MENO DI UNA SU QUATTRO LE DONNE ALLA GUIDA DELLE MISSIONI SPAZIALI

Quel soffitto di cristallo interplanetario

Sono ancora troppo poche le scienziate con incarichi da “principal investigator” nelle missioni spaziali, in particolare nelle missioni europee per il Sistema solare. Media Inaf ha intervistato Arianna Piccialli, prima autrice di uno studio appena pubblicato su Advances in Geosciences che conferma questo gender gap

     19/08/2020
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Il numero dei principal investigators in dieci missioni Esa. L’asse x indica l’anno in cui è stata selezionata la missione. Ogni barra mostra il numero di uomini (viola) e donne (arancione) del team iniziale. La percentuale di donne è tra parentesi. Crediti: Piccialli et al., 2020.

Nei team scientifici delle missioni spaziali europee nel Sistema solare le donne rappresentano una percentuale nettamente inferiore rispetto ai loro colleghi uomini, e la strada per colmare il gender gap nelle carriere scientifiche sembra in generale ancora molto lunga. Lo confermano i risultati di uno studio, pubblicato la settimana scorsa su Advances in Geosciences, che ha preso in esame la partecipazione delle scienziate donne nel team di dieci missioni spaziali automatiche dell’Agenzia spaziale europea (Esa) negli ultimi trentotto anni.

Secondo le statistiche, la componente femminile operativa nel team dei principal investigators di una missione – ovvero dei responsabili scientifici dei vari strumenti a bordo dei satelliti – varia tra il 4 per cento e il 25 per cento, e in numerose missioni non c’è nessuna donna nei ruoli di principal investigator. Quanto alle scienziate nel ruolo di co-investigators, sono sempre meno del 16 per cento. Il parametro di riferimento per la partecipazione delle donne nel settore spaziale è rappresentato dalla percentuale di tutte le donne affiliate all’International Astronomical Union (Iau) nei ventidue stati membri dell’Esa. Anche in questo caso, con una percentuale del 24 per cento, la popolazione femminile è sottorappresentata nella comunità astronomica globale. In uno studio analogo pubblicato nel 2017 su Nature era emerso un trend simile prendendo in esame i dati relativi alle missioni spaziali della Nasa, e anche in questo caso la partecipazione femminile ai team scientifici delle missioni spaziali non supera mai il 30 per cento. La percentuale europea presenta un tasso di crescita non lineare, con uno salto intorno all’anno 2000, passando da una media del 5.7 per cento al 15.8 per cento. Questi numeri sono in ogni caso inferiori alle stime analoghe per le colleghe statunitensi, che nello stesso periodo hanno visto crescere la loro presenza dal 20 per cento al 30 per cento.

La situazione italiana non si discosta particolarmente dal trend europeo. Nel 2019 il 27 per cento dei membri dell’Unione astronomica internazionale era costituito da donne, che nel 2014 rappresentavano il 32 per cento dell’intero staff di ricerca dell’Istituto nazionale di astrofisica, percentuale che si rivela ancora più bassa nelle posizioni apicali della carriera.

Media Inaf ha intervistato la prima autrice dello studio, Arianna Piccialli, originaria di Napoli e attualmente ricercatrice al Belgian Institute for Space Aeronomy, a Bruxelles, dove studia in particolare l’atmosfera marziana e analizza i dati della missione europea ExoMars/Tgo. Le sue giornate si dividono tra lo studio delle atmosfere planetarie – in particolare Marte e Venere – e le attività di divulgazione della scienza. Nel tempo libero, ama camminare nella natura, lavorare all’uncinetto e leggere.

Arianna Piccialli, del Belgian Institute for Space Aeronomy. Crediti: Karolien Lefever/Bira-Iasb

Quali sono i risultati principali del vostro studio?

«I punti importanti messi in risalto dal nostro studio sono principalmente due. Il gender gap nelle missioni spaziali dell’Agenzia spaziale europea che esisteva quarant’anni fa è presente ancora oggi. Inoltre, la principale difficoltà riscontrata in questo studio è stata accedere alle informazioni necessarie. Le statistiche riguardo il numero di donne presenti nelle scienze planetarie a livello europeo non esistono ed è stato spesso difficile reperire le liste dei ricercatori che hanno partecipato a una missione spaziale che spesso non sono disponibili».

A cosa è dovuto questo gender gap nel mondo scientifico?

«Uno dei limiti di questa ricerca è proprio di non spiegare i meccanismi che ci sono alla base di questo fenomeno molto complesso. Gli stereotipi di genere presenti nella società persistono anche nel mondo scientifico. Il prossimo passo fondamentale per affrontare questo problema è continuare a fare statistiche dettagliate che ci permettano di capire meglio la situazione, di monitorare l’evoluzione di questo trend e intervenire in modo mirato».

Quali prospettive ci aspettano nel futuro prossimo?

«Non so se da qui a quarant’anni la parità di genere sarà stata raggiunta nel mondo scientifico e più in generale nella società. Quello di cui sono sicura è che solo una società inclusiva, in cui la diversità sia considerata come un punto di forza, ci permetterà di affrontare le sfide complesse che ci attendono come ad esempio la crisi dovuta ai cambiamenti climatici».


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