizioni vengono poi combinate rivelando la sorgente. Questa tecnica permette di superare le limitazioni imposte dall’atmosfera terrestre che non consente le lunghe esposizioni necessarie per osservare gli oggetti deboli”.

Come primo ‘bersaglio’ per testare la tecnica è stato scelto il quasar 3C 273 – una galassia attiva con un buco nero supermassiccio nella sua zona centrale. Dall’analisi delle variazioni della luminosità e della posizione delle frange d’interferenza prodotte sarà possibile ricavare dei limiti sulla massa del buco nero, sulla distribuzione e le proprietà cinematiche del gas nel nucleo di 3C 273.  “Sperabilmente, sarà possibile ottenere informazioni su scale inferiori al millisecondo d’arco, ossia le dimensioni apparenti che avrebbe una moneta da 1 euro se fosse osservata a 2.000 km di distanza” prosegue Marconi. “Ed è la prima volta che osservazioni con questa risoluzione spaziale sono possibili su un nucleo galattico attivo. Questo risultato è stato ottenuto con uno strumento, AMBER, costruito con una grossa partecipazione italiana: l’Osservatorio Astrofisico di Arcetri dell’INAF ha costruito infatti circa una quarto dello strumento. Vorrei infine ricordare Sandro Gennari, la persona che più ha contribuito alla costruzione di AMBER e che è venuto a mancare pochi anni fa”.