UN ROMANZO SCIENTIFICO

Novità in libreria: “The Dark Arrow of Time”

Se non avete ancora idea di cosa regalare ai vostri amici per Natale, questo può essere un ottimo consiglio. Un libro che vi guiderà in un viaggio appassionante, un'avventura fantascientifica divertente ma allo stesso tempo densa di suspense. L'intervista all'autore, Massimo Villata, dell’Inaf di Torino

“The Dark Arrow of Time”
di Massimo Villata, Springer, 2017

Intrighi interplanetari, amori galattici e viaggi nel tempo sfruttando l’antimateria. Tutto questo e molto altro è The Dark Arrow of Time, edito da Springer e scritto da Massimo Villata, astronomo dell’Inaf di Torino. Si tratta della versione inglese del primo libro dello scienziato e pubblicato per la prima volta ormai quasi 10 anni fa, La freccia oscura del tempo. Fino a quest’anno, l’attività di scrittore dell’astronomo dell’Inaf è stata protetta da anonimato grazie all’utilizzo dello pseudonimo Max Wells, ma con la versione inglese la casa editrice ha deciso di utilizzare il vero nome dell’autore.

Il libro, nella versione italiana come in quella in inglese, è un affascinante intreccio di narrativa e scienza, coinvolgente e oscuro allo stesso tempo. Sarà stato proprio questo stile accattivante, scorrevole e interessante (dal punto di vista scientifico), ad aver convinto la casa editrice Springer a inserire il libro di Villata nella collana “Science and Fiction – A Springer Series“, ideata per condurre il lettore dove nessuno è andato prima, tra scienza e fantascienza.

Cosa l’ha portata, dopo alcuni anni come scrittore di hard science fiction, a uscire allo scoperto pubblicando un libro con il suo vero nome?

«Se ben ricordo, la prima edizione de La freccia oscura del tempo è del 2010 (o forse addirittura 2009), mentre la seconda (e ultima) è del 2012. Mi piaceva l’idea di mantenere ben separate la produzione scientifica e quella letteraria, per cui avevo scelto quello pseudonimo, che altro non è che un ibrido tra il mio nome e quelli di H. G. Wells (l’autore de La macchina del tempo e uno dei padri della fantascienza) e di J. C. Maxwell, delle cui famose equazioni si fa uso anche nel romanzo. Da più parti però mi si faceva notare che tale scelta poteva sembrare un vezzo esterofilo un po’ fuori moda invece che una scelta mirata. Il colpo di grazia a Max Wells l’ha poi dato la Springer, paventando difficoltà burocratiche e di copyright quasi insormontabili».

Perché in inglese questa volta?

«La pubblicazione in inglese è abbastanza ovvia: si raggiunge un pubblico molto più vasto e una visibilità maggiore. Inoltre, come mi diceva un agente letterario qualche tempo fa, il problema grosso dell’editoria in Italia sono gli editori stessi, che tendono a non essere innovativi e propositivi ma, al contrario, cercano solo di stare dietro ai gusti di un pubblico sempre più incolto. Il quale però, come tale, legge sempre di meno e si trastulla sempre di più con gli smartphone e con il web, alla ricerca di fandonie sempre più improbabili. E così questa politica si rivela doppiamente fallimentare: si perdono comunque i lettori “leggeri” a causa di internet e si perdono anche quelli più impegnati, stufi di veder pubblicare sempre le stesse cose in ennesime scopiazzature. Per carità, non voglio insegnare agli editori il loro mestiere, ma sta di fatto che qui in Italia nessuno ha visto di buon occhio la mia proposta di un nuovo genere: il romanzo scientifico. Quando è stata la Springer a proporlo a me nella sua innovativa collana Science and Fiction, che calza a pennello con i miei romanzi, ha ovviamente sfondato una porta aperta. Vorrà dire che, oltre alla famigerata “fuga dei cervelli”, un giorno o l’altro assisteremo anche a una fuga dei narratori. Salvo poi ricomprare, a prezzi maggiorati, i diritti dalle case editrici estere per poter pubblicare i successi internazionali anche in Italia. Il colmo sarebbe ritradurre i libri in italiano dall’inglese… È per questo che ho ceduto alla Springer i diritti in tutte le lingue tranne che in italiano, per non dover assistere ad un tale scempio e poter fornire a un eventuale editore italiano illuminato le versioni in lingua originale».

Massimo Villata, Inaf di Torino

Secondo lei “andare a zonzo” nel tempo è possibile e ce lo spiega riferendosi all’antImateria. Qual è la sua teoria?

«Secondo tale teoria i viaggi nel tempo sono teoricamente possibili. Che siano anche realizzabili è tutto un altro paio di maniche… È molto difficile spiegare in poche parole la teoria, che però è ben esposta, anche se in modo divulgativo, sia nel romanzo che nella sua appendice scientifica. Basti pensare che, se l’antimateria altro non è che materia comune che va indietro nel tempo (lo diceva già Feynman negli anni ’40), allora è necessario e sufficiente subire tale trasformazione e, presto chango, si può andare a visitare le epoche passate, come succede nei romanzi successivi alla freccia oscura».

Il suo libro è stato inserito (nella versione in lingua inglese) nella collana “Science and Fiction” di Springer. Cosa ne pensa?

«Sì, la collana intende unire scienza e narrativa (ma tratta anche saggistica sul binomio scienza-fantascienza), come ben spiegato sul loro sito. Dire che ne penso ogni bene è ormai superfluo, visto che, come già detto, calza a pennello con i miei scritti e che con me hanno sfondato una porta aperta».

Come questo stile comunicativo/narrativo può influire sul modo di divulgare la scienza oggi?
«Può influire molto positivamente, attraendo lettori non di per sé affascinati dalla scienza. La divulgazione scientifica, se fatta bene, ha sempre un duplice scopo: non solo insegnare qualcosa di scienza, ma anche essere uno stimolo a pensare, e secondo me questo secondo aspetto è il più importante. In fondo quasi tutti usano con disinvoltura uno smartphone, anche se quasi nessuno sa come funziona. Il problema è che tutti lo usano in modo acritico. Anzi, sono indotti a usarlo, a beneficio di chi li ha inventati, e così prosciuga anche i pochi introiti dei meno abbienti. Quello che io mi auguro da una corretta divulgazione scientifica è che comunichi non la scienza ma il pensiero critico su cui essa si basa. La scienza non è dogma, non è certezza, ma è continua rivoluzione, continua eresia. Non serve sapere come funziona l’ultimo modello di aggeggio elettronico o conoscere la composizione chimica dell’ultimo farmaco messo in commercio, se non siamo coscienti del perché sono stati inventati. Quello che mi auguro è un pubblico meno influenzabile e meno manipolabile, più dotato di pensiero critico e meno succube del pensiero altrui. Certo, il romanzo scientifico non è la panacea, ma può essere un utile tassello».

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