A volte basta una frase per rivoluzionare la storia della scienza. Non una nuova osservazione del cielo o una pagina piena di calcoli. Una frase apparentemente semplice, scritta quasi di passaggio da qualcuno che, mentre la butta giù, non può certo immaginare che tre secoli e mezzo più tardi gli storici torneranno a interrogarla.
La frase è in latino e si trova in un manoscritto del Seicento conservato oggi alla Biblioteca Nacional de España, all’interno di una descrizione tecnica lunga poco più di una pagina, e recita: fabricatum a Galilaeo. Fabbricato da Galileo.

Immagine del manoscritto di Ignacio Munoz in “Observationes Diversarum Artium” del 1666, conservato nella Biblioteca Nazionale di Spagna. Nella terza riga è ben visibile la frase “fabricatum a Galileo”. Crediti: Biblioteca Nazionale di Spagna
Tre parole al centro di una storia che attraversa Firenze, Madrid, Venezia, le Filippine e Città del Messico e che, se un giorno nuove prove dovessero confermarle, potrebbero modificare un capitolo della storia dell’ottica. Il protagonista è un telescopio terrestre a quattro lenti la cui descrizione, intitolata De Tellescopiis Stellarum, occupa una porzione molto ridotta del manoscritto Observationes diversarum artium. Il testo è stato individuato dal ricercatore dell’Università di Limerick (Irlanda) José María Moreno Madrid, che ne ha studiato il contenuto, la struttura e il contesto storico, pubblicando le sue osservazioni sulla rivista Annals of Science.
La data del manoscritto precisa: 8 agosto 1666. Il luogo è altrettanto significativo: Città del Messico. Qui il domenicano Ignacio Muñoz si trova davanti a un telescopio appartenuto ad Antonio Sebastián de Toledo Molina y Salazar, secondo marchese di Mancera e viceré della Nuova Spagna. E non lo osserva semplicemente attraverso l’oculare. Lo smonta, ne studia i componenti, misura le distanze fra le lenti e ne disegna la struttura. È una sorta di autopsia ottica, condotta su uno strumento che, secondo la sua annotazione, sarebbe stato costruito da Galileo Galilei.
Muñoz era un personaggio a dir poco singolare. Nato a Burgos, in Spagna, ed entrato nell’ordine domenicano nel 1628, partì per le Filippine insieme ad altri quindici frati, rimanendo coinvolto in una controversa iniziativa religiosa e finendo in esilio nell’India portoghese. Continuò comunque a occuparsi di matematica, astronomia e navigazione e, tornato nei territori della monarchia spagnola, arrivò fino alla corte di Filippo IV promettendo al sovrano un progetto destinato a migliorare le capacità della flotta spagnola.
Nel 1666 arrivò infine nella Nuova Spagna. Il viceré, però, non sembrava disposto a fidarsi ciecamente delle sue credenziali e decise di metterlo alla prova. Fra gli esercizi affidati al frate ci fu proprio l’analisi del telescopio. Il risultato finì in un’opera di quasi mille pagine che raccoglie una quantità sorprendente di saperi: astronomia, matematica, astrologia, idrografia, musica, architettura e scienza militare. In mezzo a tutto questo, una pagina e un quarto dedicata a un telescopio. In quelle poche righe Muñoz fa qualcosa di straordinariamente prezioso: descrive l’oggetto dall’interno, lo disegna, indica le sue componenti, riporta distanze, annota dimensioni. Ed è qui che arriva la sorpresa.
Lo strumento descritto da Muñoz non è il classico cannocchiale galileiano a due lenti. È un telescopio terrestre a quattro lenti, una configurazione molto più complessa. Il cannocchiale che Galileo aveva reso celebre era, relativamente semplice nella sua configurazione fondamentale, formato appunto da due lenti: un obiettivo convesso per raccogliere la luce e un oculare concavo per osservare un’immagine ingrandita e diritta. Il sistema aveva però un limite serio: il campo visivo era molto stretto. Per l’astronomia poteva essere un compromesso accettabile, per osservare oggetti terrestri lontani molto meno. Un’alternativa consisteva nell’utilizzare due lenti convergenti, come nel telescopio kepleriano. Il campo può diventare più ampio e l’ottica è più adatta a ottenere grandi ingrandimenti, ma l’immagine finale è capovolta. Per osservare il cielo non era un problema; per guardare una nave, un paesaggio o una persona lontana, decisamente sì. Da qui nacque il telescopio terrestre a quattro lenti, dove l’obiettivo raccoglieva la luce e formava un’immagine intermedia; una coppia di lenti convergenti modificava nuovamente il percorso dei raggi, permettendo di restituire all’occhio un’immagine correttamente orientata; l’oculare provvedeva infine all’ingrandimento. Quattro lenti, dunque, non significavano semplicemente «più potenza», ma un diverso progetto di architettura ottica. Inoltre, più lenti portavano anche più difficoltà: ogni superficie ottica poteva introdurre riflessi, perdita di luce e nuove aberrazioni. Nel Seicento, quando il vetro non era certo quello delle moderne ottiche di precisione, costruire un sistema del genere richiedeva una notevole abilità artigianale.

Misurazioni fatte da Ignacio Munoz in “Observationes Diversarum Artium” del 1666 conservato nella Biblioteca Nazionale di Spagna. Crediti: Biblioteca Nazionale di Spagna
Secondo la storiografia tradizionale, sistemi di questo tipo cominciarono a emergere intorno al 1643-1645, generalmente associati agli ottici tedeschi Antonious Maria Schyrlaeus de Rheita e Johannes Wiesel, che ne parla nel 1947 come una soluzione molto recente. E questo è precisamente ciò che rende sorprendente la descrizione di Muñoz che ne descrive uno nel 1666, attribuendolo a Galileo. «Se, come sostiene il testo, il telescopio analizzato fosse stato effettivamente costruito da Galileo, allora la prima sperimentazione nota con telescopi a quattro lenti dovrebbe essere fatta risalire al più tardi al 1630 e attribuita a lui», sottolinea Moreno Madrid, autore della scoperta. «Inoltre, il De Tellescopiis Stellarum di Muñoz diventerebbe l’analisi tecnica più dettagliata di un telescopio di cui sia provata la fabbricazione da parte di Galileo – e, in modo un po’ paradossale, riguarderebbe un telescopio a quattro lenti piuttosto che il modello galileiano che alla fine ha preso il suo nome».
Dunque, se l’informazione fosse corretta, il telescopio sarebbe arrivato nelle mani del viceré dopo essere passato attraverso una storia che oggi non siamo ancora in grado di ricostruire esattamente, e l’astronomo pisano potrebbe averlo costruito molto prima – almeno un decennio – della comparsa pubblica della tecnologia. Ma come sarebbe potuto arrivare un simile strumento a Città del Messico?
Una possibile pista passa dalla Spagna. Galileo aveva avuto per anni rapporti con la monarchia spagnola a proposito di uno dei grandi problemi scientifici del Seicento: determinare la longitudine in mare. La sua idea sfruttava i satelliti di Giove, i cui moti avrebbero potuto funzionare come una sorta di orologio celeste. Per osservarli da una nave serviva però un telescopio affidabile. Galileo cercò di convincere la corte spagnola e, nel 1630, inviò a Madrid un grande telescopio destinato a Filippo IV. Era lungo circa tre braccia fiorentine, quasi 1,75 metri. Il re lo provò, ma due giorni dopo la lente principale si staccò e si frantumò e Galileo dovette inviarne una sostitutiva. La storia, però, contiene un dettaglio ancora più interessante. Alla corte spagnola arrivarono anche piccoli telescopi destinati alla regina. In totale, dunque, tre strumenti costruiti da Galileo risultano documentati a Madrid: il grande cannocchiale per Filippo IV e due telescopi più piccoli. Poi le loro tracce si perdono.
Il marchese di Mancera aveva avuto una lunga carriera diplomatica prima di diventare viceré della Nuova Spagna, era quindi un uomo con accesso alle reti politiche e culturali della monarchia spagnola. È possibile, almeno in teoria, che il telescopio analizzato da Muñoz fosse arrivato a lui attraverso la corte. E se fosse stato proprio uno dei piccoli strumenti inviati da Galileo? Non esiste, al momento, una catena documentaria che colleghi quello strumento a uno dei telescopi inviati a Madrid, né abbiamo una lettera di Galileo che descriva un telescopio a quattro lenti costruito intorno al 1630. Il telescopio di Mancera non è sopravvissuto, almeno non come oggetto identificato. Ma ne resta una sorta di impronta: i disegni, le misure e la descrizione di Muñoz permettono di ricostruirne la configurazione. Non abbiamo più il tubo né le lenti, ma abbiamo qualcosa di prezioso: una descrizione tecnica scritta quando lo strumento esisteva ancora.
Ciò sarebbe particolarmente utile, perché dei telescopi di Galileo sappiamo meno di quanto si possa immaginare. L’astronomo italiano, come è noto, sosteneva con fermezza di non aver mai venduto e di non voler mai vendere nessuno dei suoi telescopi. Nessuno degli otto telescopi fabbricati nella prima metà del XVII secolo e giunti fino ai giorni nostri può essergli attribuito in modo inequivocabile. Galileo, paradossalmente, ci ha lasciato moltissime testimonianze sull’uso del cannocchiale, ma relativamente poche informazioni sulla sua costruzione concreta. Sappiamo cosa vide, quanto quelle osservazioni cambiarono l’astronomia. Sappiamo che sperimentò con lenti, tubi, ingrandimenti e configurazioni differenti. Ma quando si tratta di ricostruire materialmente i suoi strumenti, il quadro diventa molto più sfuggente. Il Museo Galileo a Firenze conserva due strumenti tradizionalmente attribuiti a lui, oltre a una lente associata alle sue prime osservazioni. Questi oggetti permettono di studiare concretamente la tecnologia del primo Seicento, ma non risolvono tutte le questioni sull’origine e sull’evoluzione degli strumenti galileiani.

Galileo Galilei mostra l’uso del cannocchiale al Doge di Venezia in un affresco di Giuseppe Bertini. Crediti: Wikimedia Commons
Se Galileo costruì davvero questo cannocchiale, la conseguenza più immediata sarebbe cronologica e la storia del telescopio terrestre a quattro lenti andrebbe anticipata di oltre un decennio. Non significherebbe necessariamente che Galileo ne abbia inventato la configurazione definitiva: potrebbe averla sperimentata, costruito uno o pochi prototipi o persino abbandonata. Invenzione e diffusione, nella storia della tecnologia, non coincidono. E un simile episodio aggiungerebbe anche una sfumatura importante al ritratto di Galileo, non solo astronomo e matematico, ma anche sperimentatore di strumenti, interessato a costruire nuovi modi di osservare.
Ma potrebbe essere vero anche il contrario: Muñoz potrebbe essersi sbagliato, il marchese di Mancera potrebbe essere stato male informato, oppure il telescopio potrebbe essere stato attribuito a Galileo da un costruttore successivo, considerando anche che il nome di Galileo, già nel Seicento, aveva un prestigio enorme e poteva aumentare considerevolmente il valore di uno strumento. Anche in questo caso, però, il documento conserverebbe un valore straordinario: testimonierebbe la presenza e la circolazione di un sofisticato telescopio a quattro lenti nella Nuova Spagna del Seicento, un’istantanea perfetta di qualcosa che, forse, non c’è più. Per stabilire l’origine dello strumento serviranno ora inventari, corrispondenze, registri di collezioni e qualsiasi traccia capace di collegarlo agli strumenti inviati da Galileo alla corte spagnola.
C’è un altro aspetto della storia che rimarrebbe importante anche se l’attribuzione a Galileo dovesse un giorno essere smentita: il viaggio del telescopio. Europa, Spagna, Atlantico, Nuova Spagna e, sullo sfondo, anche le rotte verso le Filippine percorse dallo stesso Muñoz. La storia del manoscritto mostra quanto fosse mobile la cultura scientifica del Seicento e come gli strumenti passavano da un laboratorio a una corte, a una collezione privata… Le idee viaggiavano insieme agli oggetti e la scienza del Seicento non era affatto immobile, ma fatta di lettere, viaggi, patroni, artigiani, missionari, mercanti, diplomatici e strumenti, spesso i testimoni più silenziosi di questa circolazione.
Per ora resta una frase. Tre parole in latino, scritte a Città del Messico da un frate che stava cercando di dimostrare a un viceré di essere un uomo di scienza e non un ciarlatano. Forse è davvero la traccia di un esperimento dimenticato, forse è un errore. Ma, nella storia della scienza, anche un dubbio ben documentato potrebbe diventare una sensazionale scoperta.
Per saperne di più:
- Leggi su Annals of Science l’articolo “De Tellescopiis Stellarum (1666). Was Galileo experimenting with four-lens terrestrial telescopes by 1630?” di José María Moreno Madrid






