
Albino Carbognani, “Destinazione spazio profondo. Verso Proxima e Barnard per esplorare nuovi pianeti” (con una prefazione di Patrizia Caraveo), Edizioni Dedalo, 2025, 260 pagine, 18 euro
Scrivendo da anni articoli sui risultati delle osservazioni con i telescopi di pianeti più o meno esotici attorno a stelle che non siano la nostra, e leggendo i commenti delle nostre lettrici e dei nostri lettori a queste notizie, penso di conoscere bene il senso di frustrazione che inevitabilmente accompagna l’entusiasmo per l’annuncio della scoperta di nuovi mondi potenzialmente abitabili: anche se fosse, quando mai li potremmo raggiungere?
Siamo una specie nata per esplorare. Solo che, a differenza di quanto è avvenuto per decine di migliaia di anni, le terre inesplorate non sono più a qualche mese di navigazione. Nemmeno a qualche anno. Oggi le terre inesplorate e colonizzabili – quelle che, per quanto ostili, potremmo forse un giorno avere la possibilità di abitare – non si trovano più a distanze compatibili con la vita umana. Il nostro bisogno d’esplorare è destinato a doversi accontentare di farlo con la mente, con la conoscenza. Se anche scoprissimo – e non è affatto escluso che avverrà – un pianeta dal clima mite, dall’atmosfera respirabile e con acqua allo stato liquido in superficie, non potremmo comunque mai metterci fisicamente piede.
O forse sì? E se sì, come? A rispondere – con rigore scientifico ma anche con un approccio fiducioso – è il nuovo libro dell’astronomo dell’Inaf Albino Carbognani, Destinazione spazio profondo (Dedalo, 2025). Prima di continuare, però, un disclaimer è d’obbligo: voce nota al grande pubblico per le frequenti interviste alla radio e in tv, Carbognani è anche un collaboratore della nostra testata. Un collaboratore speciale: i suoi articoli figurano regolarmente fra quelli più letti e commentati. Credo anche di sapere il perché: Carbognani vive vicino alle stelle. È uno dei rari esseri umani, rari anche fra gli astronomi, che ancora trascorrono le notti a osservare il cielo. Passa letteralmente le ore di buio sotto alla cupola del telescopio di Loiano, sui colli bolognesi, a esplorare lo spazio. Conosce e sa raccontarci il cielo notturno come Giorgio Bassani conosceva e sapeva raccontarci Ferrara.
Quello che Carbognani racconta è l’universo dentro le mura. Non troverete nel suo libro lo spazio estremo, non si parla di buchi neri, di pulsar, di remote galassie, né tanto meno di big bang o multiversi. Per essere precisi – e se c’è un’altra cosa che nelle quasi trecento pagine del libro non incontrerete mai è la vaghezza, perché Carbognani quantifica sempre, e tutto – le “mura” dell’universo di Carbognani sono quelle che cingono lo spazio nel raggio di dieci anni luce da noi. Uno spazio che per quanto ne sappiamo ospita dodici stelle soltanto – quelle mostrate in copertina. Una è la nostra. È dunque sulle altre undici che si concentra l’attenzione del libro. E fra queste, in particolare, su quelle verso le quali – per la minor distanza e per la presenza accertata di esopianeti – potremmo un giorno salpare: la Stella di Barnard e le tre del sistema di Alpha Centauri.
A scanso d’equivoci, va detto che c’è molta scienza, soprattutto moltissima fisica, nel libro di Carbognani. Si parla di meccanica celeste, s’incontrano a più riprese le leggi di Keplero e quelle della dinamica newtoniana. Si descrivono i metodi e gli strumenti che permettono di scoprire la presenza d’un pianeta attorno a una stella. È una lettura che per essere gustata appieno richiede un po’ d’impegno, e magari di tenere carta e matita a portata di mano, soprattutto là dove ripercorre i concetti e le equazioni alla base della relatività – con quella dannata guastafeste di c, la velocità della luce, il limite invalicabile.
Invalicabile, ma al quale asintoticamente tendere. In che modo, e con quali risultati, è ciò di cui si occupa la seconda parte del libro. Quella in cui vengono passati in rassegna i mezzi che un giorno potrebbero portarci su un mondo abitabile a qualche anno luce dalla Terra. È la parte che ogni aspirante scrittore di fantascienza che voglia sviluppare le proprie storie mantenendosi entro l’alveo della plausibilità scientifica dovrebbe leggere. Dai razzi a propulsione chimica a quelli ionici, da quelli a propulsione nucleare alle vele solari. E ancora: astronavi generazionali, viaggi con equipaggio in stato di torpore sintetico o, addirittura, formato da embrioni congelati.
Tutto rigorosamente quantificato. Tutto. Dai tempi di frenata a quelli della dilatazione relativistica, dai litri d’acqua che è possibile recuperare alla percentuale di massa muscolare che si perde. Fino ai ventuno metri di corsa concessi a un pione prima di decadere, rendendo così almeno teoricamente realizzabile un’astronave con propulsione ad annichilazione di materia e antimateria in grado di portarci su Proxima b in poco più di otto anni terrestri – ma meno di sette per chi si trovasse a bordo, ringraziando la relatività ristretta.






