L’AUTOBIOGRAFIA DELLA DIRETTRICE SCIENTIFICA DEL SETI INSTITUTE

Ai confini dell’astrobiologia

L’editore Castelvecchi ha pubblicato “Viaggio ai confini della vita”, in cui la planetologa e astrobiologa franco-statunitense Nathalie Cabrol racconta tutta la sua avventura umana e scientifica. Il libro, denso e sincero, permette di scoprire sia l’innato piglio da esploratrice della autrice, sia alcune fra le tappe importanti che hanno caratterizzato lo sviluppo della astrobiologia negli ultimi decenni

     09/03/2026

Nathalie A. Cabrol, “Viaggio ai confini della vita”, Castelvecchi, 2025, 400 pagine, 25 euro

«La nostra biosfera è il prodotto di 4 miliardi di anni di coevoluzione tra la vita e il suo ambiente, e ciò vale anche per i nostri cervelli». Basterebbe questa frase, estratta dalle considerazioni finali del libro, per farsi venire voglia di leggere Viaggio ai confini della vita (Castelvecchi, 2025) di Nathalie Cabrol.

Si tratta dell’autobiografia della nota planetologa, astrobiologa ed esploratrice franco-statunitense, responsabile di diversi programmi di ricerca del Nasa Ames Research Center, e – dal 2015 – direttrice scientifica del Carl Sagan Center for the Study of Life in the Universe al Seti Institute, entrambi in California.

Il corposo volume è uscito in francese nel 2021, quindi è precedente a L’alba di nuovi orizzonti. Alla ricerca della vita nell’Universo del 2023, un saggio – già recensito su Media Inaf – che fa il punto sui notevoli progressi degli ultimi decenni dell’astrobiologia e di tutte le varie discipline che, con diversi approcci, vogliono rispondere alla domanda se siamo soli o meno nell’universo.

In Viaggio ai confini della vita prevale la narrazione autobiografica, dai ricordi d’infanzia agli studi in Francia e le vacanze in Italia, passando per tutte le tappe che hanno contraddistinto l’importante carriera alla Nasa, fino alle nuove prospettive di ricerca in astrobiologia che tuttora informano la sua attività al Seti Institute («Non andrò mai in pensione», confessa).

L’opportunità di scrivere un’autobiografia, spiega l’autrice, nasceva anche da una pressante necessità di fare i conti con il suo vissuto personale. «Guardare il passato non è così facile quando si consacra la vita a immaginare il futuro», avverte il lettore Cabrol nell’introduzione.

Ma poi ammette che il potere taumaturgico del racconto l’ha portata ad accettare tanti «fantasmi del passato» e leggerli in una nuova luce ispiratrice, addirittura come «bastoni da passeggio di quel viaggio fuori dal tempo» che le fa attraversare continenti, emisferi e pianeti.

Nella prima parte, che riguarda l’infanzia fino ai primi lavori di ricerca all’Osservatorio di Parigi-Meudon, anche il lettore italiano (il libro è uscito in Francia) può ritrovare elementi familiari, ma contemporaneamente apprezzare in controluce tanti dettagli, per esempio le differenze dei sistemi formativi d’oltralpe.

Nel momento in cui l’autrice si trasferisce negli Stati Uniti cambia il ritmo, che diviene più incalzante, a sottolineare l’atmosfera complessiva di grandi opportunità e diffusa competizione. Questo, va detto, non necessariamente a vantaggio della scorrevolezza della lettura.

Certamente, rimane come notevole racconto sul funzionamento di un ambiente scientifico altamente interdisciplinare come quello rivolto alle esplorazioni spaziali, dove pazienza, perseveranza e aggiornamento continuo sono doti indispensabili.

Esplorazione del giacimento di stromatolite di Laguna Blanca in Bolivia – 2006. Crediti: High Lakes Project Seti Institute / Nasa Astrobiology Institute

Cabrol si definisce soprattutto un’esploratrice, e questo risulta tanto più vero quando, a circa metà del libro, iniziamo a seguirla nelle missioni ai laghi delle Ande cilene e boliviane, con imprese estreme come l’immersione al lago sommitale del vulcano Licacanbur (5940 metri), dove ha stabilito il record mondiale femminile di apnea e immersione con autorespiratore in alta quota.

In quelle condizioni totalmente sfavorevoli alla vita, le missioni scientifiche guidate da Cabrol trovano – tra l’altro – batteri in micronicchie ecologiche, adattati per sopravvivere alla dose letale di raggi ultravioletti. Ecco che si manifesta uno dei significati del titolo: i “confini della vita”, in questo caso, sono quegli ambienti estremi in cui la vita non potrebbe “normalmente” resistere.

Ambienti terrestri che divengono analoghi per Marte come poteva essere quando, 4 miliardi di anni fa, stava perdendo atmosfera e acqua superficiale. Ma anche Marte come analogo della Terra di 4 miliardi di anni fa, quando sul pianeta che abitiamo iniziò la transizione da chimica prebiotica ai primi micro organismi (ecco un altro “confine della vita”): un periodo di cui non rimane traccia geologica a causa della tettonica a placche, assente su Marte.

Il racconto è avvincente ed estremamente chiaro. Oltre l’adattamento della vita ad ambienti estremi, nei laghi d’alta quota delle Ande, l’autrice documenta anche gli effetti del rapido cambiamento climatico sugli ecosistemi e sugli habitat lacustri, le loro firme geo-biologiche e la loro rilevanza per l’esplorazione planetaria.

La scienziata ha partecipato come astrobiologa senior a progetti del Seti Institute a partire dal 1998, per poi essere nominata successivamente direttrice del Carl Sagan Center, come dicevamo all’inizio. Qui forse vale la pena di riprendere qualche parola di spiegazione della stessa Cabrol sul Seti Institute, un’organizzazione non profit che basa la sua attività su fondi privati e partecipazione a bandi competitivi.

Nathalie Cabrol al National Book Festival 2024 (Crediti: Fuzheado – Wikimedia)

Benché rappresenti l’eredità storica del progetto Seti, noto al grande pubblico, «la ricerca della vita intelligente extraterrestre rappresenta un po’ meno del dieci per cento delle attività scientifiche e tecnologiche attuali», che comprendono astronomia e astrofisica, astrobiologia e bioscienze, esplorazione di pianeti ed esopianeti

Gli studi filosofici ed epistemologici in Francia facilitano a Cabrol il passaggio alla successiva, grande questione: «mentre ci imbarchiamo alla ricerca della vita nell’universo, non esiste alcuna definizione consensuale della vita sul nostro pianeta».

E su questo si trovano ampie riflessioni e prospettive, in particolare verso la fine del libro, passando anche per il concetto di coevoluzione citato in apertura. Un concetto che, in questo ambito, riguarda come la vita e l’ambiente interagiscano e si influenzino a vicenda.

Forse allora proprio in quest’interazione risiedono nuove chiavi di lettura per la ricerca della vita al di fuori della Terra, ma anche per una definizione universale di cosa sia la vita.

«Può darsi che la vita sia semplicemente quello che la vita fa, che la risposta sia sempre stata sotto i nostri occhi, evidente», scrive Cabrol nelle ultime pagine, «ma che non possiamo riconoscerla perché i nostri schemi intellettuali non ci permettono di scorgerla. L’astrobiologia esprime queste sfide sotto forma di domande fondamentali: “Che cos’è la vita? Come sapremo che l’abbiamo scoperta? Vi è un confine tra la chimica prebiotica e la vita?”».

Vi è un confine tra la chimica prebiotica e la vita? Il viaggio continua.