UN APPROCCIO BAYESIANO ALLA RICERCA DI TECNOFIRME

Per cercare E.T. meglio guardare lontano

Per oltre mezzo secolo gli scienziati hanno scrutato l'universo in cerca di tracce di tecnologie extraterrestri. Uno studio condotto da Claudio Grimaldi dell'Epfl affronta ora l’argomento in modo probabilistico partendo da una domanda: se i segnali alieni hanno già raggiunto la Terra senza che ce ne accorgessimo, cosa dovremmo realisticamente aspettarci di rilevare oggi?

     17/02/2026

Dove sono tutti quanti? Probabilmente più lontano di dove li stiamo cercando. E in questa risposta al paradosso di Fermi la parola chiave è probabilmente. In senso bayesiano. È infatti adottando un approccio bayesiano che il fisico teorico Claudio Grimaldi, nel suo articolo pubblicato ieri su The Astronomical Journal, giunge a concludere che, “se mai in passato ci sono stati contatti non rilevati provenienti da intelligenze extraterrestri della nostra galassia, le migliori prospettive di rilevamento potrebbero risiedere in ricerche che si estendono per diverse migliaia di anni luce, attendendosi comunque solo poche emissioni tecnologiche rilevabili”.

Una conclusione che certo non trasuda ottimismo, questa di Grimaldi, ricercatore del laboratorio di biofisica statistica alla École Polytechnique Fédérale di Losanna (Epfl), in Svizzera, ae utore di Cercare l’ago extraterrestre nel pagliaio cosmico. C’è qualcun altro là fuori? (Apogeo, 2024). Vediamo perché.

L’antenna di Howard Tatel. Crediti: Seti Institute

I parametri da cui la sua analisi prende le mosse sono tre. Anzitutto, come dicevamo, il numero di contatti passati – e ovviamente non rilevati) con la Terra. Secondo, la durata tipica delle tecnofirme, argomento su cui Media Inaf già aveva avuto occasione d’intervistare Grimaldi. E, infine, la distanza alla quale gli strumenti attuali, o del futuro prossimo, sono in grado di spingersi.

A proposito di segnali non rilevati, è comprensibile immaginare che possano essercene stati in passato, e dunque che altri ne stiano arrivando ora e ne arriveranno in futuro, solo in attesa di essere finalmente intercettati man mano che i nostri strumenti migliorano. Ma è proprio quest’approccio fiducioso a essere messo in discussione dall’analisi condotta da Grimaldi.

Ciò che emerge dall’analisi statistica è infatti che, per raggiungere una buona probabilità di rilevare tecnofirme che abbiano avuto origine entro un raggio di poche centinaia – o anche poche migliaia – di anni luce da noi, i segnali passati inosservati nel corso degli ultimi 65 anni, dunque da quando c’è il progetto Seti, dovrebbero essere incredibilmente numerosi. Addirittura superiori al numero di pianeti potenzialmente abitabili presenti in questa porzione di Via Lattea. Uno scenario estremamente improbabile, osserva Grimaldi.

La faccenda cambia estendendo significativamente le distanze alle quali “ascoltare”. Se ci si spinge fino a parecchie migliaia di anni luce, ecco infatti che i risultati dei conti si fanno meno mesti, e la plausibilità d’un futuro rilevamento aumenta. Restando comunque sempre scarsissima: non più di qualche segnale rilevabile in tutta la Via Lattea in un dato momento.

In conclusione, se vogliamo avere qualche speranza di trovare prove di intelligenza extraterrestre, due sono i principali takeaways dello studio di Grimaldi. Primo, non concentrarsi solo sul nostro vicinato cosmico, ma ampliare lo sguardo a vaste porzioni della Via Lattea. Secondo, avere molta pazienza, perché la ricerca di Et non consiste tanto nell’attesa di un segnale Wow! quanto, piuttosto, in un’impresa difficile e a lungo termine.

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