RADIAZIONI IN ORBITA E RISCHIO CARDIOVASCOLARE

In alto i cuori, ma non troppo

Il tasso di mortalità dovuto a problemi cardiovascolari, per gli astronauti del programma lunare Apollo, è pari al 43 percento: un dato 4 o 5 volte superiore rispetto a quello relativo agli astronauti che non hanno mai abbandonato la Terra o che hanno viaggiato solo in orbita bassa. Lo studio su Scientific Reports

astronautaI ricercatori che seguono le condizioni di salute degli astronauti della missione Apollo ritengono che il loro essere più soggetti a problemi cardiaci sia dovuto all’esposizione alle radiazioni dello spazio profondo. Il cuore è a rischio sulla Terra così come nello spazio. Se sul nostro pianeta facciamo di tutto per proteggere questo organo cruciale, gli astronauti devono stare ancora più attenti quando si trovano nella Stazione spaziale internazionale, a 400 chilometri dalla superficie terrestre e alle prese con microbi spaziali, tempeste solari, radiazioni, assenza di gravità e polvere tossica. Insomma, la ISS è un luogo sicuro ma problemi come osteoporosi, nausea spaziale, perdita di massa ossea e muscolare, squilibri cardiovascolari, cecità spaziale e diabete sono dietro l’angolo.

Nello specifico, in uno studio pubblicato su Scientific Reports, Micheal Delp della Florida State University ha spiegato che gli astronauti che hanno viaggiato nello spazio profondo durante le missioni lunari (quindi oltre l’orbita bassa della Terra) sono stati esposti a livelli di radiazioni cosmiche decisamente più alti rispetto a ogni altra missione con equipaggio umano nella storia. Le conseguenze di questa esposizione prolungata si vedono soprattutto nel cuore.

«Sappiamo molto poco sugli effetti delle radiazioni dello spazio profondo sulla salute umana», dice Delp, «in particolare sul sistema cardiovascolare». Il loro è infatti il primo studio specificatamente diretto agli astronauti del programma Apollo, che dal 1961 al 1972 ha portato in orbita 11 equipaggi umani di cui 9 oltre l’orbita terrestre, nello spazio profondo. Fra queste, anche la missione Apollo 11, quella che portò all’atterraggio sulla Luna il 20 luglio 1969, rimanendo per sempre nell’immaginario collettivo.

La NASA sta pensando di portare nuovamente l’uomo attorno alla Luna tra il 2020 e il 2030, in preparazione di un’eventuale (per ora improbabile) missione umana su Marte. Studiare oggi le condizioni di salute degli astronauti (prima, durante e dopo la permanenza nello spazio per periodi prolungati) permetterà di rendere più sicure missioni verso il Pianeta rosso e – chissà – anche più lontano. Ma c’è di più: conoscere meglio come lo spazio può causare cambiamenti drastici nel funzionamento del cuore e degli apparati del corpo umano aiuterà gli scienziati a sviluppare misure di volta in volta più efficaci per contrastare gli effetti negativi delle radiazioni, sia nello spazio che sulla Terra.

Delp e la sua squadra di ricercatori hanno rilevato che il 43 percento degli astronauti Apollo scomparsi sono morti per problemi cardiovascolari: un dato quattro o cinque volte superiore rispetto a quello relativo agli astronauti che non hanno mai abbandonato la Terra o che hanno viaggiato solo nell’orbita terrestre bassa. Dei 24 uomini che hanno partecipato alle missioni lunari Apollo, 8 sono già morti e 7 di loro sono stati inclusi nello studio in questione (perché l’ottavo è scomparso quando la ricerca era già conclusa). All’esperimento hanno partecipato anche dei topolini da laboratorio che sono stati sottoposti allo stesso tipo di radiazioni con cui sono stati bombardati gli equipaggi Apollo: dopo sei mesi (pari a circa 20 anni se si trattasse di uomini) i topi hanno mostrato un deterioramento delle arterie noto per portare, nell’uomo, allo sviluppo di malattie cardiovascolari aterosclerotiche.

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Fonte: Media INAF | Scritto da Eleonora Ferroni