SEGNI DI CEDIMENTO STRUTTURALE

Se Phobos va in briciole

Secondo uno studio del NASA Goddard la più grande e vicina delle lune marziane andrà lentamente in frantumi sotto la potente azione mareale del Pianeta Rosso. Ancora fra i 30 e i 50 milioni di anni e di Phobos non resteranno che briciole

Un nuovo modello suggerisce che le scanalature che attraversano la luna di Marte Phobos siano state prodotte dall’attrazione gravitazionale reciproca fra il pianeta e il suo satellite. Crediti: NASA / JPL-Caltech / Università dell’Arizona.

Un nuovo modello suggerisce che le scanalature che attraversano la luna di Marte Phobos siano state prodotte dall’attrazione gravitazionale reciproca fra il pianeta e il suo satellite. Crediti: NASA / JPL-Caltech / Università dell’Arizona.

Andrà lentamente in frantumi, sotto i colpi delle potenti maree marziane. La pensano così al NASA Goddard Space Flight Center di Greenbelt, Maryland: Phobos, il più grande dei due satelliti naturali di Marte – l’altro è Deimos – e in assoluto il più vicino al suo pianeta rispetto a qualsiasi altra luna del Sistema Solare (appena 6mila chilometri), è condannato alla distruzione. Si polverizzerà.

E le avvisaglie di questa catastrofe spaziale sono sotto gli occhi di tutti: lunghe scanalature ne attraversano la superficie, una conseguenza diretta della fortissima attrazione gravitazionale che lega a filo doppio il Pianeta Rosso con il suo satellite naturale.

Quanto resta da vivere a Phobos? Gli scienziati stimano che per la completa distruzione della luna marziana bisognerà aspettare fra i 30 e di 50 milioni di anni. «Ma la distruzione di Phobos è già cominciata», spiega Terry Hurford del NASA Goddard. Così suggerisce lo studio presentato dallo stesso Hurford e firmato dai colleghi del Goddard, appena presentato al meeting annuale della Division of Planetary Sciences of the American Astronomical Society di National Harbor.

Per lungo tempo fratture e scanalature ben visibili sulla superficie di Phobos sono state ritenute diretta conseguenza del cratere Stickney. Ulteriori ricerche hanno però mostrato come queste fratture si diramino in realtà da un punto vicino al cratere. Il modello applicato da Hurford e colleghi sembra suggerire che questo genere di scanalature rappresenti una sorta di smagliatura della crosta superficiale, diretta conseguenza della forte interazione mareale fra Marte e la sua luna.

Insomma, se sulla Terra ce la caviamo con un saliscendi del livello del mare, su Phobos le conseguenze della reciproca attrazione gravitazionale fra il pianeta e il suo satellite portano a una lenta e inesorabile distruzione.

Una spiegazione analoga venne proposta ai tempi della missione Viking, ma sembrò azzardato sostenere l’imminente (si fa per dire) catastrofe naturale. L’attrazione gravitazionale, si disse, era troppo debole per impensierire Phobos. Le cose sono cambiate da quando si è iniziato a pensare alla luna marziana come a un cumulo di macerie tenute insieme da una crosta di regolite profonda appena un centinaio di metri.

Se la crosta sottile di questa gigantesca crema catalana si crepa sotto i colpi di un “cucchiaino” gravitazionale, il contenuto finirà per squagliarsi.

E Phobos non è il solo corpo celeste destinato ad andare in pezzi. Lo stesso potrebbe succedere alla luna di Nettuno Tritone. «Lo stesso potrebbe accadere su lontani esopianeti. Studiare questo fenomeno ci spinge a cambiare il modo con cui osserviamo l’Universo», conclude Hurford.