Due orecchie, un muso pronunciato e, al centro, una stella che ricorda il tipico naso a bottone del re della savana: sono questi i tratti che hanno valso a Ngc 2392 il soprannome di Nebulosa del Leone. Scoperta nel 1787 dall’astronomo e compositore tedesco William Herschel, Ngc 2392 si trova relativamente vicina alla Terra, a circa 6500 anni luce di distanza, e infatti risulta visibile, nella costellazione dei Gemelli, anche dal proprio giardino di casa con un piccolo telescopio.

La Nebulosa del Leone vista nel 2000 da Hubble nel visibile con la fotocamera Wfcp2. Crediti: Nasa, Andrew Fruchter and the Ero Team (Sylvia Baggett, Stsci; Richard Hook, St-Ecf; Zoltan Levay, Stsci)
Per più di due decenni il volto della Nebulosa del Leone è rimasto impresso nelle immagini scattate da Hubble all’inizio del 2000, e ora torna sotto i riflettori grazie al James Webb Space Telescope che, con la sua sensibilità, ha rivelato nuovi dettagli finora rimasti indistinguibili.

La Nebulosa del Leone osservata da Webb con lo strumento NirCam. I resti della stella centrale sono responsabili della struttura della nebulosa, che comprende una bolla di gas ionizzato a forma di muso di leone e una “criniera” di polvere. Crediti: Nasa, Esa, Csa, Stsci; elaborazione dell’immagine: Alyssa Pagan (Stsci)
A differenza di Hubble, che è in grado di osservare nella parte visibile dello spettro elettromagnetico, Webb si occupa di rilevare la luce infrarossa grazie ai suoi due strumenti principali: NirCam e Miri, rispettivamente per le lunghezze d’onda nel vicino e medio infrarosso. Per questo motivo le immagini pubblicate dalla Nasa sono due, una per ogni strumento. A prima vista, la struttura d’insieme di Ngc 2392 non appare troppo diversa da quella immortalata da Hubble, ma è nel dettaglio che Webb fa la differenza, evidenziando la presenza di grumi compatti di polvere e una foschia di gas ionizzato.
Dietro l’aspetto quasi familiare della Nebulosa del Leone si nasconde una delle fasi più affascinanti dell’evoluzione stellare. Ngc 2392 è infatti una nebulosa planetaria: ciò che resta degli strati esterni espulsi da una stella ormai giunta alle ultime fasi della propria vita. Questi oggetti particolarmente scenografici, che spesso finiscono sugli sfondi dei nostri cellulari, si originano a partire da stelle di piccola massa che, quando non sono più in grado di sostenersi attraverso le reazioni di fusione nel loro nucleo, diventano instabili e iniziano a pulsare, espellendo progressivamente nello spazio i loro strati più esterni. Il materiale espulso forma così gusci di gas e polvere che, illuminati dalla radiazione della stella, danno vita alla nebulosa. Al centro rimane il nucleo stellare, estremamente caldo, noto comunemente come nana bianca.
Il muso del leone, in particolare, è una bolla di gas ionizzato che la nana bianca centrale sta “cuocendo” dall’interno e che si espande nel tempo, distruggendo la polvere che incontra sul suo cammino. La criniera è invece la parete interna di un guscio di polvere illuminato dalla stella stessa e i ciuffi, che sembrano peli arruffati, sono agglomerati di polvere abbastanza densi da essere sopravvissuti alla radiazione, facendo da schermo al materiale che si trova dietro di loro.

L’immagine nel medio infrarosso della nebulosa planetaria Ngc 2392 ripresa dal James Webb Space Telescope della Nasa mette in evidenza le diverse strutture di polvere. Una parte della polvere viene distrutta dalla radiazione della stella centrale, mentre alcuni filamenti riescono a sopravvivere. Crediti: Nasa, Esa, Csa, Stsci; elaborazione dell’immagine: Alyssa Pagan (Stsci)
Anche se i nostri telescopi sembrano “congelare” la nebulosa in un istante, gli effetti della morte della stella proseguono incessantemente, con il vento stellare che arriva a toccare velocità superiori al milione di chilometri all’ora, disperdendo sempre di più i gas e le polveri che formano la nebulosa. Per questo motivo, gli astronomi stimano che tra circa diecimila anni – un tempo brevissimo su scala astronomica – la Nebulosa del Leone sarà scomparsa.






