
Frank Close, “Il distruttore di mondi. La storia dell’era nucleare 1895-1965”, Castelvecchi, 2026, 340 pagine, 25 euro
Ci sono momenti nella storia in cui la conoscenza subisce un punto di non ritorno, accelera, si spezza e si ricompone in qualcosa di radicalmente nuovo. La prima rivoluzione industriale, innescata dal genio ingegneristico di James Watt, aveva dato all’umanità la forza meccanica dei motori a vapore. Quella dell’induzione elettromagnetica, con Michael Faraday, le aveva insegnato a governare forze invisibili. Ma è con la fisica del Novecento che il salto si fa vertiginoso: l’umanità non si limita più a dominare la natura, ma ne forza i segreti fino al nucleo.
Quel punto di non ritorno ha una data precisa, un luogo e un’ora: 16 luglio 1945, deserto del New Mexico, ore 5:29. Un lampo silenzioso squarcia l’alba. È il test Trinity. Quell’istante segnò l’ingresso dell’umanità nell’era atomica.
È da qui che Frank Close, professore emerito di fisica teorica all’Università di Oxford, tra i più autorevoli autori di divulgazione scientifica, decide di far partire il suo ultimo libro, “Il distruttore di mondi. La storia dell’era nucleare 1895-1965, edito da Castelvecchi. Un prologo che non introduce soltanto la storia, ma ne definisce subito la traiettoria. Il racconto di Close riparte dal 1895, quando i raggi X rivelano che la materia non è opaca, ma attraversabile. Da lì la realtà si incrina: gli atomi smettono di essere unità indivisibili e diventano mondi. E, come in ogni nuovo mondo, servono nuovi esploratori.
Il volume si sviluppa come una costellazione di storie intrecciate: intuizioni, errori, ossessioni. Figure celebri convivono con personaggi meno noti, restituiti nella loro dimensione umana, immersi in reti di relazioni, rivalità e lampi di genio. Al suo interno, una selezione di fotografie ci mostra i volti di chi ha preso parte alla rivoluzione. Tra queste, anche il timelapse della loro creazione più terrificante, il test Trinity, con una sequenza visiva che cristallizza in pochi istanti ciò che ha cambiato per sempre il destino del mondo.
Close rende bene la dimensione quasi artigianale della fisica dei primi decenni del Novecento. Ambienti in cui si respirava un’aria sospesa tra intuizione e azzardo e dove pochi riuscivano a vedere ciò che agli altri restava invisibile. È in contesti come questi, come nel laboratorio di via Panisperna a Roma, che nascono molte delle scoperte del secolo. Enrico Fermi – racconta Close – distingueva tra bravi fisici, grandi fisici e una rarissima élite che chiamava maghi. La parola non è casuale. Perché ciò che questi scienziati stavano facendo, agli occhi dei contemporanei, somigliava davvero a una forma di magia: trasformare la materia, evocare energie invisibili, piegare le leggi della natura fino a rivelarne di nuove. In quella cerchia ristretta rientravano figure come Einstein e Newton, ma anche il più enigmatico di tutti: Ettore Majorana. La sua figura appare centrale in uno degli episodi più suggestivi del libro e la sua scomparsa resta uno dei misteri più profondi della scienza moderna. Close la sfiora con delicatezza, ma lascia emergere una domanda inquietante: Majorana aveva forse intuito ciò che stava per accadere? Aveva compreso in anticipo il prezzo morale di quella scoperta? Il suo silenzio sembra risuonare ancora oggi come un’ombra sull’intera storia dell’era nucleare.
Non tutti, però, rimasero ciechi di fronte agli enigmi della natura. Niels Bohr fu tra i pochi a interrogarsi sull’instabilità dell’uranio sotto il bombardamento dei neutroni cosmici, formulando domande che rivelano quanto fosse ancora fragile il confine tra comprensione e catastrofe. Ma il mondo della scienza era ancora lento e frammentato, le comunicazioni internazionali erano limitate, si scrivevano lettere e le riviste attraversavano gli oceani. Le notizie arrivavano tardi, mentre la storia correva più veloce della conoscenza. Anche nell’Unione Sovietica, dove i fisici erano già consapevoli della fissione nucleare, si scoprì qualcosa di inatteso.
La fisica teorica diventa tecnologia bellica, le equazioni si traducono in dispositivi e la conoscenza smette di essere neutra. Nasce la filosofia della difesa basata sull’equilibrio – instabile – del terrore: la Guerra Fredda. Una tensione permanente fondata sulla possibilità concreta dell’annientamento reciproco, la convinzione che l’unico modo per evitare la distruzione sia possedere la capacità di infliggerla.
La rivoluzione scientifica smette di essere solo conoscenza e diventa storia, politica, morale. Close riesce a tenere insieme questi livelli senza appesantire la narrazione, pur mantenendo il rigore scientifico. La scrittura resta accessibile e, in molti passaggi, sorprendentemente coinvolgente. Emerge una consapevolezza lucida sulla storia dell’era nucleare, che è anche la storia di ciò che siamo diventati. Ogni rivoluzione, per quanto nata dalla curiosità e dall’ingegno, porta sempre con sé una zona d’ombra.
E allora sì, forse quei fisici erano davvero dei “maghi”, ma la loro più grande magia è stata metterci davanti alle conseguenze delle nostre stesse scelte. Perché il futuro non dipende solo da ciò che siamo in grado di fare, ma dal coraggio di fermarci un istante prima. È proprio in quell’istante sospeso che si gioca tutto, ciò che diventeremo o ciò che rischiamo di non essere più.






