AL VIA IL PROGETTO EUROPEO JUMPING JIVE

Il ballo sincronizzato dei radiotelescopi

Oggi l’Europa si sintonizza sulle frequenze radio africane. O, almeno, è parte di ciò che accade a Leiden, in Olanda, dove prende avvio un progetto europeo dal nome jazz, che ha globalizzazione come parola d’ordine e guarda all’Africa come terra di progresso per la rete di radiotelescopi euro-afro-asiatica Evn. Ma il terrore, per i radioastronomi, viene dal cielo...

     21/02/2017

I fratelli Nicholas sulle note di Jumping Jive di Cab Calloway nel film ‘Stormy Weather’ del 1943. Crediti: Photofest.

Il nome del progetto europeo Jumping Jive che prende ufficialmente il via oggi a Leiden, in Olanda, si ispira a una musica scatenata di fine anni ‘30, che metteva le ali piedi a virtuosi ballerini di tip tap, infracchettati come da prammatica. Più posati e informali risultano certamente i radioastronomi provenienti da 8 diversi paesi, tra cui l’Italia, che si sono messi di buona lena per far fare un salto qualitativo allo European Vlbi Network (Evn), una rete mondiale di radiotelescopi, distribuiti tra un cuore europeo, diverse propaggini asiatiche e un avamposto sudafricano, oltre a una rappresentanza americana. Il network Evn è gestito dal Jive, il Joint Institute for Vlbi Eric, situato a Dwingeloo, sempre in Olanda.

Nonostante si trovino collocati anche molto distanti tra loro – anzi, proprio grazie a questo – i radiotelescopi partecipanti a questa rete possono funzionare come se fossero un’unica grande antenna, sfruttando una tecnica di sincronizzazione denominata interferometria su lunghissima base (Vlbi). Il progetto Jumping Jive, dal valore complessivo attorno ai 3 milioni di euro, nasce per migliorare ulteriormente i risultati ottenibili con questo lavoro di squadra, e la sua parola d’ordine è globalizzazione, secondo diverse declinazioni.

Come riferisce a Media Inaf, direttamente da Leiden, Tiziana Venturi, dell’Istituto di Radioastronomia Inaf di Bologna, responsabile nel progetto del work package sul futuro Vlbi. «Questo progetto ha l’ambizione di espandere la rete Vlbi battendo diverse strade», spiega Venturi. «Innanzitutto,  cercando nuovi partner; poi, facendo un lavoro di training sia scientifico che tecnologico e operativo al personale che farà funzionare le antenne della futura Avn, la rete Vlbi africana; ancora, creando fin da ora un link con Ska».

Ska, lo Square kilometre array, è il progetto – da realizzare nel prossimo decennio – per il più grande radiotelescopio al mondo, dislocato tra i deserti dell’Australia occidentale e dell’Africa meridionale. Lo sviluppo della rete africana di singole parabole da mettere in rete Vlbi è considerato propedeutico a Ska; la prossima antenna a entrare in funzione, riconvertita dall’uso per telecomunicazioni, dovrebbe essere la parabola da 32 metri del Ghana, del tutto simile a quella Inaf in funzione dal 1983 a Medicina, vicino Bologna.

Le disclocazioni dei radiotelescopi partecipanti alla rete Evn. Crediti: Jive

«Un altro scopo fondamentale del progetto», prosegue Venturi, «è quello di implementare piattaforme comuni di software ai vari radiotelescopi, nonché di iniziare un intenso lavoro di divulgazione sull’argomento, rivolto sia al grande pubblico, che alla platea di astronomi non specialisti del campo. Last but not least, cruciale in questo progetto sarà ridisegnare la roadmap della scienza Vlbi per il decennio 2020-2030, quando si entrerà a pieno regime nella fase Ska e si avranno a disposizione ormai buona parte delle antenne Avn».

Progetti scientifici come questo, che guardano al futuro, sono scossi da brividi di puro terrore di fronte ad altri progetti, altrettanto innovativi ma che mettono in forse la possibilità stessa di tenere accesi i radiotelescopi. Come l’ambizioso programma della società spaziale SpaceX di Elon Musk per fornire una copertura wifi globale tramite una miriade di satelliti, accecando le frequenze radio utilizzate dalla radioastronomia.

«Sì, questa eventualità è molto preoccupante», conferma Marcello Giroletti, dello stesso istituto Inaf e coinvolto nel progetto Jumping Jive. «Se davvero quest’ipotesi diventasse realtà, le idee di sviluppo della radioastronomia che sono al cuore di Jumping Jive perderebbero completamente di significato. Ma ancor peggio, temo che ci sarebbe ben poco da salvare per la radioastronomia in toto».