ALL'INTERNO D'ENCELADO È POSSIBILE LA VITA?

Sorgenti termali nella luna di Saturno

L’analisi chimico-fisica dei grani di polvere emessi dai geyser presenti nell’emisfero australe del satellite, catturati dalla sonda Cassini nello spazio interplanetario, suggeriscono che sia in corso attività di tipo idrotermale, come negli oceani terrestri. Lo studio su Nature

Rappresentazione artistica dell'interno di Encelado. Crediti: NASA/JPL

Rappresentazione artistica dell’interno di Encelado. Crediti: NASA/JPL

Non è Saturnia, ma poco ci manca. Leggenda narra che la toponomastica della celebre località termale prenda le mosse da una feroce battaglia mitologica: i fulmini di Giove, mancando Saturno, avrebbero dato origine alle calde acque sulfuree del grossetano. Vero o falso che sia, a quanto si legge sull’ultimo numero di Nature qualche saetta potrebbe, in realtà, aver centrato il bersaglio – o quasi. È infatti nel sottosuolo di una delle lune di Saturno, quella palla di ghiaccio da circa 500 km di diametro chiamata Encelado, che per la prima volta sono stati individuati segnali d’attività idrotermale in atto in un corpo del Sistema solare che non sia la Terra. Detto altrimenti: acqua riscaldata da energia geotermica, proprio come avviene nelle sorgenti termali delle nostre dorsali oceaniche. Ambiente d’elezione – queste ultime – per microrganismi estremofili.

Ad accorgersene, ancora una volta, la sonda Cassini di ESA e NASA. È stato il suo laboratorio di bordo, il Cosmic Dust Analyser, a produrre il referto che ha lasciato a bocca aperta gli scienziati. Stilato a seguito dell’analisi chimico-fisica dei microscopici grani di polvere raccolti dalla sonda nei pressi degli anelli (grani sparsi nello spazio interplanetario dai magnificenti geyser che sgorgano dalla calotta presente nel polo sud della luna), il referto evidenzia in particolare due caratteristiche. Primo, la loro composizione chimica, dominata dalla presenza del silicio. Secondo, le dimensioni alquanto ridotte dei grani stessi, comprese fra i 2 e gli 8 nanometri. Messe l’una accanto all’altra, queste due caratteristiche fanno supporre che quei grani debbano essere polvere di silice, proprio come quella prodotta dalle sorgenti idrotermali terrestri.

Sono stati necessari quattro anni d’indagini e di simulazioni in laboratorio, ma alla fine gli scienziati del team guidato da Hsiang-Wen Hsu, dell’Università del Colorado (Stati Uniti), si sono convinti: là sotto la superficie di Encelado sono in corso – e il verbo al presente qui è cruciale: sono tutt’ora in corso – processi di tipo idrotermale. Il che conduce a un’ulteriore inferenza, forse la più sorprendente: il cuore della luna ghiacciata deve avere una temperatura piuttosto elevata. Già, perché che ci fosse acqua nel sottosuolo lo si era intuito da tempo, ma per produrre grani di quel genere occorrono condizioni ben precise: è necessario che acqua con pH superiore a 8.5 entri in contatto con rocce ad almeno 90 gradi. Novanta gradi centigradi, si badi bene. Per Encelado, una temperatura alta in modo anomalo, per la quale non c’è ancora una spiegazione certa.

Non è Saturnia, dicevamo, e sarebbe del tutto prematuro mettersi a fantasticare di vacanze benessere con vista sugli anelli. Ma una missione dedicata a esplorare ancora più a fondo la capacità d’Encelado di ospitare la vita riscontrerebbe il favore di molti scienziati. «In questa luna ci sono tutti gli ingredienti necessari – acqua, calore e minerali – per consentire l’abitabilità nel Sistema solare esterno», osserva Nicolas Altobelli, project scientist di Cassini per l’ESA, «e se ne conferma dunque il potenziale astrobiologico. Encelado potrebbe inoltre rappresentare un habitat molto comune nella nostra galassia: lune ghiacciate in orbita attorno a giganti gassosi, situati ben al di là della cosiddetta “zona abitabile” di una stella, ma comunque in grado di mantenere, sotto al suolo ghiacciato, acqua allo stato liquido».

Per saperne di più:

  • Leggi su Nature l’articolo “Ongoing hydrothermal activities within Enceladus“, di Hsiang-Wen Hsu, Frank Postberg, Yasuhito Sekine, Takazo Shibuya, Sascha Kempf, Mihály Horányi, Antal Juhász, Nicolas Altobelli, Katsuhiko Suzuki, Yuka Masaki, Tatsu Kuwatani, Shogo Tachibana, Sin-iti Sirono, Georg Moragas-Klostermeyer e Ralf Srama

Fonte: Media INAF | Scritto da Marco Malaspina