UNO STUDIO TRA ARCHEO-ASTRONOMIA E PERCEZIONE

Le stelle si vedono meglio dalla tomba?

Presentata al meeting annuale della RAS l’idea per cui le tombe a corridoio di un sito megalitico risalente a 6 mila anni non fossero solo orientate astronomicamente ma costituissero una sorta di “telescopio senza lenti", potenziando le capacità osservative. Con il commento di Adriano Gaspani, archeo-astronomo INAF

Il gruppo megalitico di Carregal do Sal, in Portogallo: a) Dolmen da Orca, una tipica struttura a dolmen; b) vista del passaggio e dell’entrata dall’interno della camera; c) Orca de Santo Tisco, un dolmen con un corridoio molto più stretto. Crediti: Fabio Silva

Il gruppo megalitico di Carregal do Sal, in Portogallo: a) Dolmen da Orca, una tipica struttura a dolmen; b) vista del passaggio e dell’entrata dall’interno della camera; c) Orca de Santo Tisco, un dolmen con un corridoio molto più stretto. Crediti: Fabio Silva

Usare lo stretto corridoio d’una sepoltura come rudimentale telescopio senza lenti? È questa la suggestiva idea elaborata da Kieran Simcox, studente della Nottingham Trent University, partecipando agli studi sulle tombe megalitiche vecchie di 6 mila anni nella valle del Mondego, nel Portogallo centrale. Simcox ha presentato le prime risultanze delle sue ricerche al Meeting nazionale di astronomia della RAS, la Royal Astronomical Society.

Proprio due anni fa avevamo parlato qui su Media INAF del probabile allineamento celeste delle tombe nel sito di Carregal do Sal, allineamento scoperto da Fabio Silva della University of Wales Trinity Saint David. «L’orientamento delle tombe sembra essere allineato con la posizione in cui all’epoca si trovava Aldebaran, la stella più brillante nella costellazione del Toro», spiega Silva. «Per stabilire con precisione la prima apparizione stagionale di questa stella, era fondamentale essere in grado di rilevarla durante il crepuscolo».

Per la popolazione preistorica lì residente, dedita alla pastorizia, la ricomparsa della stella, dopo due cicli lunari di assenza dalla volta celeste, poteva costituire un importante indicatore stagionale, ovvero il momento propizio per iniziare la transumanza verso i pascoli estivi sulle vicine montagne. Ora, la nuova idea è che i lunghi e stretti corridoi di pietra, che davano l’accesso alle camere tombali costituite da blocchi megalitici sovrapposti, potessero, in qualche modo, favorire l’osservazione delle stelle, in particolare di quelle un po’ più deboli e durante momenti di non perfetta oscurità, come i crepuscoli.

Vista verso est dal gruppo megalitico di Carregal do Sal all’alba di un giorno di fine aprile attorno al 4.000 A.C., ricostruita utilizzando un Digital Elevation Model e Stellarium. Aldebaran, l’ultima stella a sorgere prima del Sole, si alza direttamente sopra la Serra da Estrela, ‘la catena montuosa della stella’. Crediti: Fabio Silva

Vista verso est dal gruppo megalitico di Carregal do Sal all’alba di un giorno di fine aprile attorno al 4.000 A.C., ricostruita utilizzando un Digital Elevation Model e Stellarium. Aldebaran, l’ultima stella a sorgere prima del Sole, si alza direttamente sopra la Serra da Estrela, ‘la catena montuosa della stella’. Crediti: Fabio Silva

Il nuovo progetto intende verificare come l’occhio umano, senza l’ausilio di alcun dispositivo telescopico, riesca a percepire le stelle a seconda delle condizioni di colore e luminosità del cielo. «È sorprendente che nessuno abbia finora studiato a fondo come ad esempio il colore del cielo notturno influisca su ciò che può essere visto ad occhio nudo», commenta Simcox.

Queste strutture potrebbero dunque essere i primi strumenti astronomici a supporto della visione, millenni prima che fosse inventati telescopi. Il gruppo di ricerca si spinge anche a prefigurare che la conoscenza derivata da tale strumento potesse essere esoterica, riservata a un gruppo di iniziati che, spendendo la notte “in compagnia degli antenati” nella profondità di una tomba a corridoio, sarebbero stati in grado di distinguere astri non visibili da un punto di osservazione all’aria aperta.

Un’interpretazione, quest’ultima, a cui crede poco Adriano Gaspani, archeo-astronomo dell’INAF all’Osservatorio di Brera. «Si tratta di ipotesi e congetture che non potranno mai essere né confermate né smentite, in quanto l’interpretazione che gli antichi davano a ciò che veniva osservato era tipico di ciascuna cultura e non ci è dato conoscerla», dice Gaspani a Media INAF. «Personalmente credo poco al fatto che nel neolitico si osservasse l’orizzonte con gli astri in levata ed in tramonto dall’interno dei corridoi delle tombe megalitiche, anche perché l’interno di esse era, dal punto di vista religioso, tendenzialmente precluso ai vivi».

E per quanto riguarda l’effetto ottico? «Teniamo presente che l’osservazione del cielo attraverso un’apertura (o un tubo senza ottica) non permette di scorgere stelle più deboli di quelle visibili a occhio nudo», spiega Gaspani. «Se mai, contribuisce ad aumentare il contrasto e a ridurre le luci parassite esterne. In questo senso si vede meglio, potendo concentrarsi solo sulla ridotta area di cielo che si sta inquadrando. Qui abbiamo anche un effetto psicologico, che agisce sull’osservatore inducendolo , appunto, a osservare meglio».

Fonte: Media INAF | Scritto da Stefano Parisini