57 LE DONNE NELLO SPAZIO FINO A OGGI

Lo spazio rosa, da Vostok 6 a Futura

Samantha Cristoforetti è la prima donna italiana che viaggerà nello spazio, alla fine del 2014. Ma qual è la storia dell’esplorazione spaziale femminile? Dall’Unione Sovietica agli Stati Uniti, dall’Inghilterra alla Francia, le astronaute protagoniste dagli anni ’60 fino a oggi.

L'astronauta Samantha Cristoforetti. Crediti: ESA

L’astronauta Samantha Cristoforetti. Crediti: ESA

“Un futuro di esseri umani che hanno un piede nello spazio”. Così Samantha Cristoforetti, prima donna italiana e terza europea a uscire dal pianeta Terra, ha immaginato i prossimi anni. Lo ha fatto durante la conferenza stampa di mercoledì scorso sulla presentazione di Futura, la missione che a fine novembre 2014 la vedrà protagonista del viaggio verso la Stazione Spaziale Internazionale.

Un risultato importante per l’Italia, che dopo oltre un ventennio si allinea a paesi come Inghilterra e Francia nella partecipazione femminile a una missione spaziale. Non sono mancate le critiche rispetto a questo ritardo: in molti si sono chiesti perché nel nostro Paese i successi delle donne si debbano ancora celebrare come eventi straordinari. La stessa Cristoforetti si è schermita dall’immagine simbolica, quasi mitica, che già si sta costruendo attorno a lei, e ha preferito sottolineare gli aspetti scientifici della missione Futura, in cui il genere non c’entra proprio nulla.

Eppure è un dato di fatto che il settore aerospaziale sia ancora un ambito prevalentemente maschile, e non solo in Italia. Sono soltanto 57 le donne che nella storia hanno viaggiato nello spazio, contro oltre 500 uomini. E allora vale la pena addentrarsi un po’ nel contesto sociale e politico in cui si sono potute affermare le storie delle astronaute che, in ogni paese e in qualunque epoca, sono sempre state grandi eccezioni.

Lettera di rifiuto inviata dalla NASA a una donna nel 1962. Via reddit.com

Lettera di rifiuto inviata dalla NASA a una donna nel 1962. Via reddit.com

Per cominciare andiamo indietro di 52 anni. È il 26 febbraio 1962 e una donna americana non meglio identificata che come “Miss Kelly” riceve una lettera direttamente dalla NASA. Il testo, come potete vedere nell’immagine sulla destra, è molto chiaro: “La sua offerta di partecipare a una missione spaziale è encomiabile, e le siamo molto grati. Questa lettera è per informarla che attualmente non abbiamo programmi riguardanti astronaute donne, né contempliamo piani simili in futuro”.

Il documento, pubblicato qualche anno fa da un utente del sito di social news e intrattenimento Reddit,  fa il giro della rete. Probabilmente giunge anche alle orecchie di Hilary Clinton, che durante la sua campagna presidenziale del 2009 rivela di aver ricevuto lei stessa una lettera di rifiuto simile, a seguito di una sua richiesta di “diventare astronauta”.

Quindi è inequivocabile: la NASA proprio non accetta le donne. Nor do we contemplate any such plan. Eppure, 16 mesi dopo che la giovane “Miss Kelly” era stata seccamente respinta, gli Stati Uniti ricevono un grande schiaffo: l’Unione Sovietica manda una donna nello spazio. È il 16 giugno 1963 e la russa Valentina Tereshkova, 26 anni, sale a bordo della navicella Vostok 6: la prima donna al mondo ha varcato i confini extraterrestri. La navicella compie 48 giri attorno alla Terra e Tereshkova trascorre quasi tre giorni nello spazio.

L’evento riceve una risonanza mediatica enorme. Siamo in piena guerra fredda, e la rivalità tra il blocco americano e quello sovietico sta raggiungendo il suo culmine proprio nella corsa allo spazio: l’URSS aveva stupito il mondo intero nel 1957 spedendo in orbita il primo satellite, Sputnik 1, precedendo di un soffio gli Stati Uniti. Ancora, aveva guadagnato il record del primo uomo nello spazio, Jurij Gagarin, lanciato in orbita nel 1961 a bordo della capsula spaziale Vostok 1.

Valentina Tereshkova, prima donna russa nello spazio.

Valentina Tereshkova, prima donna russa nello spazio.

È chiaro quindi che mandare in orbita una donna appena due anni dopo è una precisa mossa prima di tutto politica: l’Unione Sovietica vuole dimostrare la sua superiorità su tutti i fronti, da quello scientifico a quello culturale. E l’emancipazione della donna è un punto cardine della propaganda comunista: in tutti i paesi del blocco sovietico la maggior parte delle donne studiavano, lavoravano, potevano abortire e divorziare,  erano ammesse nell’esercito. Ecco l’elemento chiave: l’inclusione femminile nelle forze armate (che regolavano il programma spaziale sovietico) è stato probabilmente il ponte che ha permesso a una donna di andare nello spazio con tanto anticipo rispetto al resto del mondo.

Il resto del mondo, appunto. Che parlando di spazio, all’inizio degli anni ’60 coincide più che altro con gli Stati Uniti. Non potendo sopportare la triplice vittoria sovietica (primo satellite, primo uomo e prima donna nello spazio), gli USA cominciano a investire tutte le loro energie in un progetto ancora più ciclopico: spedire un uomo sulla Luna. Il “piccolo passo per l’uomo, balzo gigante per l’umanità” viene compiuto da Neil Armstrong insieme al suo compagno di viaggio Buzz Aldrin il 20 luglio 1969, e seguito in diretta mondiale. La cosa meno nota è che, per investire le loro risorse nell’allunaggio, gli americani avevano abbandonato un altro importante progetto: il Programma Mercury, attivo tra il 1958 e in 1963 con l’obiettivo (di mettere un uomo (ci riuscì John Glenn nel 1962) in orbita attorno alla terra. Solo uomini? Sorprendentemente no: il programma vedeva la partecipazione anche di 13 donne, e probabilmente tra gli obiettivi c’era anche quello di mandare una donna nello spazio prima dei russi. Mancato questo primato, non c’era più bisogno di affrettarsi: le 13 candidate vengono rimandate a casa, e nessuna donna parteciperà a missioni spaziali statunitensi fino al 1983, con la spedizione dell’americana Sally Ride. Curiosamente (o forse no), partita esattamente un anno dopo la missione della seconda donna sovietica nello spazio, Svetlana Savitskaya.

Sally Ride, prima donna americana nello spazio.

Sally Ride, prima donna americana nello spazio.

Sembra quindi che la partecipazione femminile allo spazio sia stata la figlia diretta del conflitto USA-URSS. Superata questa rivalità con la caduta del muro di Berlino e la successiva dissoluzione dell’Unione Sovietica, il momento di svolta si ha alla fine degli anni ’90, con la costruzione della Stazione Spaziale Internazionale (ISS). Un progetto ambizioso, che vede la collaborazione di Stati Uniti (NASA), Russia (RKA), Canada (CSA), Giappone (JAXA), Europa (ESA).

Il vecchio continente raggiunge Russia e Stati Uniti nel 1991: la prima europea a viaggiare nello spazio è la britannica Helen Sharman, 27 anni, che parte alla volta della stazione spaziale russa Mir.

Seguono Giappone e Canada rispettivamente nel 1992 e nel 1994, con l’invio nello spazio della canadese Roberta Bondar e della giapponese Chiaki Mukai. Due anni dopo, è il turno della francese Claudie Haigneré, che nel 1996 permette anche alla Francia di mandare la sua prima astronauta nello spazio.

E l’Italia? Nonostante il contributo italiano alla ISS sia determinante, per noi l’attesa è molto più lunga. Riusciamo a mandare 4 italiani sulla stazione spaziale (Umberto Guidoni, Roberto Vittori, Paolo Nespoli e l’anno scorso Luca Parmitano), sei complessivamente nello spazio con anche Franco Malerba e Maurizio Cheli, ma per una donna dobbiamo aspettare fino al 2014.

Le ragioni sono probabilmente molte e complesse, ma un elemento può sicuramente essere individuato nel punto chiave all’inizio della nostra storia: l’esercito. Sebbene in un contesto storico, politico e culturale molto diverso, anche il numero di astronaute donne italiane è strettamente legato alla presenza femminile nell’aeronautica militare. Che in Italia inizia tardissimo, molto più tardi rispetto al resto d’Europa: un decreto di approvazione del reclutamento militare femminile su base volontaria del 1997 viene reso effettivo per l’aeronautica soltanto nel 2000.

Samantha Cristoforetti, il cui brillante curriculum si è formato proprio grazie all’esperienza nell’Accademia Aeronautica, arriva oggi a dimostrare che anche al ritardo italiano si può porre rimedio. E aggiunge un altro tassello per appianare le differenze di genere nella corsa allo spazio.