INTERVISTA A FRANCESCO SAURO (UNIVERSITÀ DI BOLOGNA)

Le potenzialità della speleologia extraterrestre

Dalle immagini ad alta risoluzione delle sonde interplanetarie è evidente la presenza dei tubi lavici nel sottosuolo della Luna e di Marte. La loro morfologia superficiale è simile a quella degli analoghi terrestri, ampiamente studiati dagli speleologi. Media Inaf ha intervistato uno dei massimi esperti in materia, Francesco Sauro, direttore del programma Pangaea dell’Esa

     07/08/2020
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Francesco Sauro in una grotta in Venezuela, accanto a delle concrezioni. Crediti: Francesco Sauro

In una torrida giornata estiva, esiste un’alternativa gratuita e tonificante all’aria condizionata: lasciarsi scivolare attraverso l’ingresso di una grotta o calarsi in un abisso carsico dove, anche se fuori ci sono 40 gradi all’ombra, di sicuro apprezzereste una tazza di brodo scaldato con un bunsen portatile. Perché le grotte sono così, fresche d’estate e calde d’inverno. Che poi, è relativo: la loro temperatura è pressoché costante, indipendentemente che sia estate o inverno, giorno o notte. Difficile però sentirsi a casa, se non si è speleologi, rari esemplari umani che sono riusciti a raggiungere un equilibrio con l’ambiente ipogeo, con il suo silenzio, con il suo buio, con tutto quello che la gente comunemente considera ostile, ma che per loro è fonte di pace e carico di aspettativa, legata all’esplorazione.

Ma qui non si sta parlando di esplorare gli abissi carsici, le diaclasi che spaccano il ventre delle montagne o le cavità laviche terrestri. Qui si sta parlando di esplorare grotte su altri mondi, visto che questi ambienti potrebbero costituire luoghi sicuri, non troppo caldi quando batte il Sole, non troppo freddi quando fuori è buio. Sicuri perché uno strato di roccia, come un solido tetto, blocca radiazioni e meteoriti. Con ampi passaggi, che connettono zone diverse a chilometri di distanza. Luoghi extraterrestri dove installare future basi. Ma esistono, questi luoghi, nel Sistema solare?

Dalle immagini ad alta risoluzione scattate dalle sonde interplanetarie, la presenza dei tunnel lavici è risultata evidente anche nel sottosuolo della Luna e di Marte, avendo riscontrato i caratteristici lucernari, ingressi diretti a gallerie sotterranee dalle quali si può esplorare il sottosuolo. La loro morfologia superficiale, siano essi sulla Luna o su Marte, è simile a quella degli analoghi terrestri, ampiamente studiati dagli speleologi. Ma chi sono gli speleologi? E può l’astronomia avere qualche affinità con la speleologia?

Lo speleologo è un esploratore del vuoto sotterraneo, mosso dalla passione e dalla curiosità, quali bisogni dell’anima che chiedono incessantemente di essere soddisfatti e portano a una continua tensione alla ricerca di ciò che si cela sotto i nostri piedi e, esplorandolo, dentro di noi. Se ci pensate, ciò che guida lo studio dell’universo non è molto diverso: l’unica differenza è la direzione a cui volge lo sguardo.

Media Inaf ha intervistato Francesco Sauro, classe 1984, speleologo e geologo italiano, per fargli qualche domanda su queste cavità ipogee extraterrestri. In quasi trenta spedizioni, Francesco ha esplorato grotte e canyon dal Sud America all’Asia Centrale, guidando team multidisciplinari di ricercatori in alcuni dei più remoti angoli del pianeta. Premiato dal Rolex Award for Enterprise per la scoperta di grotte antichissime nelle montagne tabulari del Venezuela, Francesco è consulente dell’Agenzia spaziale europea (Esa) per l’addestramento di astronauti per future missioni di esplorazione planetaria.

Si può ancora parlare di cavità ipogee, in questo caso?

«In effetti il termine ipogeo potrebbe non essere corretto (“geo” è molto terrestre). Direi piuttosto ambienti sotterranei o “vuoti al di sotto della superficie dei pianeti”. Potremmo coniare un nuovo termine: ipoplanetario».

Questi ambienti ipogei sono stabili, in relazione a impatti meteorici e terremoti?

«Essendo che tali tubi lavici sono caratterizzati da una composizione basaltica su tutti e tre i pianeti, ovviamente la stabilità dipende principalmente dalla gravità del corpo planetario e dallo spessore delle volte. Sulla Terra, dove la gravità è maggiore, molto spesso questi condotti crollano poco dopo la loro formazione, mentre sulla Luna, con una gravità di un sesto, è necessario un evento esterno per riuscire a sfondare il soffitto. Tali eventi sono principalmente gli impatti, e molti dei più profondi pit aperti sulla superficie lunare potrebbero essere stati causati dall’impatto di un asteroide proprio sulla volta delle cavità. Sicuramente però è necessario un impattore di una certa dimensione per sfondare la volta, magari di decine di metri di spessore. Quindi tali ambienti si possono considerare abbastanza sicuri e stabili, anche per il flusso di micrometeoriti che caratterizza la Luna, essendo senza un’atmosfera».

Che temperatura potrebbero avere questi ambienti sulla Luna o su Marte?

«Esistono modelli sulla temperatura interna, e ci si aspetta che – come sulla Terra – tali cavità risentano meno delle escursioni termiche esterne tra giorno e notte. Pertanto alcuni pit lunari o marziani (a seconda della latitudine) potrebbero presentare temperature abbastanza omogenee, e nel range di abitabilità dell’uomo o della preservazione di volatili allo stato solido, quali acqua e anidride carbonica».

Sulla Luna (o su Marte) queste cavità potrebbero essere presenti anche in reti, tipo labirinti? Oppure è più probabile che siano distinte?

«Principalmente si tratta di condotti singoli, ma ci sono alcuni casi, per esempio su Olympus Mons, dove le catene di collassi si dividono in più rami, un po’ come un fiume di pianura sviluppa rami diversi che si separano e poi si congiungono di nuovo. Situazioni simili sono conosciute anche in tubi lavici terrestri, come la Cueva del Viento a Tenerife».

Sarebbe bello andare a rilevarli, per riuscire a farne la pianta e la sezione, utili per l’esplorazione…

«Senza dubbio sarebbe fondamentale poterli rilevare ed esplorare. Probabilmente sviluppando la giusta tecnologia (Gpr o gravimetria) sarebbe possibile stimarne l’andamento e lo sviluppo anche da piattaforme satellitari».

L’Esa ha sviluppato due programmi per la formazione di astronauti dedicati all’esplorazione di sistemi sotterranei (Caves) e alla geologia planetaria (Pangaea). Qual è il suo coinvolgimento?

«Sono direttore tecnico del primo e direttore del secondo. In particolare Pangaea, che è il programma di addestramento astronauti e test riguardo la geologia planetaria è stato sviluppato dal sottoscritto, mettendo insieme un team di ricercatori di punta in questo settore in Europa. Sono istruttori di Pangaea anche gli italiani Matteo Massironi e Riccardo Pozzobon dell’Università di Padova. Durante Pangaea, gli astronauti hanno la possibilità di visitare il tubo lavico della Corona a Lanzarote, su cui si basa lo studio morfometrico pubblicato su Esr».