PARTICELLE DI IDROCARBURI LO RAFFREDDANO

Plutone a 203 gradi sottozero: è colpa dello smog

Uno studio appena uscito su Nature, condotto sui dati raccolti dalla sonda Nasa New Horizons, mostra come la temperatura del pianeta nano sia circa trenta gradi inferiore al previsto. La causa sarebbe l’irradiazione infrarossa prodotta dal particolato sospeso in atmosfera

Rappresentazione artistica della luna Caronte vista da Plutone attraverso gli strati di foschia atmosferica che aleggiano sopra il paesaggio ghiacciato del pianeta nano. Crediti: X. Liu

È una sorta di “effetto serra” al contrario: invece d’intrappolare il calore, lo espelle. Aggiungeteci che di calore già ce ne sarebbe poco anche senza questo meccanismo refrigerante, e il risultato è presto detto: 70 Kelvin. Vale a dire, 203 gradi sottozero. Tale è la minima registrata da New Horizons sorvolando l’atmosfera di quello che un tempo – quand’ancora era considerato un pianeta – era fra i nove quello più lontano dal Sole. Ora è vero che, pur cambiando classificazione, non è che si sia avvicinato, dunque gli scienziati certo non si attendevano d’imbattersi in un mondo dal clima mite. Ma temperature così rigide proprio non se le aspettavano: i calcoli, fatti in base all’irradiazione e alla possibile composizione atmosferica, suggerivano temperature attorno ai 100 Kelvin. Il termometro ne ha segnati una trentina di gradi in meno.

Come mai? Uno studio pubblicato oggi su Nature, guidato da Xi Zhang dell’Università della California a Santa Cruz, propone una spiegazione convincente: la responsabile del clima ultragelido di Plutone sarebbe proprio l’atmosfera. Un’atmosfera stranamente solida: una sorta di smog, una foschia che si addensa mano a mano che si scende verso la superficie del pianeta nano. Si tratta di un nanoparticolato – particelle da una decina di nanometri di diametro – prodotto in alta atmosfera dall’interazione fra la radiazione ultravioletta e molecole d’idrogeno e metano, che venendo ionizzati reagiscono formando particelle di idrocarburi. Particelle che appunto, scendendo verso il suolo, s’aggregano fra loro diventando sempre più grandi: quell’atmosfera “solida” che dicevamo.

«Riteniamo che ci sia un collegamento fra queste particelle di idrocarburi e la sostanza di colorazione rossastra e marrone che si vede nelle immagini della superficie di Plutone», dice Zhang. Colorazione a parte, ciò che gli scienziati sospettano è che queste particelle sono in grado di assorbire calore dall’atmosfera circostante per poi riemetterlo verso l’esterno sotto forma di radiazione infrarossa, raffreddando in tal modo il pianeta nano. Un’ipotesi che Jwst, il James Webb Space Telescope in partenza nel 2019, grazie ai suoi strumenti sensibili all’infrarosso dovrebbe essere in grado di verificare.

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