INTERVISTA A CLAUDIA TRAVAGLIO SU MARGARET BURBIDGE

Goodbye, Lady Stardust

L’astrofisica angloamericana Margaret Burbidge è morta domenica scorsa all’età di 100 anni. Fondamentali i suoi studi sui processi di nucleosintesi, e in particolare un articolo del 1957 – divenuto poi celebre con l’acronimo “B2FH” – sulla sintesi degli elementi nelle stelle. Ne parliamo con Claudia Travaglio dell’Inaf di Torino

     07/04/2020
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Margaret Burbidge nel 1976. Foto di Annie Gracy. Fonte: Wikimedia Commons

È morta due giorni fa – domenica 5 aprile, nella sua casa di San Francisco, all’età di 100 anni – Margaret Burbidge, una fra le scienziate che più hanno segnato l’astrofisica del secolo scorso. Fu la prima donna a dirigere lo storico Royal Greenwich Observatory. C’è il suo contributo nella progettazione di alcuni strumenti del telescopio spaziale Hubble. Ma soprattutto la ‘B’ del suo cognome è una delle quattro lettere – la prima, per essere precisi – dell’acronimo con il quale è universalmente noto fra gli astronomi il suo articolo più celebre, “Synthesis of the Elements in Stars”. La sua pubblicazione – nel 1957, su Reviews of Modern Physics – segnò una svolta fondamentale per la comprensione dell’origine degli elementi chimici. Quell’articolo divenne poi talmente celebre da guadagnarsi, appunto, un acronimo – B2FH, dalle iniziali dei cognomi dei quattro autori: Margaret Burbidge, suo marito Geoffrey Burbidge, il futuro Nobel per la fisica William A. Fowler e Fred Hoyle. E B2FH è anche il nome di un’associazione di astrofisici alla cui presidente, Claudia Travaglio, ricercatrice all’Inaf di Torino, ci siamo rivolti per capire meglio la figura di Margaret Burbidge.

Quando vi siete conosciute?

«L’ultima volta che l’ho incontrata è stata nel febbraio del 2003 a Pasadena, al Carnegie Observatories Centennial Symposium IV, un meeting sull’origine e l’evoluzione degli elementi in cui Margaret fece il discorso introduttivo sul paper B2FH. Prima d’allora ci eravamo incontrate a un altro meeting al quel era presente anche Geoffrey, il marito – non ricordo esattamente dove ma era negli Stati Uniti, subito dopo la mia laurea, parliamo della fine degli anni Novanta».

Che persona era?

«Il ricordo che ho di lei è di una persona estremamente gentile e sempre sorridente, parlava sottovoce anche quando parlava al microfono, ma quando parlava lei c’era silenzio, tutti la ascoltavano, non si poteva non ascoltare! Il 12 agosto scorso ha celebrato 100 anni. Ho contattato la figlia – Sarah Burbidge, anche lei molto gentile – per poter raggiungere la mamma con un messaggio di auguri durante il meeting di astrofisica nucleare che ho organizzato a settembre nelle Langhe. Il mio sogno sarebbe stato quello di un breve collegamento Skype per salutarla e farle gli auguri da parte di tutti i partecipanti del congresso. Non se l’è sentita – aveva qualche problema di udito – ma l’abbiamo ricordata lo stesso, dato che alcuni dei partecipanti l’avevano conosciuta personalmente».

Il gruppo “B2FH”. Da sinistra: Margaret e Geoffrey Burbidge, Willy Fowler e Fred Hoyle nel 1971. Foto di Donald D Clayton. Fonte: Cern

Veniamo al suo articolo più celebre – uno fra i più citati di sempre. Dicevamo che è conosciuto nell’ambiente astrofisico con un acronimo: B2FH. Anzitutto, come si legge?

«Molto semplicemente ‘Bidueeffeacca’ (o l’equivalente in inglese)».

Perché è diventato così importante? Qual era la sua novità principale?

«In quel famoso articolo del 1957 per la prima volta si spiegavano in maniera consistente i meccanismi di produzione degli elementi chimici nelle stelle, inclusi gli elementi più pesanti del gruppo del ferro. Si spiegarono i processi di cattura neutroni veloci (processi r) e lenti (processi s), e per la prima volta si introdusse anche l’idea (poi modificata negli anni 70-80) dei processi p, che nel B2FH vennero indicati come catture protoniche. Fu il primo articolo – molto tosto! – che studiai all’inizio della tesi di laurea all’Università di Torino, con la supervisione del professor Roberto Gallino – una tesi il cui obiettivo era proprio andare a studiare i processi di nucleosintesi durante le esplosioni di supernove e confrontarli con le misure di rapporti isotopici estratti da granuli meteoritici».

Copertina della traduzione italiana delle autobiografie dei Burbidge

Lei è anche presidente di un’associazione che di quell’articolo porta il nome. Di cosa vi occupate?

«Sì, insieme ad alcuni colleghi, una decina di anni fa, abbiamo fondato l’associazione B2FH. All’epoca chiesi il permesso a Margaret Burbidge di poter utilizzare quel nome per la nostra associazione e lei non esitò a concedercelo, augurandoci buona fortuna. Scopo dell’associazione è sostenere la ricerca nel campo dell’astrofisica nucleare. Lo facciamo supportando i ricercatori, post-doc, dottorandi e studenti in Italia; favorendo scambi con altri paesi; e stimolando il rapporto con l’industria per l’utilizzo delle tecnologie di calcolo in astrofisica nucleare. Cerchiamo insomma di sensibilizzare privati e aziende a questo tipo di ricerca, organizzando eventi o seminari. Anni fa ho anche tradotto in italiano le autobiografie dei Burbidge e la dissertazione al Premio Nobel tenuta da William Fowler – la lettera ‘F’ del gruppo dei quattro della B2FH, che per quegli studi ottenne il Nobel per la fisica nel 1983. Ne ho inviato una copia anche a Margaret Burbidge recentemente, in occasione del suo centesimo compleanno, con gli auguri della nostra associazione».

Tornando all’acronimo: le due ‘B’, dicevamo, sono entrambe dal cognome del marito, Burbidge. Quello di Margaret da ragazza era Peachey. All’epoca era una consuetudine, immagino, soprattutto nel mondo anglosassone. Ma firma nel paper a parte, l’essere donna l’ha penalizzata, come astronoma?

«Margaret Burbidge ha combattuto una gran parte della sua esistenza contro la discriminazione delle donne nella scienza. Aveva riscontrato enormi difficoltà, essendo donna, a lavorare in osservatori astronomici (nemmeno c’erano i bagni delle donne, ai telescopi), a osservare ai telescopi – in quanto donna non le era permesso, avrebbe dovuto dare ordini agli assistenti notturni i quali erano tutti maschi – e… nella sua biografia molte di queste situazioni vengono descritte molto bene. Ma d’altra parte lei stessa nel 1971 rifiutò l’Annie Jump Cannon Award, un riconoscimento a donne eccellenti in astrofisica, perché era contraria a premi riservati a sole donne. Ricordo una sua famosa frase, a questo proposito: “it is high time that discrimination in favor of, as well as against women in professional life be removed”».

Come vorrebbe che fosse ricordata?

«Lady Stardust è una definizione che ho letto spesso in occasione del suo centesimo compleanno, e la trovo molto bella ed elegante – rimane impressa, esattamente come era lei, un gigante della scienza che con grande determinazione e umiltà ha piantato alcuni pilastri fondamentali per la ricerca in astrofisica».


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