Dopo quasi due decenni trascorsi a esplorare l’universo alla ricerca di lampi gamma, ieri la missione dell’osservatorio Swift della Nasa è definitivamente giunta al termine: il satellite è infatti rientrato nell’atmosfera terrestre, disintegrandosi sopra il Sud-est asiatico.

Illustrazione artistica che mostra il Neil Gehrels Swift Observatory della Nasa in orbita attorno alla Terra. Crediti: Nasa / Goddard Space Flight Center Conceptual Image Lab
La US Space Force, il ramo delle forze armate statunitensi responsabile delle operazioni militari nello spazio, e la Nasa hanno confermato che il satellite, dal peso di circa 1.450 chilogrammi, è precipitato alle 7:39 ora locale (le 13:39 qui in Italia) a circa 3.4 gradi di latitudine nord e 98.6 gradi di longitudine est, coordinate corrispondenti alla regione settentrionale dell’isola di Sumatra, in Indonesia, nel sud-est asiatico.
Lanciato nel 2004, il telescopio spaziale Swift è stato progettato per studiare i fenomeni più energetici del cosmo, in particolare i lampi di raggi gamma (gamma-ray burst in inglese), tra le esplosioni più potenti dell’universo. Con una missione primaria prevista di appena due anni, l’osservatorio ha continuato a operare per oltre due decenni, diventando uno strumento fondamentale per l’astronomia delle alte energie e lo studio dei fenomeni transienti. Nel 2018, dopo la scomparsa di Neil Gehrels, primo principal investigator della missione, la Nasa ha deciso di intitolare a lui l’osservatorio, che ha così assunto il nome di Neil Gehrels Swift Observatory.
Al momento del lancio, Swift rappresentava un osservatorio multi-lunghezza d’onda senza precedenti. Grazie ai suoi tre telescopi – il Burst alert telescope (Bat), l’X-Ray telescope (Xrt) e l’Ultraviolet/Optical Telescope (Uvot) – capaci di raccogliere dati nei raggi gamma e X, nell’ultravioletto e nella luce visibile, il satellite ha studiato gli eventi cosmici in diverse bande dello spettro elettromagnetico. La sua capacità di individuare rapidamente le sorgenti e di allertare altri osservatori ha inoltre consentito di avviare tempestive campagne coordinate di osservazioni di follow-up.
Nel corso dei suoi 22 anni di attività, Swift ha osservato più di duemila lampi gamma e studiato oltre 1400 esplosioni di supernova. Ha assistito alla distruzione di stelle da parte di buchi neri, monitorato galassie attive, realizzato un’indagine a raggi X dell’intero cielo e osservato asteroidi e comete.
Il peso scientifico della missione è testimoniato anche dalle circa settemila pubblicazioni che hanno utilizzato i dati raccolti dall’osservatorio. Tra queste ci sono anche quelle di Elena Ambrosi, ricercatrice all’Inaf di Palermo, che per anni ha fatto parte del team italiano della missione, occupandosi anche del follow-up dei lampi di raggi gamma.

La ricercatrice dell’Inaf Iasf Palermo Elena Ambrosi
«Il satellite Swift lascia un vuoto inestimabile nell’astrofisica moderna», dice Ambrosi a Media Inaf. «La combinazione di puntamento rapido, la copertura multispettrale dall’Uv ai raggi X duri e l’elevata area efficace ad alte energie ha impresso una svolta decisiva allo studio dell’universo dinamico e dei suoi fenomeni transienti. Non solo Grb, ma anche sistemi binari, nuclei galattici attivi e stelle, per citare alcuni esempi di sorgenti e fenomeni astrofisici che Swift ha contribuito a studiare. E non dimentichiamo le controparti elettromagnetiche delle onde gravitazionali: Swift ha setacciato il cielo a grande velocità, inseguendo anche solo la più piccola speranza di un nuovo segnale».
Nei mesi scorsi la Nasa ha tentato di evitare la fine del satellite attraverso una vera e propria missione di salvataggio: la Swift Boost Mission, concepita per raggiungere l’osservatorio, agganciarlo e innalzarne l’orbita, prolungandone così la vita operativa ed evitando un rientro incontrollato. Come tutti i satelliti in orbita terrestre bassa, infatti, anche Swift era soggetto al decadimento orbitale causato dalla resistenza dell’atmosfera, che ne ha ridotto gradualmente l’altitudine. Un periodo di maggiore attività solare ha amplificato questo effetto, accelerando la discesa del satellite.
La missione di recupero, avviata il 3 luglio e conclusasi il 25 settembre, non è tuttavia riuscita nel suo intento. Il 20 ottobre 2026 Swift ha così raggiunto il “punto di non ritorno”: a un’altitudine di circa 275 chilometri, il satellite non è stato più in grado di compensare gli effetti della crescente resistenza atmosferica ed è entrato in modalità di sicurezza (safe mode). Il team di controllo della missione ha quindi inviato il comando che ha posto fine alle sue operazioni scientifiche, preparando il veicolo spaziale al rientro.
Rientro che, come anticipato, è avvenuto ieri, mercoledì 4 novembre, alle 7:39 ora locale (le 13:39 in Italia), quando il satellite ha attraversato l’atmosfera sopra la provincia di Sumatra settentrionale, in Indonesia. Secondo la Nasa, gran parte della struttura del telescopio è bruciata a causa dell’estremo attrito con l’atmosfera. Non si esclude, tuttavia, che alcuni componenti possano essere sopravvissuti al rientro. Frammenti e scie luminose sono stati avvistati nei cieli della Malesia e Singapore, come mostra un video condiviso sui suoi canali social dalla rete televisiva ChannelNewsAsia (Cna).
Con Swift si chiude così una missione che, ben oltre la durata inizialmente prevista, ha contribuito a trasformare lo studio dei fenomeni transienti e delle esplosioni cosmiche, permettendo agli astronomi di individuare eventi fugaci e seguirne l’evoluzione attraverso diverse lunghezze d’onda.
«Lavorare per Swift è stata un’esperienza “multibanda”, proprio come il satellite», conclude Ambrosi. «Mi è capitato di essere svegliata dall’universo nel cuore della notte, a masticare flussi e coordinate ancora a metà tra il sonno e la veglia con i colleghi dall’altra parte del mondo. Ho compreso a fondo la complessità di un satellite e quanta fatica e professionalità si nascondano dietro prestazioni impeccabili. La quasi immediata disponibilità dei dati mi ha permesso di analizzare quasi in tempo reale le mie sorgenti preferite, per testare le mie ipotesi. Non posso certo tralasciare l’aspetto umano e l’aver conosciuto validissimi colleghi, con cui condividere l’amore per la scienza, per il cibo e le chiacchiere. È un vero peccato che non si sia pensato di sostituire uno strumento così versatile, e oserei dire indispensabile. Ci mancherà».






