IL GAP TRA UOMO E DONNA È ANCORA AMPIO

Donne e astronomia: l’Italia è terza nel mondo

Il 27% dei ricercatori italiani iscritti alla IAU (International Astronomical Union), è "rosa" e l'Italia è seconda solo all'Argentina e all'Ucraina. Ad alzare la media ci pensa l'INAF, dove il 32% dei ricercatori sono donne e il 40% delle impiegate ricoprono posizioni amministrativo-tecniche. Le prospettive di fare carriera nell'ambito astronomico per le donne italiane, però, non sono così rosee, soprattutto ad alti livelli accademici.

Margherita Hack

Margherita Hack

Donne e scienza, un connubio inseparabile. È impossibile, infatti, pensare all’astronomia senza considerare l’enorme e importante contributo che nel corso dei secoli le donne hanno apportato alla comunità scientifica. Non parliamo solo delle moltissime scienziate che popolano gli istituti di ricerca di tutto il mondo, ma anche delle donne che hanno contribuito con il loro lavoro amatoriale e non retribuito ad ampliare la nostra conoscenza dell’Universo e del mondo scientifico in genere. Le italiane rappresentano il 27% dei ricercatori nel campo dell’astronomia iscritti alla IAU (Unione Astronomica Internazionale), nel mondo dell’astronomia amatoriale, invece, la percentuale scende al 20%.

La scienza non dovrebbe avere differenza di genere, ma in realtà, da alcuni dati anagrafici raccolti negli ultimi anni negli istituti di ricerca italiani, si evince che essere una ricercatrice donna non sempre così semplice.  Nonostante tutto, le donne astronome italiane sono al terzo posto nel mondo per rapporto rispetto ai colleghi maschi, dietro ad Argentina (39%) e Ucraina (28%) e prima di Francia (24,6%), Spagna (20,6%), Cina (15,3%), Regno Unito (14,1%), Stati Uniti e Canada (13,5%), Olanda (13,1%), Svezia (12,6%), Germania (10%) e Giappone (6,4%). I dati sono particolari se si pensa che le donne hanno più successo in paesi cattolici rispetto a paesi protestanti, dove è risaputo che le donne sono favorite e preferite nelle posizioni di potere.

Anche se impercettibili ci sono delle discriminazioni, esplicite e implicite. La scienza non è una cosa da donne? La presenza del “gentil sesso” nel mondo accademico è stata intralciata per secoli da fattori culturali e sociologici. Troppo sensibili e deboli sono state considerate le donne, soprattutto in passato, per avvicinarsi al mondo della matematica, della fisica, della medicina e dell’astrofisica. Da sempre osteggiate in ambito accademico, qualche donna però si è “fatta valere”. Pensiamo al caso italiano, che ha una lunga, radicata e importante tradizione scientifica riconosciuta a livello internazionale. Bettisa Gozzadini (1209-1261) e Novella D’Andrea (1333-?)  sono state le prime insegnanti donne all’Università di Bologna. Ma per vedere una professoressa sedersi a una cattedra universitaria di astronomia abbiamo aspettato secoli, fino a quando Margherita Hack, scomparsa lo scorso giugno, non è arrivata all’Università di Trieste nel 1964, dirigendo anche l’Osservatorio Astronomico. Solo dalla metà degli anni Sessanta la presenza delle donne nel mondo accademico italiano è cominciata a diventare consistente. Margherita Hack ha “rotto il ghiaccio” (come si suol dire), ma non è bastato. Oggi ci sono solo 10 donne tra gli 89 professori di astronomia negli atenei del nostro Paese e su 72 ricercatori solo 17 sono donne. In generale in Europa solo il 18% delle donne sono professoresse di cattedre di astrofisica nelle università.

Dal marzo 2011 una nuova regolamentazione garantisce pari opportunità a livello lavorativo negli istituti finanziati dal governo in Italia, ma il numero di donne in posizioni di ricerca e in ambiti amministrativi-dirigenziali in ogni settore della fisica non è migliorata in modo significativo negli ultimi anni. Il maggiore contributo femminile nella ricerca in Italia arriva proprio dall’Istituto Nazionale di Astrofisica (INAF), dove lo staff di ricerca vede la presenza di 289 donne (il 32% su un totale di 908) e 173 donne tra i tecnici/amministrativi (il 40% di 433), anche se la percentuale è di poco minore tra i ricercatori a tempo indeterminato (180 su 599, circa il 30%). Tra il personale a tempo determinato e non permanente le donne sono il 35-40%, il 36% tra i ricercatori-Investigator, il 17% fra gli associati e solo il 17% tra gli amministratori e i dirigenti.

Le prospettive di fare carriera nell’ambito astronomico per le donne italiane, però, non sono così rosee. Posizioni di rilievo sono occupate ancora oggi da ormai anziani ricercatori associati, perché la presenza delle donne nell’ambito della ricerca scientifica in passato era ancora più irrisoria di oggi e ad appannaggio degli uomini. Ma non pensiamo di essere gli unici in questo mondo maschilista. Lo stesso accade in altri Paesi, a differenza di quanto si possa pensare. In Germania, ad esempio, solo il 6% delle donne occupa una posizione dirigenziale alla Max Planck Society (MPS).

Nello studio “Women in Italian astronomy”, di Francesca Matteucci e Raffaele Gratton dell’INAF, si evince che non si può parlare di discriminazione esplicita nei confronti delle donne. Il problema di fondo, secondo i due ricercatori, non è che gli uomini vengono preferiti alle donne nell’ambito astronomico, bensì che nella maggior parte dei casi le donne devono affrontare problemi diversi da quelli degli uomini, come badare alla famiglia e accudire i figli. Sembrerà un discorso banale, trito e ritrito, ma, come accade in altri ambiti lavorativi, il mondo della ricerca scientifica per le donne prevede molti ostacoli. Anche nei paesi occidentali più avanzati, il gap tra i due sessi, quando si parla di famiglia, è solo in parte colmato dalle leggi sul lavoro. La donna che vuole intraprendere una carriera scientifica si trova quasi sempre davanti a un bivio, una scelta (come tutte le donne che vogliono lavorare): avere una famiglia, dei bambini, sacrificando anche in parte la ricerca , o dedicarsi completamente al lavoro accademico, sacrificando la famiglia?

Alcuni dati  fanno anche riferimento al cosiddetto Indice H, che valuta l’importanza del lavoro degli scienziati, basandosi sia sul numero delle loro pubblicazioni che sul numero di citazioni ricevute. È stato evidenziato che equivale al 15% il numero di ricercatrici donne italiane che vengono menzionate tra i cento ricercatori più citati d’Italia. È un dato che deve essere considerato come importante, vista la minore presenza femminile nel passato e dato che è il doppio rispetto al resto d’Europa (17 donne su 200 ricercatori in totale).  Nonostante questi dati siano positivi, il numero di donne che riescono a pubblicare i loro studi e che entrano a far parte della comunità accademica, seppure in crescita, è sempre irrisorio rispetto all’universo maschile. Come nella maggior parte delle professioni, il gap tra uomo e donna è ancora molto ampio, bloccato in una posizione di dominanza maschile a tutti i livelli decisionali che influenzano le carriere accademiche – dai comitati editoriali delle riviste ai comitati di selezione accademici. Le donne sono a malapena visibili a questi livelli e ciò non può che confermare l’idea inconscia che da secoli ci tramandiamo: la scienza appartiene agli uomini.

Ma guardiamo anche ai dati degli altri istituti di ricerca. Nel CNR (Consiglio Nazionale delle Ricerche), l’organismo italiano che controlla tutti i 111 istituti e centri di ricerca, ci sono 3645 scienziati (42% donne), 2179 tecnici (32% donne), 910 tecnologi (47% donne) e 930 dirigenti/amministratori (76% donne). A prima vista il numero di donne e uomini è ben bilanciato, ma non ci sono mai state donne tra presidenti, vicepresidenti e direttori generali, o nei comitati di valutazione. Dei 20 membri del consiglio scientifico tre sono donne (15%), sugli 11 direttori di dipartimento uno solo è una donna (9%), e solo sette dei 108 direttori di un istituto o di un centro sono donne (6%). I dati risalgono al 2011.

La situazione è simile anche nell’INFN (Istituto Nazionale di Fisica Nucleare), dove, nel dicembre 2010, il personale permanente consisteva di 584 ricercatori (21% donne), 232 tecnologi (14% donne), 705 tecnici (5% donne) e 306 amministratori (83% donne). Nel 2005, 940 professori e ricercatori italiani delle università sono stati associati con l’INFN, ma solo il 25% erano donne. L’INFN è gestito da un consiglio di amministrazione che comprende il presidente, i membri del comitato esecutivo, due rappresentanti  dello staff, due rappresentanti dei ministeri e tre rappresentanti di altri istituti di ricerca italiani. Nel 2011 tre dei 36 (8%) erano donne. Mentre le donne sono una piccola minoranza in seno agli organismi designati, sono meglio rappresentate negli organi elettivi.

L’uguaglianza di genere nel campo della ricerca fisica è ancora un ambito che desta grande preoccupazione oggi in Italia. Dovrebbero essere presi nuovi e diversi provvedimenti per migliorare le condizioni di lavoro, per eliminare o ridurre gli ostacoli alle pari opportunità e promuovere la componente femminile nella ricerca fisica e scientifica in generale, migliorando soprattutto la qualità della vita lavorativa quotidiana e  il coordinamento tra lavoro e vita privata.

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