VIAGGIO FRA I TELESCOPI NEI GIORNI DEL CORONAVIRUS

Medicina, un’antenna sul ciglio della zona rossa

Sorge su una terra che è già piatta quanto il mare. Una parabola da 32 metri, una distesa interminabile di filari d’acciaio a forma di croce e tortelloni fantastici. È in questo luogo sospeso tra sogno e realtà che si trova la Stazione radioastronomica di Medicina, in provincia di Bologna. A raccontarcela è Jader Monari, responsabile della Stazione e ricercatore all’Istituto nazionale di astrofisica

     23/03/2020
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Con l’intervista di oggi inauguriamo un percorso a tappe che, per qualche settimana, si snoderà fra l’Italia e l’estero toccando molti telescopi – dell’Inaf, ma non solo – dei quali spesso avete sentito parlare qui su Media Inaf. Ce li faremo raccontare direttamente da chi ci lavora, per scoprirli e anche per viaggiare un po’, in questi giorni di reclusione forzata. Senza trascurare qualche domanda sulla situazione attuale, con la maggior parte degli osservatori fermi per l’emergenza coronavirus. Con l’invito, appena questo incubo sarà finito, ad andare a visitarli di persona. Partiamo dal radiotelescopio che si trova in questo momento, almeno dal punto di vista geografico, nella situazione più critica: la Stazione radioastronomica di Medicina. Sorge a una trentina di km a est di Bologna, andando verso il mare, là dove l’Emilia è lì lì per farsi Romagna. Ci risponde al telefono il responsabile della Stazione, Jader Monari.

Da pochi giorni Medicina è in piena zona rossa: anche i radiotelescopi lo sono? Si continuano a fare osservazioni?

«Dal momento in cui il sindaco Matteo Montanari, nella notte del 16 marzo, ha predisposto, tramite la regione Emilia Romagna, la chiusura dell’intero Comune di Medicina – perché la zona è stata interessata da un numero molto grande di casi Covid-19, che hanno riguardato specialmente parte della popolazione anziana che pare avesse frequentato ripetutamente un centro sociale (a venerdì, erano più di 94 i casi riconosciuti in questo piccolo comune) – è stato creato un cordone sanitario che impedisce di accedere a Medicina e Ganzanigo, le due frazioni più vicine dalle quali non si può né entrare né uscire. Il radiotelescopio chiamato “di Medicina” in realtà non si trova proprio a Medicina, bensì in mezzo alla campagna del medicinese, in una frazione che si chiama Fiorentina, per cui in linea teorica sarebbe anche raggiungibile. Tuttavia, come tutti gli istituti Inaf, noi stiamo seguendo le indicazioni dettate dal nostro direttore generale e, per questa specifica situazione della stazione radioastronomica, essendo praticamente confinante con un comune ora delimitato come zona rossa, stiamo limitando al massimo gli accessi, chiudendo tutta la struttura. In ogni caso, i radiotelescopi sono bloccati, non stiamo facendo osservazioni, anche perché la parabola da 32 metri doveva essere sottoposta a manutenzione. Siamo, come si dice, in standby».

Quando è stata l’ultima volta che hai lavorato alla stazione radioastronomica?

«In realtà è un po’ di tempo che sono in quarantena perché, a metà febbraio, sono entrato in contatto con persone che vivono in una zona limitrofa a quella del primo focolaio italiano, in Lombardia. Ho quindi preferito tutelare i miei colleghi e amici, rimanendo in isolamento per un paio di settimane che, dopo il Dpcm dell’8 marzo, sono diventate un mese e mezzo. Devo dire che, anche se trascorsi a casa, sono stati giorni molto intensi, in quanto sono stato molto impegnato, come responsabile, nella gestione della stazione radioastronomica. Negli ultimi giorni, da quando Medicina è diventata zona rossa, sono in stretto contatto con i carabinieri, ai quali ho mandato l’elenco della turnazione dei dipendenti Inaf, in accordo con la nostra Direzione».

La stazione radioastronomica di Medicina è unica nel suo genere, puoi raccontarci perché?

«La stazione radioastronomica di Medicina è un posto particolare, per la sua posizione e dal punto di vista storico. La Croce del Nord fu costruita nel 1964, quando la radioastronomia era ancora agli albori. Si trova in un contesto molto vicino a Bologna, quindi anche relativamente comodo, in una campagna sterminata, molto bella e affascinante. Fu costruita in questa zona perché effettivamente era abbastanza vicina all’università e piuttosto comoda da raggiungere. Il gruppo di ricercatori di Bologna studiava le alte energie, ma era anche interessato a fare osservazioni radioastronomiche. C’è una leggenda che narra il motivo per cui il radiotelescopio fu proprio costruito in quel posto: la leggenda dei tortelloni. Si racconta che lì vicino ci fosse un famosissimo e buonissimo ristorante che faceva dei tortelloni fantastici, e che questo fu l’elemento che in definitiva portò alla costruzione della Croce del Nord proprio in quel punto, potendo il ristorante essere un punto di riferimento culinario per gli operatori che hanno costruito la struttura e per i radioastronomi poi. Purtroppo per noi, ora questo ristorante si è spostato a Medicina».

Radiotelescopio Croce del Nord. Crediti: Jader Monari.

È un complesso molto grande. Quanti anni ci sono voluti per realizzarla?

«La Croce del Nord è stata costruita in tempi rapidissimi, perché all’epoca non c’erano tutte le regolamentazioni che ci sono adesso. Inoltre, per la costruzione della stazione fu investito anche il corpo militare. Fu una cosa incredibile, perché praticamente in due anni venne costruita questa enorme struttura che a oggi è ancora in piedi. Allora non si faceva uso di computer e i progetti venivano fatti a mano. E non mi riferisco solo ai progetti elettromagnetici, delle antenne, ma anche di quelli statici, della struttura. Il radiotelescopio Croce del Nord è uno strumento di 30mila metri quadri di area collettrice, un trentesimo di quello che sarà Ska, il più grande radiotelescopio al mondo. È un radiotelescopio che ancora oggi, se venisse reingegnerizzato, sarebbe uno strumento di punta per la radioastronomia».

Il pubblico può visitare la stazione radioastronomica?

«Accanto alla stazione radioastronomica c’è il Centro visite “Marcello Ceccarelli”, dedicato alle visite da parte del pubblico e delle scolaresche. Il centro è dotato di una sala espositiva con exhibit, esperienze interattive, strumentazione storica e una bella sala multimediale. Con la visita guidata, prenotabile dal sito del Centro Visite, è possibile anche fare un tour nella stazione radioastronomica, per osservare le antenne da vicino. E il sito web mette a disposizione un tour virtuale del centro visite e della stazione radioastronomica, in attesa di poter tornare a visitare questi luoghi di persona».

Quindi dalla campagna medicinese si osserva benissimo il cielo, o forse dovremmo dire che lo si riesce ad ascoltare molto bene…

«Sì. A oggi, l’unica cosa negativa di questa posizione è la sua vicinanza a Bologna, le cui interferenze umane (di natura radio) sono decisamente più alte rispetto a quanto erano una volta. Uno strumento così sensibile, in certe bande risulta essere accecato dall’inquinamento a radiofrequenza».

La parabola da 32 metri

C’è anche un’altra antenna, oltre all’originalissima Croce del Nord, vero?

«L’altra antenna è una parabola di 32 metri di classe medio-piccola, riconosciuta come uno strumento ad altissima efficienza, nel senso che opera molto bene e solitamente non ha lunghi tempi di inattività, contribuendo moltissimo alla radioastronomia nazionale e internazionale. Anche alla parabola nei prossimi anni dovrebbe essere fatto un upgrade importante che prevede l’installazione di uno specchio attivo, in grado di compensare le deformazioni indotte dalla gravità a seconda del puntamento, permettendo di avere sempre una superficie perfetta. Con questo upgrade si potranno fare osservazioni a frequenze più alte. In questo momento il limite è 22 GHz ma sicuramente tenteremo di arrivare intorno a 90 GHz, come il Sardinia Radio Telescope. Quindi, anche se piccolina, sicuramente farà dell’ottima scienza, nei prossimi anni».

E la ricerca degli omini verdi? Partecipate ancora al famoso progetto di ricerca di intelligenze extraterrestri?

«L’ex responsabile della stazione radioastronomica di Medicina, Stelio Montebugnoli, sebbene in pensione, è attualmente Seti Advisor della Direzione scientifica dell’Inaf. In questo momento non stiamo facendo attivamente la ricerca in questione perché la “macchinetta” che ha sempre permesso di farlo – che si chiama Serendip IV – è stata smantellata in quanto non funzionava più. Però è in corso la progettazione di un sistema analogo, basato su un computer potenziato in termini di Cpu, che permetterà di ottenere potenze computazionali enormi, rispetto a prima. In questo momento la nuova macchinetta è in fase di test, e speriamo di riuscire a breve a metterla online per fare nuovamente osservazioni anche per questo progetto. Vorrei però ribadire ciò che dico sempre, riguardo al Seti, ossia la sua scarsissima possibilità di successo».

Per quale motivo?

«Perché nel corso degli anni si è capito che il progetto originale della ricerca di un segnale monocromatico è un po’ superata. Stiamo infatti comprendendo, da come evolvono le telecomunicazioni in ambito umano, che non esiste più la portante con le bande laterali che contengono informazioni, ma sappiamo benissimo che al giorno d’oggi le comunicazioni vengono fatte con sistemi digitali, con modulazione digitale, dove le portanti non esistono. Di conseguenza, visto che una delle ipotesi del progetto Seti era proprio la ricerca della portante – intesa come la bottiglietta in mezzo all’oceano che, quando trovata, anche senza capirne il contenuto ci fa capire che c’è qualcun altro – dobbiamo rivedere gli algoritmi di ricerca del segnale. Bisogna usare meccanismi molto più complessi, alcuni dei quali sono in fase di studio da parte del gruppo coordinato da Montebugnoli. Tali algoritmi sono in grado di riconoscere un segnale coerente all’interno del rumore, anche nel caso in cui sia un segnale digitale. Quindi, in definitiva, al momento non stiamo lavorando per il Seti ma ci sono delle ricerche in corso d’opera per ripartire in quella direzione».

L’expertise del gruppo di Medicina vi ha portato a essere protagonisti di un’altra avventura internazionale: lo Square Kilometre Array…

«È vero, una parte sostanziale del gruppo tecnico di Medicina è coinvolta nel progetto Ska, di cui io coordino a livello nazionale la parte a bassa frequenza. Fino all’arrivo del Covid-19, siamo sempre stati in prima linea. A fine gennaio, ad esempio, siamo stati in Australia per seguire dei test sull’array che abbiamo installato in mezzo al deserto australiano. Anche oggi stiamo monitorando il funzionamento dell’array. Sono in corso tantissimi sforzi in questa direzione, anche da lontano e nel pieno di questa emergenza mondiale. Speriamo di poterli continuare a perseguire anche dopo questa emergenza, anche se in questo momento la stessa Australia sta chiudendo tutto. Probabilmente la settimana prossima sarà l’ultima opportunità per andare in mezzo al deserto perché poi il sito verrà chiuso: essendo molto remoto, si vuole evitare che qualcuno si ammali in mezzo al deserto e resti là. Medicina in tutto questo è stato un po’ il semino del progetto Ska: tutto è partito dall’idea di reingegnerizzare la Croce del Nord. Dopodiché, la comunità nazionale e internazionale, grazie l’expertise del team, ha riconosciuto le nostre competenze e oggi siamo uno dei principali protagonisti di questo grande progetto. Tutto questo ha portato, in particolare a me, una grande soddisfazione perché comunque sia mentre prima Inaf era vista come la Cenerentola del gruppo, ora siamo visti quasi come i principi, visto che è stato pienamente riconosciuto il grosso sforzo che abbiamo fatto, sia dal punto di vista tecnico che economico».


Integrazione del 23.03.2020: sono stati aggiunti il riferimento e i link ai tour virtuali

Per leggere le altre interviste di questa serie dedicata ai telescopi:

Guarda su MediaInaf Tv il servizio del 2014 sui 50 anni della Croce del Nord: