LA NASA HA INCARICATO GLI STORICI DI APPROFONDIRE IL RUOLO DI JAMES WEBB

Jwst è pronto, ma potrebbe dover cambiare nome

Il James Webb Space Telescope torna a far parlare di sé, questa volta non per un rinvio della data di lancio bensì per un dibattito che riguarda l’opportunità della scelta del nome: secondo alcuni astronomi, la figura di James Edwin Webb – amministratore della Nasa dal 1961 al 1968, al quale il telescopio è intitolato – sarebbe legata a episodi di discriminazione omofoba durante la Guerra Fredda

     20/08/2021
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Il poster del telescopio. Crediti: Nasa/Jpl-Caltech

Il James Webb Space Telescope (Jwst), il successore ideale di Hubble, doveva essere lanciato nel 2007. Un rinvio dopo l’altro dovuto a problemi tecnici, scientifici o economici, siamo arrivati al 2021 e Jwst è ancora a terra, in attesa di essere lanciato. Se non ci saranno ulteriori ostacoli, ad ogni modo, quest’anno il lancio avverrà davvero: in teoria a partire dal 31 ottobre 2021 – probabilmente qualche settimana più tardi  – l’umanità dovrebbe avere a disposizione un nuovo occhio spaziale per osservare le meraviglie del cosmo.

Inizialmente, quando il telescopio fu progettato negli anni ’90, il suo nome doveva essere un asettico ‘Next Generation Space Telescope’ (telescopio di nuova generazione), ma nel 2002 si decise di dargli il nome di James Edwin Webb, colui che guidò la Nasa nei suoi anni più delicati, quelli delle missioni Apollo. Tra il 2002 e il 2021 il mondo è però cambiato. Il mondo del 2021 è più attento alla diversità, alla discriminazione e all’inclusività, e sono proprio questi i temi al centro di un dibattito che riguarda il telescopio spaziale e alcuni possibili aspetti oscuri dell’ex amministratore Nasa, defunto nel 1992.

Nel marzo scorso alcuni astronomi hanno pubblicato un articolo di opinione su Scientific American in cui sottolineano la possibile implicazione di James Webb in atti persecutori nei confronti della comunità Lgbt+, rilevando l’inopportunità della scelta di intitolargli il telescopio. Altri astronomi invece non ritengono ci siano abbastanza prove a sostegno di questa tesi e richiedono ulteriori indagini interne alla Nasa prima di giudicare il coinvolgimento di Webb negli atti discriminatori.

James Edwin Webb nel 1966. Crediti: Wikimedia Commons (official Nasa photo)

Webb guidò la Nasa tra il 1961 e il 1968, ma prima di allora ebbe vari ruoli all’interno del governo statunitense. Quando iniziò a lavorarvi, negli anni ’40, i membri della comunità Lgbt+ erano sistematicamente discriminati, spesso licenziati a causa del loro orientamento sessuale. Durante la Guerra Fredda, parallelamente alle campagne anticomuniste, gli omosessuali vennero perseguitati in quanto ritenuti maggiormente manipolabili e quindi pericolosi per la sicurezza di stato (la cosiddetta Lavender Scare, il “panico lavanda” che si affiancava a quello rosso, il Red Scare): la discriminazione era quindi un affare istituzionalizzato. L’accusa a Webb da parte degli astronomi che hanno messo in luce la criticità sarebbe quella di aver promosso questo tipo di politiche tra il 1949 e il 1952, sostenendo un senatore che ebbe un ruolo chiave nella persecuzione e partecipando a riunioni in cui vennero prese decisioni d’indirizzo omofobo e discriminatorio.

Non tutti sono però d’accordo su questa conclusione: la rivista Nature riporta le parole dello storico David Johnson, autore nel 2004 di un libro sulla Lavender Scare, il quale sostiene che, per quanto è noto dai documenti, Webb non avrebbe avuto alcun ruolo importante nella discriminazione e abbia solo partecipato a una riunione alla Casa Bianca che aveva come obiettivo quello di contenere il terrore persecutorio dei membri del congresso. L’accusa risponde tuttavia con il caso di Clifford Norton, dipendente della Nasa licenziato per sospetta omosessualità nel 1963, quando Webb ne era a capo e quindi responsabile.

L’articolo “Women Can’t Fight”, di James Webb, pubblicato sul Washingtonian nel novembre 1979

A mettere ulteriormente in dubbio l’opportunità della scelta del nome del telescopio ci sarebbero anche alcuni episodi di misoginia di cui Webb si è reso protagonista. Nel 1979 scrisse sul Washingtonian un articolo dal titolo “Le donne non possono combattere” (“Women can’t fight”), 7000 caratteri per dimostrare che le donne possono arruolarsi nell’esercito ma non dovrebbero combattere in quanto donne. Inoltre, durante gli anni alla Nasa le donne non furono sostanzialmente prese in considerazione per i programmi astronautici.

La Nasa ha per ora incaricato Brian Odom, acting chief historian dell’agenzia, di revisionare i documenti d’archivio delle politiche e delle azioni di Webb. Contattato da Media Inaf, Odom ha confermato che la Nasa è consapevole delle perplessità sorte attorno al nome di James E. Webb e che sta – appunto – lavorando con gli storici per approfondirne il ruolo. Una volta concluse le ricerche, Bill Nelson, l’attuale amministratore della Nasa, che per ora non si è espresso a riguardo, valuterà il da farsi.

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