INDIVIDUATE DA SATELLITE UNDICI NUOVE COLONIE

Pinguini spaziali

Immagini satellitari ad alta risoluzione della missione Copernicus Sentinel-2 dell’Esa hanno rivelato che in Antartide le colonie di pinguini imperatore sono quasi il 20 per cento in più di quanto si pensasse. Gli scienziati della British Antarctic Survey hanno contato le comunità attraverso le tracce di guano immortalate da satellite, rivelando inedite zone di nidificazione e consentendo nuove previsioni circa l’impatto del cambiamento climatico sulla salute della specie

     07/08/2020
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Crediti: Pixabay

Carini, coccolosi… e copiosi!

Se avete contribuito anche voi al loro successo mediatico sicuramente le prime due voci di questa descrizione vi rimanderanno subito al soggetto: i pinguini. Per quel che riguarda la terza, invece, ci pensano – in un articolo pubblicato nella rivista Remote Sensing in Ecology and Conservation – gli scienziati della British Antarctic Survey (Bas).

Non di comuni pinguini si tratta, bensì dei più grandi fra le 18 specie attualmente esistenti sul nostro pianeta: i pinguini imperatore. La caratteristica corpulenza di questa specie – già alla nascita pesano infatti 150 grammi per 15 cm di altezza, mentre da adulti raggiungono i 40 chili e 115 cm di altezza – li rende particolarmente adatti ad affrontare le severe temperature delle distese antartiche: si tratta degli unici uccelli in grado di nidificare fra i ghiacci durante l’inverno antartico, quando i termometri segnano fino a 50 gradi centigradi sotto lo zero. Nel loro gelido habitat, i pinguini imperatore vivono in comunità affollate – le cosiddette colonie – e hanno la tanto fondamentale quanto anacronistica abitudine di disporsi in enormi ammassamenti circolari per diminuire la dispersione del calore, camminando e cambiando continuamente la posizione nel cerchio per permettere a tutti di scaldarsi a dovere.

Negli ultimi decenni, però, il numero di esemplari in alcune colonie si è notevolmente ridotto a causa di cambiamenti climatici, le cui conseguenze vanno dalla scomparsa dei ghiacciai e della banchisa alla minor disponibilità di krill, fonte primaria di sussistenza per i pinguini antartici. Previsioni climatiche a lungo termine permettono di stimare che entro la fine di questo secolo tutte le colonie di imperatori esistenti diminuiranno di dimensioni, e che l’80 per cento di esse si spopolerà fino al 90 per cento, quasi estinguendosi. Un dato davvero poco incoraggiante, per questi espertissimi uccelli subacquei.

Posizione delle colonie di pinguini conosciute, riscoperte e scoperte di recente in Antartide. Crediti: Esa/Bas

La conta delle colonie di pinguini imperatore è cominciata nel 2009, quando gli scienziati hanno iniziato a utilizzare tecnologie satellitari per identificare tracce di guano – di colore brunastro – lasciate dalle colonie in movimento, visibili per il loro inconfondibile contrasto con l’ambiente. Sono state così scoperte 54 colonie in totale – 50 delle quali ancora esistenti – distribuite sulle coste dell’intero continente. Sono tutte piuttosto popolose: una conseguenza, questa, del limite osservativo offerto dalle immagini di Landsat 7/8, la cui risoluzione massima, pari a circa 30 metri per pixel, non consente di individuare piccoli assembramenti di poche centinaia di individui.

Grazie alla maggiore risoluzione offerta dai satelliti della missione Copernicus Sentinel-2 dell’Esa, le cui immagini raggiungono dettagli di 10 metri per pixel nelle bande del visibile e infrarosso, gli autori di questo studio hanno confermato per la prima volta la presenza di tre siti di nidificazione precedentemente solo identificati e individuato otto nuove colonie. La scoperta porta a 61 il censimento totale in tutto il continente.

«Questa è una scoperta emozionante» commenta il primo autore dello studio Peter Fretwell. «Le nuove immagini satellitari della costa antartica ci hanno permesso di trovare queste nuove colonie. E anche se questa è una buona notizia, le colonie sono piccole e quindi innalzano la popolazione complessiva solo del 5-10 per cento, poco più di mezzo milione di pinguini o circa 265500 – 278500 coppie riproduttive.»

Se ve lo state chiedendo, la risposta è sì: in questa specie la coppia gioca un ruolo fondamentale. Dopo la covata, sono i papà a mantenere al caldo le uova nel cosiddetto “marsupio della covata”, creato mantenendo il nascituro in equilibrio sui piedi e coperto da un caratteristico ripiegamento della pelle. Dura circa due mesi questa sorta di gestazione, mesi in cui la madre va in cerca di cibo per sé, mentre i premurosi padri non mangiano nulla e resistono agli eventi atmosferici antartici. Solo dopo il ritorno della madre i papà pinguini possono abbandonare la covata per andare a loro volta in cerca di cibo in mare.

In questa immagine, prodotta dalla missione Sentinel-2 di Copernicus il 7 novembre 2016, si può vedere una colonia di pinguini vicino a Cape Gates. Sebbene i pinguini siano troppo piccoli per essere visualizzati nelle immagini satellitari, le macchie giganti di guano sul ghiaccio sono facili da identificare. Queste macchie brunastre hanno permesso agli scienziati di individuare e monitorare le popolazioni di pinguini in tutto il continente. Crediti: Esa/Copernicus

Le immagini riprese dal satellite Copernicus Sentinel-2 e la metodologia messa a punto dagli autori costituiscono un importante punto di partenza per monitorare l’impatto del cambiamento ambientale sulla popolazione di pinguini imperatori. Alcune delle colonie scoperte si trovano in ambienti marginali rispetto all’area di riproduzione usuale, in territori che potrebbero essere fra i primi perduti a causa del riscaldamento degli oceani. Il confronto con i risultati dei modelli più recenti mostra infatti che le posizioni geografiche di tutte le colonie appena trovate si trovano in aree che potrebbero essere molto vulnerabili in scenari evolutivi che considerano le odierne emissioni di gas serra, suggerendo che la diminuzione della popolazione sarà maggiore di quanto si pensasse in precedenza.

«Anche se aver trovato queste nuove colonie è una buona notizia», dice infatti Philip Trathan, coautore dell’articolo e direttore di biologia della conservazione alla Bas, con una trentina d’anni d’esperienza nello studio dei pinguini, «i siti di riproduzione si trovano tutti in luoghi in cui le recenti proiezioni dei modelli suggeriscono un declino degli imperatori. Gli uccelli in questi siti sono quindi probabilmente “canarini nella miniera di carbone”: campanelli d’allarme che ci raccomandano di osservare questi siti con attenzione, perché il cambiamento climatico influenzerà questa regione».

Uno dei luoghi più impensati a cui si riferisce Trathan, ad esempio, è quello occupato da alcune colonie individuate nello studio: 180 km al largo, su ghiacci marini che si sono formati attorno a iceberg che si erano precedentemente arenati in acque poco profonde. Queste colonie sono una nuova sorprendente scoperta nel comportamento di questa specie sempre più conosciuta.

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