LO STUDIO SU NATURE

La spessa scorza di Vesta

La crosta dell'asteroide Vesta potrebbe essere molto più spessa di quanto si pensasse finora, superando anche gli ottanta chilometri. Sono i risultati di uno studio guidato da un ricercatore ell’Ecole Polytechnique Fédérale de Lausanne in Svizzera. Fabrizio Capaccioni (INAF): "il lavoro riprende, ampliandole, le conclusioni riportate in un precedente articolo pubblicato sulla stessa rivista dal team dello strumento VIR, guidato da Maria Cristina De Sanctis dell’INAF"

vesta-closeupLa crosta di Vesta è più spessa di quanto si pensasse finora? Sì, almeno secondo un nuovo studio sulla struttura del secondo più grande corpo celeste presente nella fascia degli asteroidi. Combinando i dati raccolti dalla sonda Dawn della NASA e da simulazioni al computer, i ricercatori guidati da Harold Clenet dell’Ecole Polytechnique Fédérale de Lausanne (Svizzera) nel loro lavoro avanzano l’ipotesi, pubblicata in un articolo sulla rivista Nature, che la crosta di Vesta, ovvero il suo strato più superficiale, sia addirittura quasi tre volte più spessa di quanto creduto.

Per arrivare a queste conclusioni, i ricercatori partono dai risultati di un altro studio pubblicato lo scorso novembre sempre su Nature e a guida INAF, basato sui dati raccolti dallo spettrometro VIR a bordo di Dawn. In quel lavoro veniva messo in evidenza che le rocce dei grandi bacini superficiali nell’emisfero sud di Vesta e le zone circostanti risultano quasi del tutto prive di olivina. L’olivina è un minerale presente in grandi quantità nel mantello – la regione immediatamente sotto la crosta – dei pianeti rocciosi del Sistema solare, e quindi anche di Vesta, che con essi condividerebbe un interno strutturalmente simile. L’assenza però di questo minerale proprio in quei bacini, in particolar modo Veneneia e Rheasilvia che sono la traccia più evidente di due violentissimi impatti subiti in passato da Vesta con altrettanti asteroidi, ha spinto Clenet e i suoi collaboratori a ricostruire al computer questi scontri e le ripercussioni che avrebbero prodotto sulla struttura di Vesta. L’esito di queste simulazioni indica che l’effetto combinato dei due eventi sarebbe riuscito a scavare il corpo celeste fino a profondità di ben 80 chilometri, proiettando una gran quantità di materiale sulle zone circostanti della superficie. Ma anche imprimendo a una frazione di quel materiale un’energia cinetica tale da proiettarla per sempre nello spazio, fino a farla giungere anche qui da noi. Il 5 per cento di tutte le meteoriti che piombano sulla Terra infatti si sono originate da questi formidabili impatti. “Eppure questi cataclismi non sono stati in grado di penetrare completamente la crosta fino a raggiungere il mantello dell’asteroide” sottolinea Clenet. Le meteoriti stesse provenienti da Vesta e rinvenute sulla Terra confermano questo scenario, poiché risultano prive di olivina o assai povere di questo minerale, in confronto con le abbondanze registrate nei mantelli dei pianeti. E questo spinge i ricercatori a ritenere che la crosta di Vesta possa essere ben più spessa dei trenta chilometri finora ritenuti,  arrivando ad oltre ottanta.

“Nella sostanza l’articolo non fornisce nuove informazioni ma riprende ampliandole le conclusioni riportate in un precedente articolo pubblicato sulla stessa rivista Nature dal team dello strumento VIR, guidato da Maria Cristina De Sanctis dell’INAF” commenta Fabrizio Capaccioni, co-investigator dello spettrometro VIR a bordo di Dawn. “Infatti, le osservazioni della mineralogia dell’asteroide Vesta da parte dello strumento VIR, come descritto nell’articolo su Nature hanno messo in evidenza che l’olivina si concentra in alcune zone ben delimitate non correlate geneticamente con la regione dei due grandi impatti (ReaSilvia e Veneneia). Questo può spiegarsi ipotizzando che o la discontinuità tra la crosta ed il mantello si trovi ad una profondità tale da non essere accessibile agli impatti anche di corpi delle dimensioni di quelli che hanno prodotto i due grandi bacini d’impatto, oppure che nella crosta siano presenti delle intrusioni magmatiche provenienti dal mantello (plutoni) che contengono quindi percentuali di olivina. In questo secondo caso l’olivina potrebbe essere portata in superficie da impatti anche di più piccole dimensioni, come è il caso delle regioni dove lo strumento VIR ne ha osservato la presenza.

Sicuramente questa nuova ricerca amplia i risultati precedenti ottenuti dallo strumento VIR e dalla missione Dawn nel suo complesso e mette in evidenza come Vesta sia più assimilabile ad un pianeta con una storia evolutiva complessa che non ad un semplice asteroide. Questo ci fa ben sperare per il seguito della missione Dawn che è in viaggio verso Cerere (arrivo previsto nel’estate del 2015), un “pianeta nano” con un raggio doppio ma una densità pari al 60% di quella di Vesta, con tracce di acqua sulla sua superficie e potenzialmente una storia evolutiva completamente diversa da quella di Vesta. Siamo in attesa di altri entusiasmanti risultati”.

Per saperne di più: 

  • l’articolo su Nature A deep crust–mantle boundary in the asteroid 4 Vesta di Harold Clenet et al.