NUOVE MISSIONI IN ARRIVO PER MIGLIORARE LE PREVISIONI LEGATE ALLO SPACE WEATHER

Cos’abbiamo imparato dall’ultima tempesta solare

Non solo aurore, in seguito alle tre espulsioni di massa coronale che hanno raggiunto il nostro pianeta fra l’11 e il 13 novembre 2025. Diversi occhi nello spazio e in orbita attorno alla Terra si sono dedicati all’osservazione delle particelle e dei fenomeni causati dalla forte tempesta solare, e i dati sono in analisi all’Agenzia spaziale europea

     25/11/2025

Eccezionale e molto chiacchierata, l’aurora che s’è vista (anche) nei cieli italiani nelle notti dall’11 al 13 novembre scorso. La causa è stata una tempesta solare piuttosto forte durante la quale il Sole ha emesso tre espulsioni coronali di massa (Cme) consecutive nell’arco di 48 ore. Le particelle emesse hanno raggiunto la Terra provocando una tempesta geomagnetica il cui picco è durato circa sei ore, per fortuna senza conseguenze sulla funzionalità delle tecnologie a rischio. L’evento, oltre a fornire l’occasione di osservare un fenomeno particolare come le aurore senza doverle rincorrere nell’estremo nord, ha rappresentato un’opportunità per numerose missioni dell’Agenzia spaziale europea (Esa) – sia in orbita terrestre che nello spazio profondo – di raccogliere dati sulle radiazioni. Vediamo com’è andata.

Osservazione del Sole nell’ultravioletto estremo effettuata dallo strumento Aia del Solar Dynamics Observatory l’11 novembre. Crediti: Royal Observatory of Belgium / Sidc

All’inizio di quest’anno il Sole ha raggiunto il punto di “massimo” nel suo ciclo undecennale di attività, e si trova quindi in una fase turbolenta in cui l’avvento di una tempesta solare non dovrebbe generare stupore. L’ultima è cominciata l’11 novembre 2025, quando il Sole ha generato un’intensa eruzione solare di classe X che ha raggiunto il picco attorno alle 10:04 Utc, seguita meno di un’ora dopo da una Cme con una velocità iniziale stimata intorno a 1.500 km/s. Il giorno successivo, alle 18:50 Utc, la Cme ha raggiunto la Terra, innescando una forte tempesta geomagnetica durata circa sei ore prima di calare a livelli moderati. Gli scienziati hanno individuato una regione attiva sulla superficie del Sole (la Noaa Active Region 14274) che sarebbe responsabile dell’evento, e che in pochi giorni ha prodotto quattro brillamenti solari e altrettante Cme, tre delle quali dirette verso la Terra. La sequenza si è conclusa il 14 novembre, quando la regione attiva ha rilasciato un’ultima Cme prima di ruotare, assieme alla superficie del Sole, sul lato opposto rispetto alla Terra. Finalmente fuori dalla nostra visuale.

Conseguenze gravi per la tecnologia non ce ne sono state, dicevamo, e men che meno per gli esseri viventi. Ma qualcosa è comunque successo. Innanzitutto, un forte disturbo nelle comunicazioni radio nelle regioni del nostro pianeta esposte al Sole. Dopo il brillamento solare, è stato registrato un blackout radio in Europa, Africa e Asia, durato da 30 minuti a un’ora. È stato anche osservato un fenomeno chiamato Ground Level Enhancement (Gle), piuttosto raro, che si verifica una o due volte all’anno: particelle solari ad altissima energia sono riuscite a penetrare lo scudo magnetico terrestre, che normalmente è in grado di schermare tali eruzioni. Queste particelle ad alta energia possono essere pericolose per gli astronauti, possono danneggiare veicoli spaziali e dare origine, nell’atmosfera, a una cascata di particelle secondarie che, se raggiungono il suolo, potrebbero causare errori nei componenti elettronici. Non è la prima volta che accade una cosa simile, anzi, è la 77esima dagli anni ’40.

Fotografia dell’aurora boreale dall’Osservatorio di Asiago la notte tra l’11 e il 12 novembre. Crediti: F. Ferrigno

Ma qual è davvero il rischio corso e, soprattutto, qual è il nostro grado di conoscenza del Sole e dei fenomeni connessi alla sua attività? Per rispondere, c’è chi della tempesta solare ha approfittato per raccogliere dati utili: i veicoli spaziali dell’Esa, ad esempio, progettati proprio per resistere alle radiazioni della nostra stella. Come le due missioni solari dell’Esa e della Nasa Soho e Solar Orbiter, entrambe fuori dalla protezione magnetica terrestre, la prima in orbita attorno al Sole dal punto L1 e la seconda attualmente a circa 132 milioni di chilometri dalla nostra stella. Soho ha raccolto i primi dati e le prime immagini della Cme, mentre Solar Orbiter ha registrato il brillamento X5 e misurato le particelle che l’hanno investita per studiare la firma magnetica della Cme. Ci sono poi una serie di satelliti in orbita attorno alla Terra: gli star tracker della costellazione Swarm dell’Esa hanno rilevato fluttuazioni magnetiche dieci volte superiori al normale, accompagnate da un temporaneo aumento di protoni ad alta energia ai poli terrestri. Questo fenomeno ha generato delle “aurore di protoni” che, proprio a causa della loro intensità, sono risultate osservabili a latitudini più basse, anche in Italia. La missione Smos (Soil Moisture and Ocean Salinity), che orbita a 755 km, invece, ha misurato gli effetti nella parte alta dell’atmosfera terrestre: 14 ore prima dell’inizio della tempesta geomagnetica ha registrato un grande burst radio legato all’arrivo del brillamento solare.

Dai dati raccolti da queste sonde dedicate allo studio del Sole ci sarà sicuramente da imparare molto, ma rimane prioritario, secondo l’Agenzia spaziale europea, potenziare anche le capacità di previsione di questi fenomeni. Sebbene sia possibile stimare la probabilità di un’esplosione solare, prevedere con precisione il momento di arrivo di una Cme e la sua magnitudine rimane molto difficile. Per questo, l’Esa ha in cantiere diversi progetti. La missione Vigil, il cui lancio è previsto nel 2031, osserverà il Sole “di lato” dal punto di Lagrange L5, offrendo una visione continua dell’attività solare e un monitoraggio costante delle condizioni di space weather lungo la direttrice Sole-Terra. Questo permetterà una maggiore tempestività nell’identificazione di eventi pericolosi e darà tempo prezioso per proteggere satelliti e infrastrutture a terra. Attualmente, il monitoraggio operativo del vento solare in arrivo è svolto dal punto di Lagrange L1, ma nel caso di questa tempesta ha consentito un margine sull’impatto di appena 20 minuti. C’è infine Henon, il cui lancio è in calendario alla fine del prossimo anno, una missione di classe cubesat il cui obiettivo è proprio di migliorare le previsioni sui fenomeni legati allo space weather e potenziare il sistema di allerta a Terra.

Guarda il video della sonda Soho dell’espulsione coronale di massa di metà novembre: