LO SGUARDO PROFONDO DI CASSINI

101 geyser per Encelado

In 7 anni di osservazione del polo meridionale della luna ghiacciata di Saturno, Encelado, la sonda Cassini ha individuato 101 geyser in attività: l'oceano nascosto sotto il guscio di ghiaccio che avvolge il satellite naturale ha trovato una via per mostrarsi agli occhi degli scienziati NASA

La sezione trasversale del guscio di ghiaccio sotto una delle Tiger Stripes di Encelado illustra la struttura fisica e termica dei processi in corso.  Crediti: NASA / JPL-Caltech / Space Science Institute.

La sezione trasversale del guscio di ghiaccio sotto una delle Tiger Stripes di Encelado illustra la struttura fisica e termica dei processi in corso.
Crediti: NASA / JPL / Space Science Institute.

Dati raccolti in sette anni di osservazione dalle telecamere della sonda NASA Cassini e pesanti indizi su quanto alimenta le spettacolari eruzioni di vapore sulla superficie della luna ghiacciata di Saturno, Encelado, sono finiti in due articoli pubblicati per le colonne dell’Astronomical Journal: catalogati 101 geyser in attività. Il gigantesco mare, che si pensa nascosto sotto il guscio di ghiaccio che avvolge il satellite naturale del Pianeta degli Anelli ha forse trovato una via per mostrarsi agli occhi della scienza?

È quanto sostiene il Cassini imaging team dello Space Science Institute di Boulder, Colorado: una serie di fratture al polo sud della luna saturniana hanno permesso al mare di aprirsi una via attraverso lo spesso strato di ghiaccio giungendo alla superficie.

La regione polare meridionale di Encelado è un bacino geologico unico: scoperto 10 anni fa grazie a un imponente pennacchio di ghiaccio e vapore scagliato nel cielo della luna da un geyser in attività, è un territorio che ospita una serie di piccoli punti caldi, distribuiti lungo le quattro imponenti fratture che segnano la superficie e conosciute come Tiger Stripes.

Fin dalle prime osservazioni gli scienziati hanno sospettato una relazione fra le eruzioni di vapore e le interazioni mareali cui la luna è sottoposta per via della vicinanza con Saturno. C’è chi è arrivato a ipotizzare un processo di sfregamento fra le placche di frattura, capace di generare il calore necessario a formare l’acqua e il vapore espulso dai geyser. Altri hanno suggerito che una dilatazione delle fratture possa aver favorito l’espulsione di vapore acqueo dalle profondità della luna.

Per determinare la posizione superficiale dei geyser, i ricercatori si sono serviti degli stessi metodi di triangolazione che da tempo vengono utilizzati per rilevare caratteristiche geologiche anche sulla Terra. Quando i ricercatori hanno messo a confronto la distribuzione dei 101 geyser sulla superficie con la mappa di emissione termica di Encelado, è stata subito confermata la coincidenza fra radiazioni di calore e l’attività dei geyser. Lo stesso dicasi per l’accostamento tra eruzioni di vapore e riscaldamento della superficie dovuto alle interazioni mareali con il pianeta di cui è satellite: Saturno.

Una risposta decisiva è arrivata dal confronto dei risultati dell’indagine NASA con i dati ad alta risoluzione raccolti nel 2010 dagli strumenti heat-sensing di Cassini. I singoli geyser corrispondono a piccole macchie di calore, del diametro di poche decine di metri. Troppo piccole per essere prodotti dall’attrito fra le pareti della faglia. Bensì il risultato di vapore condensato appena sotto la superficie delle Tiger Stripes. Punti caldi a firma del processo di geysering.

“I geyser sono un fenomeno che ha radici molto più profonde”, spiega Carolyn Porco, prima firmataria dello studio e responsabile del Cassini imaging team dello Space Science Institute di Boulder, Colorado. L’unica fonte plausibile del materiale espulso dai geyser è l’oceano nascosto di Encelado. Le fratture sulla superficie polare della luna hanno permesso che il mare si aprisse una via attraverso lo spesso guscio di ghiaccio giungendo alla superficie.

E se la luminosità dei geyser cambia periodicamente, come rileva il documento che accompagna lo studio pubblicato, questo sì potrebbe essere dovuto all’azione mareale – anche se non è possibile prevedere quando i getti cambino colore. C’è ancora di che lavorare, insomma, per scoprire i misteri di Encelado.

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