INTERVISTA A MICHELE CAMEROTA

La lettera ritrovata di Galileo Galilei

La lettera che Galileo scrisse all’amico Castelli nel 1613 è stata ritrovata a Londra, nella Biblioteca della Royal Society. La scoperta della lettera perduta mostra che Galileo aveva cercato di presentare in maniera più morbida le questioni ritenute maggiormente eretiche dall'Inquisizione. Ne abbiamo parlato con Michele Camerota, uno dei protagonisti del ritrovamento

     27/09/2018

Michele Camerota, Professore Ordinario di Storia della Scienza all’Università di Cagliari, Dipartimento di Pedagogia, Psicologia e Filosofia. È autore di numerosi articoli e di diversi volumi sulla cultura scientifica della prima età moderna. Insieme a Massimo Bucciantini e Franco Giudice dirige la rivista “Galilaeana. Studies in Renaissance and Early Modern Science”.

Immaginatevi seduti in una biblioteca inglese, immersi nel profumo del legno e dei libri, al termine di una calda giornata estiva trascorsa a scartabellare scritti del Seicento. Siete quasi pronti per uscire quando, sfogliando pigramente il catalogo online della biblioteca, vi imbattete in una voce che vi balza all’occhio: una lettera che Galileo Galilei scrisse a Benedetto Castelli. Secondo il catalogo, la lettera è datata 21 ottobre 1613. Ma quando la esaminate vedete che in calce, oltre alla firma di Galileo, è riportata una data diversa: 21 dicembre 1613. Un campanello di allarme inizia a suonare nella vostra mente: è la stessa data della famosa lettera che Galileo scrisse all’amico Castelli, quella considerata uno dei primi manifesti sulla libertà della scienza.

Una lettera molto famosa, di cui all’epoca si fecero molte copie, per via dell’importanza del contenuto, e di cui però si perse ogni traccia. Tutte le copie trovate sono molto simili tra loro, tranne una. Questa copia speciale, diversa, venne inviata a Roma da un religioso del tempo, Niccolò Lorini, il 7 febbraio del 1615, affinché fosse esaminata dall’Inquisizione, ed è tuttora conservata nell’Archivio Segreto Vaticano. In questa copia Galileo espose per la prima volta le sue argomentazioni sul fatto che la ricerca scientifica dovrebbe essere libera dalla dottrina teologica, in maniera più critica rispetto a quanto riportato in tutte le altre copie.

La critica storica pensava che Lorini avesse contraffatto la lettera per rendere più debole la posizione di Galileo nei confronti dell’Inquisizione, e che le altre versioni della lettera, nelle quali i contenuti erano più mitigati, si rifacessero all’originale di Galileo. Ma quello che avete tra le mani, in questa biblioteca londinese, sembra suggerirvi tutt’altra storia.

Una storia che Media Inaf si è fatta raccontare da uno dei protagonisti di questo importantissimo ritrovamento, il professore Michele Camerota dell’Università di Cagliari.

Com’è avvenuta la scoperta della lettera? La stavate cercando o il ritrovamento è avvenuto per caso?

«Salvatore Ricciardo, un assegnista di ricerca dell’Università di Bergamo, stava lavorando ad un esame di testi a stampa di Galileo nelle biblioteche inglesi, con eventuali glosse o postille di studiosi inglesi seicenteschi. Per caso, nella biblioteca della Royal Society, si è imbattuto nella famosa lettera di Galileo a Castelli del 21 dicembre 1613 e ne ha fatto delle foto perché gli sembrava una pista da approfondire.

Io sono stato contattato da Franco Giudice, un amico e collega dell’Università di Bergamo, che è il supervisore delle ricerche di Ricciardo, per avere un parere sul significato e sul valore della lettera.

Assieme a Franco e a Salvatore abbiamo convenuto che si trattava di un autografo. Naturalmente abbiamo fatto delle collazioni su autografi Galileiani coevi, ossia dello stesso torno di tempo. I campioni che noi abbiamo utilizzato sono del periodo 1612-1615 perché la grafia delle persone cambia e quindi la mano può essere leggermente differente in spazi temporali molto distanti.

La coincidenza è assolutamente sorprendente, nel senso che si tratta di un autografo galileiano, almeno per come l’abbiamo considerato noi e per come è stato considerato anche da autorevoli altri studiosi ai quali ci siamo rivolti per avere conferma della scoperta: il professor Paolo Galluzzi, direttore del Museo Galileo di Firenze, e la dottoressa Patrizia Ruffo, che cura la Bibliografia Internazionale Galileiana. Entrambi hanno confermato che anche a loro avviso si trattava di un autografo.

Naturalmente abbiamo esaminato e cercato di comprendere il significato delle varianti che sono all’interno del testo. Il testo ha una serie di correzioni che sono estremamente significative, sia per la storia della lettera a Castelli nello specifico, che per la storia delle vicende che portarono poi alla condanna delle opere copernicane da parte della congregazione dell’Indice, nel marzo del 1616».

Può spiegarci perché è così importante e cosa comporta il ritrovamento di questa lettera?

«Fino ad ora della lettera a Castelli non si conosceva alcun autografo, ossia non esisteva alcuna stesura originale di Galileo: solo copie, alcune delle quali erano copie coeve. Tutte queste copie sono abbastanza omogenee nell’espressione. Ce n’è una però che è una copia importante, peculiare, che diverge in alcune lezioni, per la tradizione su cui è stato costruito il testo che è sempre stato pubblicato della lettera a Castelli.

La lettera originale in cui Galileo argomentava contro la dottrina della Chiesa cattolica romana è stata trovata a Londra. Crediti: The Royal Society

Questa copia divergente è la copia che un monaco domenicano fiorentino, Nicolò Lorini, inviò a Roma il 7 febbraio del 1615, perché fosse esaminata dall’Inquisizione. Lorini affermava che le tesi sostenute da Galileo nella lettera avevano un sapore quantomeno eterodosso e dunque chiedeva un intervento e un’analisi dei concetti e delle teorie che erano esposte nella lettera. Questa lettera esiste tuttora nell’Archivio Segreto Vaticano e presenta alcune lezioni, alcune espressioni, più controverse e teologicamente forti rispetto alla tradizione dei manoscritti su cui si è costruito il testo così come noi lo conosciamo e come è stato pubblicato nelle diverse edizioni.

Per esempio, nella copia di Lorini c’è scritto che in alcuni luoghi la Scrittura “ha delle proposizioni false quanto al nudo senso delle parole”. Nella tradizione manoscritta dominante, ossia nel resto delle copie, questa iscrizione è differente. Si dice che la Scrittura “presenta talvolta delle proposizioni che sembrano distanti dal vero quanto al nudo senso delle parole”, cioè quanto al loro significato letterale. Sono delle sottigliezze, sono delle piccole modificazioni della forma espressiva che in qualche modo, nella temperie dell’epoca e per la sensibilità inquisitoriale, potevano avere delle implicazioni di notevole rilievo».

La lettera che avete trovato è l’originale, scritto da Galileo, della copia custodita negli archivi vaticani?

«Quello che l’autografo della Royal Society mette in chiaro è che Galileo aveva scritto una prima versione della lettera identica a quella che Lorini mandò a Roma. Poi aveva, di sua stessa mano, corretto le espressioni che erano più controverse, più pericolose, più attaccabili da un punto di vista teologico.

Questo in qualche modo corregge anche l’impressione della critica storica che ha sempre pensato che Lorini avesse contraffatto la lettera per rendere più debole la posizione di Galileo, per metterlo più in difficoltà, proprio perché le restanti copie avevano espressioni differenti.

Invece, la scoperta dell’autografo dimostra che fu Galileo stesso a correggere il testo e a farlo circolare in una versione in qualche modo emendata, mitigata, laddove il senso poteva comportare più rischi di quelli che lui volesse correre. In questo senso ovviamente bisognerà rivedere, alla luce dell’analisi di questo nuovo testimone autografo, non solo la struttura del testo ma anche le implicazioni che concernono la sua circolazione e la sua ricezione».

Perché si trova a Londra, nella Biblioteca della Royal Society?

«Questo è un aspetto su cui indagheremo, Ricciardo, Giudice e io. Abbiamo delle ipotesi ma dobbiamo cercare dei riscontri. Noi riteniamo che la lettera fosse arrivata lì all’incirca alla metà del ‘600, anche se è difficile stabilire ora una periodizzazione precisa. Sospettiamo che possa essere arrivata in quel luogo attraverso i contatti che gli ambienti scientifici inglesi avevano con la scienza toscana, che a quel tempo aveva una certa notorietà perché gli esperimenti condotti dall’Accademia del Cimento a Firenze ebbero una diffusione europea. Nel 1667, Lorenzo Magalotti pubblica i “Saggi di naturali esperienze” che raccolgono gli esperimenti più significativi svolti nell’ambito dell’Accademia del Cimento.

Questa può essere una traccia ma è tutta da accertare. Bisogna fare studi in loco, a Londra, negli archivi della Royal Society, fare delle ipotesi e cercare delle eventuali conferme. Noi riteniamo che la lettera fosse li in un periodo compreso all’incirca tra il 1650 e gli anni ‘70 del 600. Bisogna indagare la corrispondenza di vari personaggi toscani e inglesi e vedere se emerge qualche indizio. E’ un aspetto ancora tutto da studiare.

Sulle implicazioni della lettera, sia a livello di una eventuale rilettura delle vicende galileiane, sia per quanto concerne la presenza della lettera presso la Royal Society, ovviamente c’è bisogno di tempo perché sono cose che vanno analizzate con calma».

Quando uscirà l’articolo e cosa potremo trovarvi?

«Nell’articolo che noi pubblicheremo, che dovrebbe uscire alla fine di ottobre nella rivista Notes and Records della Royal Society, diamo alcune indicazioni di massima e forniamo i confronti calligrafici che attestano l’autografia e diamo la trascrizione della lettera con le varianti genetiche, cioè quelle che sono relative alle correzioni dell’autore. Poi bisognerà fare un’edizione più ampia che tiene conto anche di tutti i testimoni, ma questa è una cosa che andrà fatta più avanti. Ci è sembrato giusto pubblicare l’articolo su questa rivista poiché è l’istituzione che conserva la lettera ed è dunque parte in causa in questo importante ritrovamento».