RICOSTRUENDO IL CIELO DI DANTE CON STELLARIUM

Le stelle della Divina Commedia

Giovedì prossimo, 25 marzo 2021, viene celebrato il Dantedì – la Giornata nazionale dedicata a Dante Alighieri, che con la sua poesia universale ha descritto un mondo medievale regolato non soltanto da eventi storici e politici ma anche dalla scienza astronomica. Ne parliamo con Nicola Iannelli, architetto, esperto di astronomica antica e autore di un libro sul cielo di Dante

     22/03/2021
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Nicola Iannelli insieme a una copia del suo saggio “Il cielo di Dante nella Divina Commedia. Una lettura astronomica del viaggio dantesco”, Betti Edizioni

A prima vista, potrebbe sembrare un accostamento strano: in che modo Dante Alighieri, poeta del XIV secolo, è collegato all’astronomia? Dante visse in un’epoca in cui le opere di Aristotele e Tolomeo erano un importante riferimento cosmologico: la Terra stava lì al centro dell’universo, con il sole, la luna e i pianeti che si muovevano attorno ad essa, ciascuno con il proprio cielo rappresentato da sfere concentriche. Sebbene da secoli questo modello sia stato radicalmente ribaltato, le sue descrizioni celesti continuano ad affascinare letterati e scienziati da molte parti del mondo. La Commedia costituisce molto più di un viaggio straordinario attraverso i regni dell’aldilà – Inferno, Purgatorio e Paradiso. È la somma di tutte le conoscenze di un mondo medievale diverso dal nostro ma che si sviluppa attorno a una cosmologia complessa, regolata da modelli geometrici immutabili. Sembra quasi che Dante possedesse gli impulsi tipici di un ricercatore scientifico: una mente inquieta e un’abitudine all’osservazione ravvicinata.

In occasione dei 700 anni dalla scomparsa del Sommo Poeta – e in apertura della settimana del Dantedì, in programma il 25 marzo, ritenuta la data d’inizio del viaggio nell’aldilà della Divina Commedia, e giorno per il quale l’Istituto nazionale di astrofisica ha in programma un evento online dedicato a “Dante, la Poesia, gli Astri” – Media Inaf ha intervistato Nicola Iannelli, architetto e studioso di storia e astronomia antica, originario di Benevento, autore de Il cielo di Dante nella Divina Commedia. Una lettura astronomica del viaggio dantesco, edito da Betti Edizioni (volume che nel 2017 ha ottenuto il Premio La Ginestra, conferito alla saggistica inedita), per scoprire quali sono gli elementi astronomici più interessanti presenti nella semper etterna opera di Dante.

In Italia impariamo a conoscere Dante a scuola. Come è proseguito questo suo legame con il celebre poeta?

«Mi sono trasferito a Firenze per laurearmi in architettura. Il primo esame che ho dato è stato “disegno e rilievo”, dove ho rilevato la chiesa di Dante e Beatrice (ndr. Chiesa di Santa Margherita dei Cerchi), luogo in cui, secondo la leggenda, si incontravano e oggi chiesa sconsacrata. Il parroco mi aveva dato persino le chiavi e abbiamo passato un anno a fare rilievi e disegni. Per me è stato un lavoro molto stimolante. Oltre alla chiesa, ci siamo occupati di rilevare gli edifici del quartiere intorno al quale ruotava la vita di Dante come la sua casa, che è stata poi ricostruita. Dante è entrato così nella mia vita e poi questo legame è proseguito nel tempo, non da dantista di professione, ma sotto diversi punti, quali quello architettonico, storico, la situazione politica del tempo, i conflitti fra le varie famiglie dell’epoca, e poi anche dal punto di vista poetico attraverso la Divina Commedia. Infine, seguendo una delle mie passioni – appunto, l’astronomia, che mi ha affascinato fin da bambino – è nato questo piccolo studio sul Cielo di Dante per ricostruire il percorso della Divina Commedia seguendo le stelle».

Analizzando le opere più celebri del Poeta, qual era il rapporto che Dante aveva con il cielo stellato?

«Quando Dante osservava le stelle, probabilmente poteva vederne molte più lui dal cielo di Firenze a occhio nudo che io, paradossalmente, con tutti gli strumenti più sofisticati, a causa dell’inquinamento luminoso. Gli unici oggetti ancora osservabili a occhio nudo nel cielo, oltre la luna e poche stelle, sono alcuni pianeti, come Marte e Giove, per il resto il buio assoluto. Oggi hai bisogno di un computer che ti aiuti durante le osservazioni. Dante, probabilmente, settecento anni fa e più, poteva certamente vedere molte più stelle di quelle che riusciamo ad ammirare noi, quindi anche il rapporto che aveva con il cielo era molto diverso rispetto al nostro. Oggi se vedi qualcuno in terrazza con un telescopio pensi “Ma cosa sta facendo?”, mentre al contrario gli antichi avevano un rapporto molto più diretto e quotidiano con il cielo notturno. Secondo gli antichi qualsiasi cosa accadesse in cielo influiva anche sulla Terra. Questo è qualcosa che noi moderni non riusciamo più a comprendere. Ed è il motivo per cui alcuni critici sostengono che la Divina Commedia sia solo poesia e che non vi può essere una parte scientifica vera e propria, ma solo di rimando».

Non è così?

«Io penso che questa affermazione non sia assolutamente corretta. Gli studiosi come Dante avevano una concezione unitaria della vita e dell’universo e osservavano il mondo con una mentalità multidisciplinare e non specializzata. Si ha la figura del poeta scienziato, per cui i poeti del dolce stil novo vennero detti anche dicitori scienziati. Anche l’architetto del passato – come ad esempio Vitruvio – doveva conoscere l’astronomia e le stelle, poiché l’orientamento della costruzione di un edificio si faceva seguendo anche dei particolari rituali di tipo simbolico. Le stelle in Dante sono un punto di riferimento. Tutte e tre le Cantiche si concludono con la parola ‘stelle’: per l’Inferno “E quindi uscimmo a riveder le stelle”, per il Purgatorio “puro e disposto a salire le stelle” e per il Paradiso “l’amor che move il sole e l’altre stelle”. Il mondo di Dante viene letto e regolato dalla scienza, che si fonde nel pensiero poetico. Le stelle gli servivano per ancorare la sua poesia a quella che è la volta celeste, unica e immutabile, in modo che anche i futuri lettori avrebbero potuto immaginarsi quale potesse essere il cielo in quel momento.»

Costellazione dell’Ariete all’alba di venerdì 8 aprile 1300. Crediti: Stellarium/N. Iannelli

Dunque Dante era un attento osservatore del cielo notturno. Eppure alcuni studiosi ritengono che la sua poesia sia stata semplicemente ispirata dai manuali che circolavano in quel periodo, come le opere di Tolomeo, che recupera e perfeziona la cosmologia aristotelica, e quella dell’astronomo arabo Alfragano. Lei cosa ne pensa?

«Il libro dell’aggregazione delle stelle di Alfragano (dall’arabo Al-Farghānī) è stato senza dubbio il manuale astronomico di Dante. Lo si può dimostrare attraverso l’esame di alcuni passi del Convivio, nel quale Dante cita esplicitamente il libro dell’astronomo arabo. Così come lo sono state la fisica aristotelica e tolemaica, che rappresentano una rottura epocale da quello che era il solo pensiero cattolico, chiuso e legato unicamente allo spirito religioso. Adesso si osservano anche la natura e i suoi aspetti scientifici. Ma lo studio degli antichi autori non basta a far comprendere la vasta conoscenza astronomica del Poeta, che ritroviamo nella Divina Commedia. Io sono convinto che Dante facesse anche delle osservazioni astronomiche reali e che non trascrivesse solo le sue idee dedotte dai manuali che leggeva. Questa è una teoria un po’ sottovalutata dagli studiosi di Dante, ma è possibile evincerlo dalle sue terzine e soprattutto da una lettera che lui scrisse a un personaggio fiorentino, probabilmente un religioso. L’amico lo informava che la città di Firenze avrebbe permesso agli esuli la possibilità di rientrare in città, se avessero pagato una multa e affermato la propria colpa. Dante rispose che non era disposto a scendere a compromessi, in quanto non aveva alcuna colpa dell’esilio, e scrivendo che anche fuori dalla sua città natìa era possibile osservare le stelle con queste parole:

E che per questo? Le sfere del sole e degli astri, non potrò forse contemplarle dovunque? Non potrò in ogni luogo sotto la volta del cielo meditare i dolcissimi versi…

Per lui era possibile scrutare il cielo e scrivere i propri versi in qualunque posto si trovasse»

In quale luogo Dante iniziò la stesura della Commedia? E quali sono i principali elementi astronomici che egli descrive?

«Gli elementi sono davvero tanti. Dante ricostruisce il quadro astrale come se lo osservasse dalla finestra della sua stanza in Lunigiana, luogo in cui si trovava quando iniziò la stesura della Divina Commedia nel 1306, ospite dei Malaspina. L’elemento iniziale più importante è quello della luna. Elemento che come vedremo ci aiuterà a datare l’inizio e la fine del viaggio di Dante. Poi c’è sicuramente la costellazione dei Gemelli, che è la costellazione natìa di Dante – si ipotizza che fosse nato il 2 giugno 1265. Nel Purgatorio i riferimenti astronomici crescono di numero e di importanza, servono per scandire il tempo, in particolare il Sole che accompagna sempre i due viandanti, Dante e Virgilio. E possiamo indagare le rappresentazioni del Leone e di Saturno. Dante scrive che Saturno si trovasse sotto il petto del Leone e se osserviamo la ricostruzione astronomica del tempo, nella data in cui si suppone l’abbia descritto, ritroviamo Saturno nella costellazione del Leone».

È possibile ricostruire e osservare il cielo all’epoca di Dante?

«Per ricostruire il cielo di Dante ho utilizzato Stellarium, un planetario digitale che mi ha permesso una ricostruzione reale di ciò che Dante poteva vedere. Nel mio piccolo volume, ho inserito proprio le immagini tratte da Stellarium per mostrare le stelle, la Luna, viste in quel momento da Dante. C’è un passo nel canto XXIX dell’Inferno in cui Virgilio esorta Dante a proseguire, perché “E già la Luna è sotto i nostri piedi”. Se osserviamo la posizione della Luna con Stellarium nei giorni ipotizzati per il viaggio attraverso l’Inferno, come vedremo, notiamo che in effetti la luna era già sotto l’orizzonte e quindi non era più visibile. Grazie a questo strumento è possibile seguire passo passo tutto ciò che accade nel viaggio di Dante. Diverso sarà poi l’approccio astronomico nel Paradiso, perché non ci sarà più il riferimento altazimutale in quanto il Paradiso è sospeso nello spazio».

Ricostruzione del cielo come lo avrebbero visto Dante e Virgilio dalla spiaggia del Purgatorio. Sulla spiaggia l’aurora diventa da rossa progressivamente arancione e a Dante pare di vedere sul mare una luce simile a quella di Marte. Crediti: Stellarium/N.Iannelli

Com’è strutturato il Paradiso della Divina Commedia?

«Il Paradiso è strutturato secondo il sistema tolemaico che aveva aggiunto un nono cielo alla struttura individuata da Aristotele. Troviamo i cieli dei sette pianeti, compresi il cielo della luna e del sole, il cielo delle stelle fisse. Dante li attraversa tutti per giungere fino al nono cielo, il cielo cristallino detto Primo Mobile. Giunto al Paradiso il suo processo di purificazione è terminato, anche se non è ancora giunto a Dio e alla visione angelica dell’Empireo, che è il cielo quieto, dove tutto è immobile».

Si è parlato della luna come elemento utile a datare l’inizio del viaggio dantesco. Ecco, questo è un problema ben noto perché c’è chi ritiene che il viaggio sia iniziato il 25 marzo 1300, altri sostengono sia stato intrapreso un anno dopo, chi sostiene la data dell’8 aprile 1300 e le ipotesi non finiscono qui. Lei cosa ne pensa?

«Andrei per esclusione. Dal punto di vista astronomico, che poi è quello che ci interessa, è da escludere la data del 25 marzo 1300 perché c’era la Luna nuova, e secondo la mia teoria non possiamo ritrovare una Luna nuova nella Selva Oscura che nell’opera simboleggia il peccato del Poeta. Spesso viene scelta questa data perché il 1300 era un anno di riferimento in quanto la durata media della vita era di circa 70 anni, ed essendo Dante nato nel 1265, e avendo intrapreso il viaggio “Nel mezzo del cammin di nostra vita” il viaggio doveva quindi collocarsi nel 1300. E ancora questa del 1300 è una data simbolica proprio perché in quell’anno vi fu il primo Giubileo indetto da Papa Bonifacio VIII al quale lo stesso Dante aveva assistito a Roma. Il 25 marzo è la data dell’Annunciazione e del Capodanno fiorentino.

Anche il riferimento al Capodanno fiorentino non può bastare come prova, perché sul piano strettamente calendariale è noto che Dante, al momento di iniziare la scrittura della Divina Commedia, nell’anno 1306, si trovava in esilio già da diversi anni, probabilmente dal marzo 1302 – e in Lunigiana si utilizzava il calendario ab nativitate, cioè a partire dalla nascita di Cristo il 25 dicembre. Inoltre Dante non scrive la sua opera solo in riferimento alla città di Firenze, ma sotto un’ottica universale e dunque il conto degli anni deve seguire il nativitate dei, cioè quello accolto dalla Chiesa e affermato nello stesso Giubileo del 1300. Non certo quello ab incarnatione, utilizzato in una Firenze ormai lontana e che lo aveva esiliato da molti anni.

A parer mio questo è un aspetto molto importante da considerare, in quanto è poco coerente con l’animo di Dante, perché se si fa partire lo smarrimento nella selva oscura alla data di una festa, quale quella del Capodanno fiorentino, questa non è coerente con lo spirito che doveva avere il poeta, che aveva smarrito la via e che sentiva il bisogno di intraprendere un viaggio di purificazione.

Diverso è il discorso per il 25 marzo 1301, che è sempre il giorno dell’Annunciazione ma non coincide con l’anno giubilare. C’è però la luna che Dante descrive come “luna tonda” e che, secondo la mia analisi, è riferito alla luna calante e non alla luna piena come molti sostengono. La luna piena dal punto di vista simbolico e astrologico indica la conclusione di un cammino come la fine del ciclo lunare e il massimo dell’irraggiamento. Dunque, ancora una volta, questo evento astronomico non è coerente con lo spirito del poeta perduto nella selva oscura che ha bisogno di purificarsi per giungere fino alla visione di Dio. Invece il 7 aprile del 1300 è la data che io sostengo. Si ha la fase della luna calante o luna radiante, appena due giorni dopo la luna piena, che è più favorevole ai processi di purificazione. In astrologia tutti i processi di purificazione devono iniziare in fase di luna calante e mai in fase di luna piena. Inoltre il 7 aprile è Giovedì santo, che riporta anche al rito della lavanda dei piedi attuato da Gesù come via di purificazione, l’8 aprile è il Venerdì santo, il giorno della passione. C’è un parallelo tra il percorso astronomico e quindi il riferimento alla luna e alle stelle, il percorso spirituale-religioso, e il piano astrologico di purificazione: Dante si smarrisce nella selva oscura il giovedì 7 aprile del 1300, entra nell’Inferno il Sabato santo ed esce nel Purgatorio “a riveder le stelle” solo nel giorno di Pasqua, che fu il 10 aprile del 1300.»

In riferimento alle fasi lunari, ha parlato spesso di simbolismo astrologico. Astronomia e astrologia a quei tempi erano legate tra loro?

«Sì, a quell’epoca non c’era una distinzione. L’astrologia naturale (l’astronomia) e l’astrologia giudiziaria (propriamente detta astrologia) non erano ancora divise. Gli osservatori del cielo – come Dante – appuntavano il moto degli astri e tutto ciò che vedevano per poi elaborare le previsioni astrologiche. Non vi era distinzione tra l’astronomo, scientifico e rigoroso, e l’astrologo».

La luna come l’avrebbe osservata Dante dalla Selva oscura. Crediti: Stellarium/N. Iannelli

Oggi è bene non confondersi…

«Certo, ma questo distacco nasce solo nel 1600, con la nascita della scienza esatta, dove si renderà necessaria una più precisa connotazione di queste due figure. Però all’epoca chi indagava i fenomeni astronomici li osservava da entrambi i punti di vista. Ciò che avveniva in cielo accadeva anche sulla Terra. Si pensava che gli astri influissero sugli uomini e sulla Terra, ad esempio le fasi lunari, e questo perché c’era il concetto Platonico della gerarchia degli esseri, ovvero: se la Luna e il Sole influiscono sulle maree o sui raccolti, anche le stelle dovevano influire sulle virtù degli uomini e su quello che a loro accadeva fin dalla nascita. Però Dante dice anche un’altra cosa e lo ribadisce spesso nella Divina Commedia: l’influsso astrologico esiste, ma gli uomini sono sempre sottoposti al libero arbitrio che è comunque più forte».

Secondo lei, se oggi Dante si trovasse a vivere la nostra epoca, come si approccerebbe alle nuove scoperte nel campo dell’astronomia?

«Credo che continuerebbe ad avere una visione unitaria del mondo, meno specializzata di quello che abbiamo noi moderni. Oggi si ha un alto livello di specializzazione, ognuno lavora per conto proprio nei propri campi. Occorre avere una multidisciplinarietà che coinvolga tutti i campi del sapere cercando di capire e interpretare il mondo da diversi punti di vista».


Per saperne di più, guarda su MediaInaf Tv l’intervista a Bruno Binggeli: