MA UN SENSORE DI VENTO HA DATO FORFAIT

Curiosity, ecco gli spettri prodotti dal laser

Il rover marziano ha compiuto i suoi primi passi, sette metri in tutto. Uno degli anemometri non sta inviando dati, ma i primi esperimenti con il laser sono un successo: le rocce polverizzate hanno svelato la loro composizione chimica, già decifrata e inviata a Terra.

Le tracce lasciate da Curiosity sul suolo marziano durante la passeggiata di prova di mercoledì scorso (crediti: Nasa/JPL)

Se volete scoprire di cosa siete fatti, pensateci due volte prima di rivolgervi al Mars Science Laboratory. Per fornirvi una risposta, il laboratorio marziano – meglio noto come Curiosity – non esiterebbe un istante a scaricarvi contro un raggio laser. E che laser: la sua potenza equivale alla luce di un milione di lampadine concentrata tutta in un unico punto, piccolo quanto la capocchia di uno spillo. È esattamente ciò che si è divertito a fare nei giorni scorsi: la sua spada laser ha già sparato 500 colpi, e il buon “Marswalker” della NASA ci sta prendendo sempre più gusto.

Lasciata la prima “vittima” sul campo (una roccia dalle dimensioni di un pugno, nome in codice N-165 ma prontamente ribattezzata Coronation), è passato a vaporizzare, dalla rispettabile distanza di 7 metri (portata massima efficace del raggio), un gruppo di pietre che se ne stavano placide, probabilmente da miliardi di anni, in un’area denominata Goulburn.  «Rocce bruttissime a vedersi», ci ha tenuto a chiarire Roger Wiens, responsabile di ChemCam, lo strumento che si avvale del laser.

Brutte o belle che siano, ciò che più conta è però l’aspetto scientifico. ChemCam non spara ai suoi bersagli pietrosi per divertirsi, bensì per analizzarne la composizione chimica. Come? Non appena la superficie della malcapitata roccia viene vaporizzata, ecco che entra in azione un piccolo telescopio, con un’apertura di circa 10 centimetri, che cattura la luce emessa dal plasma incandescente. Luce che, tramite una fibra ottica, viene poi convogliata all’interno del rover, nel laboratorio chimico vero e proprio. Dove uno spettrometro la scinde in tutte le sue componenti, estraendone le “impronte” che permettono di risalire in modo univoco agli elementi presenti nella roccia stessa.

Ebbene, le prime impronte spettrali sono già giunte a Terra, e con immensa gioia degli scienziati – vabbè, per ora si sono limitati a stappare una bottiglia di champagne, ma l’entusiasmo era alle stelle – sono apparse subito nitidissime. Una rapida scorsa alla tavola periodica, e i “colpevoli” sono subito saltati fuori: Coronation è una roccia basaltica, è stato l’unanime verdetto. E grazie a tracce di idrogeno e magnesio, rilevate solo dopo le prime mitragliate laser e poi più, i ricercatori sono riusciti persino a ipotizzare la presenza di uno strato di polvere attorno alla roccia.

D’accordo, come risultato può non sembrare così eccitante. Ma, oltre a indicare che il sistema funziona, consente agli scienziati di tararlo alla perfezione. Poi via, a caccia di altre rocce da bersagliare, sperando d’imbattersi prima o poi in quella che mostrerà segni inequivocabili dell’interazione con organismi biologici.

Già, poi via, ma per quanto? Il tour organizer prevede circa 20 chilometri, da percorrere in tutta calma. Di questi, Curiosity ne ha percorsi per ora appena 7 metri. Li ha coperti in 16 minuti, e nemmeno in linea retta. S’è infatti mosso come un cavallo sulla scacchiera: 4.5 metri in avanti, poi 2.5 di lato. Poi si è girato a contemplare e fotografare le tracce lasciate sul suolo marziano: magari meno interessanti, dal punto di vista scientifico, delle impronte spettrali di Coronation, ma comunque emozionantissime per noi che chissà mai quando ci metteremo piede, lassù.

Laser esuberante, motori in magnifica forma, laboratorio chimico euforico… tutto per il meglio, dunque? Pare proprio di sì. C’è giusto un piccolo neo a rendere un po’ più umana la perfezione che sta contraddistinguendo quest’avventura: un sensore di vento che, per ora, non dà segni di vita. Fa parte uno dei due gruppi di strumenti REMS (Rover Environmental Monitoring Station), forniti dalla Spagna, dedicati al controllo ambientale. «Forse, durante la fase di atterraggio, un sassolino potrebbe aver colpito i delicati circuiti elettrici presenti su uno dei due bracci di REMS», ipotizza Ashwin Vasavada, del Jet Propulsion Laboratory. «Vorrà dire che, per ottenere la velocità e la direzione del vento, dovremo utilizzare al meglio il sensore che ci rimane».