CON IL COMMENTO DI ANGELA IOVINO, PRESIDENTE DEL CUG INAF

Il gender gap nelle pubblicazioni scientifiche

Le scienziate ricevono meno credito per i loro contributi alla ricerca rispetto agli uomini, comparendo sistematicamente meno spesso come autrici di brevetti e articoli su riviste scientifiche. Lo studio, pubblicato su Nature, dimostra come il lavoro femminile sia sottovalutato attraverso l'analisi di quasi diecimila progetti di ricerca statunitensi: una banca dati innovativa da cui partire per formulare azioni positive

     23/06/2022
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Vera Rubin intenta ad analizzare i suoi dati. Crediti: Vassar College Library

“Studiare qualcosa che non puoi vedere è difficile, ma non impossibile” scriveva nel 2004 Vera C. Rubin, astrofisica statunitense, in un volume che presenta le storie di cento grandi della scienza, pubblicato dall’Abdus Salam International Centre for Theoretical Physics di Trieste. Parlava della materia oscura, la misteriosa componente invisibile che costituisce circa un quarto dell’universo e della cui esistenza, ipotizzata teoricamente, Rubin ha scoperto alcune tra le prime prove sperimentali. Ma quelle parole descrivono bene anche questioni meno eteree e più vicine alla vita di tutti i giorni, come le barriere che molte donne incontrano nei meandri della ricerca scientifica, barriere con cui l’astrofisica ha dovuto scontrarsi sin dai suoi inizi di carriera.

È assodato, ad esempio, il divario nel numero di pubblicazioni scientifiche e di brevetti a opera delle ricercatrici rispetto a quello, significativamente più elevato, delle loro controparti maschili. L’origine di questo divario, finora, era poco chiara. C’è chi parla di ridotta produttività legata a molteplici ragioni: dall’ambiente di lavoro meno accogliente alle maggiori responsabilità familiari oppure ai ruoli di minore responsabilità in laboratorio. Secondo altri, invece, la produttività non c’entra nulla: i contributi delle donne alla ricerca sarebbero semplicemente sottovalutati, facendo molta più fatica a essere riconosciuti. Ipotesi validata da un nuovo studio, condotto da un team statunitense e pubblicato ieri su Nature, che per la prima volta ha approfondito l’annosa questione scandagliando una vasta serie di dati amministrativi provenienti da oltre settanta università.

«Sappiamo da molto tempo che le donne pubblicano e brevettano a un tasso inferiore rispetto agli uomini», commenta Julia Lane, co-autrice del lavoro e professoressa alla New York University (Nyu), dove insegna Advanced data analytics and evidence building. «Ma poiché i dati precedenti non mostravano mai chi partecipa alla ricerca, non si sapeva perché. C’erano aneddoti – come quello di Rosalind Franklin, a cui è stato negato l’essere autrice di un famoso articolo su Nature di James Watson e Francis Crick, pur avendo dimostrato correttamente la struttura a doppia elica del Dna – ma non c’erano le prove».

Come per la materia oscura, la cui esistenza è stata dedotta indirettamente dagli effetti che induce sulla materia visibile, tra cui la velocità inaspettatamente elevata delle stelle alla periferia di molte galassie, misurata da Vera Rubin, anche per il ridotto riconoscimento dei contributi femminili alla ricerca è stato necessario aguzzare la vista per svelare eventuali crediti mancanti dalla lista di chi, il credito, l’ha ricevuto.

Il team, composto da ricercatori e ricercatrici della Northeastern University, University of Pennsylvania, Boston University e Ohio State University oltre alla Nyu, ha utilizzato i dati disponibili attraverso l’Institute for Research on Innovation and Science, un consorzio di università statunitensi che raccoglie dati amministrativi sulla spesa per la ricerca e sulle risorse umane dalle università che ne fanno parte. È stato così possibile assemblare informazioni dettagliate sulla partecipazione a progetti di ricerca di 128.859 persone tra cui docenti, dottorandi, ricercatori post-doc, personale di ricerca e studenti, appartenenti a 9.778 gruppi di ricerca – pari a circa il 40 per cento della forza lavoro del comparto ricerca negli Stati Uniti –  documentando chi è stato coinvolto e pagato in diversi progetti di ricerca nel corso di tre anni, dal 2013 al 2016. Questi dati sono stati poi confrontati con le liste di autori degli output di ricerca – brevetti e articoli scientifici – per vedere, progetto per progetto, chi ha ricevuto il credito sulle pubblicazioni e chi no.

A parità di partecipazione a un dato progetto di ricerca, le donne hanno il 13 per cento in meno di probabilità di essere nominate autrici in articoli scientifici correlati rispetto agli uomini, specialmente se si tratta di pubblicazioni su riviste ad alto impatto. E va ancora peggio sul versante dei brevetti: il gender gap sale al 59 per cento. «C’è un chiaro divario tra il tasso con cui donne e uomini vengono nominati come coautori delle pubblicazioni», aggiunge Lane. «Il divario è forte, persistente e indipendente dal campo di ricerca».

La probabilità per una donna di ricevere il giusto riconoscimento per i propri contributi scientifici non è inferiore solo nei campi dominati dagli uomini, come l’ingegneria, ma anche in quelli a forte presenza femminile, come la salute. Si tratta di un fenomeno che interessa tutti gli stadi di carriera ma è particolarmente evidente nelle fasi iniziali: solo 15 dottorande su 100, infatti, vengono indicate come autrici di una pubblicazione, mentre per i dottorandi il tasso sale a 21 su 100. «Questo è coerente con l’aneddoto di Rosalind Franklin», nota Lane. «Il divario nell’attribuzione avrà evidenti effetti negativi sulle prospettive di carriera delle donne nella scienza. Temo che dissuaderà le giovani donne dal perseguire la scienza come carriera».

Oltre all’analisi statistica dei dati, il team ha realizzato anche un sondaggio con oltre 2.400 scienziati e scienziate per approfondire i risultati ottenuti, mostrando che spesso le donne e altri gruppi storicamente emarginati devono impegnarsi molto di più affinché i loro contributi scientifici vengano riconosciuti. In questa ulteriore fase dello studio, il 43 per cento delle donne ha dichiarato di essere stata esclusa da un articolo scientifico a cui aveva contribuito, rispetto al 38 per cento degli uomini: l’indagine ha mostrato che le donne erano più propense degli uomini a riferire che altri sottovalutavano il loro contributo e che erano state oggetto di discriminazioni, stereotipi e pregiudizi.

I risultati di questo studio rappresentano una banca dati ricca e innovativa per condurre approfondimenti sull’organizzazione della ricerca scientifica e fornire una base empirica per implementare politiche per contrastare le differenze legate al genere che siano basate sull’evidenza.

Diagramma a forbice della distribuzione di genere (uomini in blu, donne in arancione) per i diversi livelli professionali del personale di ricerca all’Istituto nazionale di astrofisica. Crediti: Cug Inaf

«No data, no problem, no policy: le analisi statistiche sono fondamentali per poi avviare delle azioni positive appropriate», commenta Angela Iovino, ricercatrice dell’Istituto nazionale di astrofisica a Milano e presidente del Comitato unico di garanzia (Cug) dell’ente. «Per questo, in Inaf, il Cug ogni anno produce e pubblica sul suo sito le distribuzioni del personale per genere: i numeri mostrano chiaramente la difficoltà delle ricercatrici ad accedere ai livelli alti di carriera, con un divario, rispetto ai loro colleghi, che è rimasto invariato negli ultimi venti anni».

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