SCIENCE ADVANCES, STUDIO GUIDATO DA FABIO FALCHI

È d’un prof di Ostiglia l’atlante del cielo buio

Insegna fisica in un istituto tecnico in provincia di Mantova, e nel tempo libero, da ricercatore volontario dell’ISTIL, ha guidato la realizzazione del nuovo atlante mondiale della brillanza artificiale del cielo notturno. Media INAF lo ha intervistato

Europe with bordersPubblicato oggi su Science Advances il “New World Atlas of Artificial Night Sky Brightness”, l’edizione aggiornata dell’atlante mondiale dell’inquinamento luminoso. Uno studio che documenta quanto il cielo notturno del nostro pianeta sia “sporcato” dalla luce artificiale. Un fenomeno, quello della perdita del cielo buio, che oltre a disperare gli appassionati di astronomia ha conseguenze anche sugli organismi notturni e sugli ecosistemi in cui vivono.

A guidare il team internazionale di ricercatori che ha realizzato l’opera, l’italiano Fabio Falchi, docente di fisica all’Istituto Statale di Istruzione Superiore “Galileo Galilei” di Ostiglia, in provincia di Mantova, nonché ricercatore all’ISTIL, l’Istituto di Scienza e Tecnologia dell’Inquinamento Luminoso.

Ricercatore, ci tiene a sottolineare, su base volontaria, così come volontari sono i molti cittadini che hanno fornito dati fondamentali per lo studio, basato sì sulle osservazioni del satellite americano Suomi NPP ma anche sulle calibrazioni effettuate a terra, appunto, da migliaia di appassionati. Oltre 30 mila misure di brillanza del cielo, sia da parte di amatori, come coloro che hanno raccolto dati con la app “Loss of the night”, che di astronomi professionisti, per esempio all’Università di Madrid.

«I citizen scientists hanno fornito circa il 20 percento dei dati totali utilizzati per la calibrazione, e senza di loro non avremmo avuto dati di calibrazione per i paesi al di fuori dell’Europa e del Nord America», dice uno dei coautori dello studio, Christopher Kyba, del GFZ Research Centre for Geosciences tedesco.

Mappa mondiale della brillanza artificiale del cielo notturno. Fonte: Science Advances

Mappa mondiale della brillanza artificiale del cielo notturno. Fonte: Science Advances

Ma quali sono i risultati ottenuti? Media INAF lo ha chiesto direttamente a Fabio Falchi.

Anzitutto, come si colloca l’Italia, rispetto agli altri paesi, nel vostro nuovo atlante mondiale della brillanza artificiale del cielo notturno?

«All’interno del gruppo dei G20, l’Italia è, insieme alla Corea del Sud, la nazione più inquinata in assoluto. Se andiamo a vedere le mappe, non esiste più alcuna zona del nostro paese esente dall’inquinamento luminoso. E anche se facciamo un confronto tra città, Milano rispetto a Monaco di Baviera per esempio, paragonabili quanto ad abitanti sia come città che come aree metropolitane, mentre Milano appare nelle mappe come una macchia brillantissima, Monaco di Baviera risulta quasi difficile da trovare, proprio perché è molto meno inquinata. Stessa cosa se confrontiamo le aree metropolitane di Roma e Berlino, che ha addirittura più abitanti».

Fabio Falchi e la “sua” mappa dell’Europa

E questo a che cosa è dovuto?

«Semplicemente al fatto che i tedeschi usano livelli d’illuminazione inferiori ai nostri. Non hanno tecnologie più avanzate, anzi: la nostra industria illuminotecnica è fra le migliori del mondo. Ma in Italia, purtroppo, come anche in Spagna, usiamo un numero maggiore di dispositivi per l’illuminazione stradale».

Insomma, siamo più spreconi?

«Siamo più spreconi, sicuramente».

E all’interno dei confini nazionali, quali sono le regioni più virtuose e chi ha invece la maglia nera – o meglio, la “maglia brillante”, visto il tema?

«Le zone più buie sono sicuramente in Sardegna e nel Sud Tirolo, ma anche in Maremma, in parte dell’Appennino e anche in parte della Calabria troviamo zone non troppo inquinate. La peggiore è invece senz’altro la Pianura Padana, una fra le regioni più ampie al mondo dove si è persa la possibilità di vedere la Via Lattea».

Nel vostro studio mettete in guardia contro il rischio che potrebbe rappresentare la diffusione dell’illuminazione led, che pure sul fronte del risparmio energetico sembra assai più efficiente, rispetto alle altre fonti di luce artificiale. Perché?

«Il problema è che quelli che stanno installando hanno una temperatura di colore elevatissima. Dunque con un elevato contenuto della parte più blu dello spettro elettromagnetico. Rispetto allo spettro d’una lampada al sodio tradizionale, di colore giallastro, i nuovi led hanno un aspetto brillante e azzurrognolo».

Questo cosa comporta? Cos’hanno di più nocivo?

«Esposto alla luce con componente blu, il nostro corpo produce meno melatonina, e di conseguenza il ritmo circadiano, il nostro orologio biologico, viene alterato, con possibili conseguenze per la salute. Questo per quanto riguarda la biologia. Ma c’è anche un aspetto più estetico e culturale».

In che senso?

«Il nostro occhio, quando guarda il cielo di notte, lontano dalle luci artificiali, è in condizione di visione notturna, scotopica, caratterizzata da una sensibilità superiore alla parte blu dello spettro rispetto alla visione diurna. Questo comporta che, se a parità di tutte le altre condizioni sostituissimo interamente le lampade al sodio per l’illuminazione notturna con led bianchi a elevata temperatura di colore, la brillanza in cielo percepita dal nostro occhio aumenterebbe dalle due alle quattro volte. Ma questo non è un difetto intrinseco della tecnologia a led: basterebbe scegliere led con una tonalità più calda, e dunque una temperatura di colore inferiore. Scelta che, fra l’altro, sarebbe più apprezzata anche esteticamente, considerando che, là dove sono stati installati, i led a luce bianca e azzurrognola sono risultati troppo abbaglianti. Le persone li trovano fastidiosi».

Per saperne di più:

Guarda il servizio video su INAF-TV: