“… se fossi re, vorrei tentare questo esperimento di fisica. Riformerei un abuso che esclude, per così dire, la metà del genere umano. Farei partecipare le donne a tutti i diritti dell’umanità, e soprattutto a quelli dell’ingegno”.
Questa frase di Émilie du Châtelet compare nella prefazione della sua traduzione in francese de La favola delle api (The Fable of the Bees) di Bernard Mandeville. La femme savante, oggi celebre per aver tradotto i Principia di Newton, sottolinea apertamente come l’esclusione delle donne dalla scienza e dalla cultura non sia un limite naturale, ma un’ingiustizia sociale legata alla mancanza di un’educazione paritaria.
Nel saggio Il cielo della parità. Le donne, la scienza e l’esplorazione del cosmo, Natacha Fabbri, storica della scienza e della filosofia e responsabile di progetti presso il Museo Galileo di Firenze, dimostra come il cosmo sia stato un potente strumento simbolico di emancipazione, di riscatto intellettuale e di rivendicazione di parità tra i sessi dal Seicento ai giorni nostri. Per farlo, guida chi legge in un viaggio che attraversa non solo il tempo, ma anche diversi aspetti che hanno accompagnato l’umanità: dalla filosofia alla moda, dalla musica alla conquista dello spazio, sviluppando connessioni curiose o citando scritti inediti, come quello di Simone de Beauvoir sulla cosmonauta Valentina Tereškova.
Il capitolo che maggiormente ci interessa riguarda le astronome del passato; dal Seicento fino ai primi dell’Ottocento si assiste a una presenza silenziosa, quasi artigianale, ma costante che accompagna il nucleo familiare maschile dedito alla professione astronomica fino ai grandi progetti dei cataloghi stellari. Dal passato remoto i nomi pervenuti sono pochi, dato che i lavori venivano firmati da un unico familiare e così risulta difficile scindere l’apporto effettivo dei vari componenti.
Ma esistono delle eccezioni come la polacca Maria Cunitz, definita la seconda Ipazia per la sua vasta erudizione, che da sola pensò di correggere le tavole di Keplero attraverso calcoli manuali, pubblicandoli nel 1650, a sue spese, con il titolo Urania Propitia. Oppure nel primo volume della Machina coelestis, ritroviamo ritratti due coniugi, Elisabetha Koopman e Johannes Hevelius, intenti a manovrare e osservare presso il grande sestante presente nel loro osservatorio astronomico a Danzica, conosciuto e visitato da numerosi astronomi europei. Qui Elisabetha divenne la responsabile oltre che assistente dei numerosi astronomi in visita di apprendimento, ma nel 1679 un incendio distrusse l’osservatorio e parte dei preziosissimi dati astronomici, frutto di circa dieci anni di analisi. Lui morì poco dopo, ma lei non si scoraggiò neppure dopo il dissesto economico ereditato, e da sola completò l’opera Prodromus astronomiae: il più vasto catalogo astrale ottenuto senza l’ausilio del telescopio.
Maria Clara Eimmart sui tetti di Norimberga, dove era posto l’Osservatorio del padre, terminò nel 1698 la sua ultima tavola astronomica, realizzandone ben 350 nel corso della sua breve vita; in particolare comete, macchie solari, eclissi e montagne lunari, sono frutto di accurate osservazioni effettuate al telescopio. Vendute in tutta Europa, in un’epoca priva di macchine fotografiche, ne sopravvivono alcune esposte a Bologna presso il Museo della Specola, a Palazzo Poggi.
Un raffinato connubio tra arte e scienza che incarna appieno la visione di una parità celeste capace di riflettersi, finalmente, anche sulla Terra.







