IL NUOVO LIBRO DI CARLO ROVELLI

La fisica è una camera con vista

La realtà non è come ci appare: Carlo Rovelli, creatore di una delle principali linee di ricerca in gravità quantistica e tra i fisici teorici più attenti alle implicazioni filosofiche dell’indagine scientifica, racconta in un libro come sta cambiando il nostro modo di guardare il mondo che ci circonda

SID-244-Revelli-S-800x800“Credo che la fisica piaccia perché apre la finestra e guarda lontano […] dà il senso dell’aria fresca che entra nella casa”. A parlare è Carlo Rovelli, membro dell’Istituto universitario di Francia e dell’Accademia internazionale di filosofia delle scienze, direttore del gruppo di ricerca in gravità quantistica dell’Università di Aix-Marsiglia, e che da poco è arrivato in libreria con un titolo che dà conto in modo originale e articolato delle principali questioni aperte della fisica moderna: La realtà non è come ci appare, edito in Italia dai tipi di Raffaello Cortina (pagg. 248, € 22,00) per la collana diretta da Giulio Giorello Scienza e Idee.

Più delle cose nostre è quello che vediamo al di là della finestra a meravigliarci continuamente. E anche oggi che abbiamo imparato moltissimo sull’Universo, riconoscendo molti degli errori fatti in passato, e scoprendo che esistono quark, buchi neri, particelle di luce, onde di spazio e straordinarie architetture molecolari all’interno del nostro corpo, resta ancora tanto da scoprire: l’umanità è come un bambino che crescendo scopre un mondo al di là della propria cameretta, un campo di gioco tutto da sperimentare sulla pelle e da scoprire.

Rovelli scrive pensando a un lettore che non sappia nulla di fisica, ma sia curioso di sapere cosa capiamo e cosa no della realtà in cui nuotiamo quotidianamente: “come stanno veramente le cose”. Ma non è un libro di mera divulgazione, ci tiene a puntualizzare l’autore: è il tentativo di offrire a chi legge gli occhiali per guardare a un campo di ricerca in cui l’astrattezza tecnica del linguaggio rischia di rendere sempre meno comprensibile quello di cui si sta parlando.

“Più potenti sono i nostri telescopi, più vediamo cieli strani e inaspettati. Più guardiamo i dettagli minuti della materia, più scopriamo strutture profonde”. Rovelli costringe in brevi paragrafi tutte le questioni scottanti dell’astrofisica e della fisica delle particelle. Rimescolare insieme quanto abbiamo imparato sul mondo fisico nel corso del Ventesimo secolo ci pone di fronte a una visione della realtà dove spazio e tempo non esistono più, e per capire la quale bisogna prendere dimestichezza con il principale problema aperto nella fisica fondamentale: la gravità quantistica.

Rovelli tiene il registro leggero di chi ricorda le bravate con i compagni del liceo. Newton, Faraday, Einstein, Bohr, Heisenberg, Dirac scompaiono come icone di un’imponente e ingombrante storia della scienza e si affacciano dalle pagine del libro vestiti dei soli nomi di battesimo che danno il titolo a tanti capitoli del testo: Isaac, Michael, Albert, Niels, Werner e Paul. Solo Georges Lemaître è “il Maestro”.

E a ragione: il giovane scienziato belga educato dai gesuiti che ha preso i voti come prete cattolico, nel 1927 studia le equazioni di Einstein e si rende conto della loro capacità di predire un Universo in espansione o contrazione. Ma piuttosto di rifiutare i risultati della teoria, come Einstein cercherà di fare per tutta la vita, Lemaître prende la cosa sul serio e si fa mandare i primi dati disponibili sull’osservazione delle galassie. All’epoca sono conosciute con il nome di nebulose, per via dell’opalescenza con cui si presentavano al telescopio, e non era chiaro che si trattasse di un coacervo di sistemi stellari simili alla Via Lattea. Ma “il Maestro“ comprende che i dati sono compatibili con l’idea di un Universo che si espande: le galassie vicine si allontano a gran velocità, come scagliate lontano nel cielo; le galassie distanti corrono, se possibile, anche di più e l’Universo si sta gonfiando in un gigantesco respiro.

L’intuizione di Lemaître verrà confermata di lì a poco dagli astronomi americani Henrietta Leavitt e Edwin Hubble.

Rovelli tratteggia le basi della gravità quantistica e l’immagine del mondo che ne deriva. Perché la teoria non è priva di conseguenze e può dirci molto su fenomeni che stanno scrivendo la storia dell’astrofisica oggi: il big bang, i buchi neri. La Natura ci chiede di ripensare l’indirizzo della ricerca, specie dopo la mancata osservazione delle particelle supersimmetriche all’energia alla quale erano attese. C’è da ridefinire il ruolo della termodinamica e dell’informazione in una fisica che fa a meno di tempo e spazio. La gravità quantistica ci riporta ai confini della nostra conoscenza, dove ci si affaccia anzitutto su quello che non sappiamo e che Rovelli chiama “il mistero bello e immenso che ci circonda”.

“Una delle primissime e più belle pagine della storia della scienza – spiega Rovelli – è il passo del Fedone di Platone in cui Socrate spiega la forma della Terra”. Socrate immagina che il nostro pianeta debba essere non dissimile da una sfera, solcata da grandi valli dove vivono gli uomini. E aggiunge: “Non sono sicuro”. Un’idea confusa, quella di una Terra rotonda ma strabiliante per l’epoca in cui viene concepita, e una chiosa che dopo duemila anni vale per ogni conquista della scienza contemporanea. Non siamo sicuri, ma è il meglio che abbiamo a disposizione.