UN ARTICOLO DI AVI LOEB

Anche gli astronomi prendono abbagli

Secondo Avi Loeb della Harvard University, così come gli investigatori di successo si basano solo sulle prove, gli astronomi non dovrebbero spacciare come verità dei pregiudizi non sufficientemente suffragati da evidenze sperimentali e accettare una giusta quantità di rischio nell’affrontare nuove idee. A tutto beneficio dell'efficienza del processo di scoperta

     29/05/2014
Abraham Loeb alle prese con una sfida rischiosa (dal sito web della Harvard University)

Abraham Loeb alle prese con una sfida rischiosa (dal sito web della Harvard University)

Non è ciò che non sai che ti mette nei guai. È ciò di cui sei sicuro e che non è come credi. Con questo aforisma di Mark Twain, Abraham (Avi) Loeb, astrofisico e direttore dell’Institute for Theory and Computation alla Harvard University di Cambridge, in Massachusetts, sintetizza il suo ultimo papello, On the Benefits of Promoting Diversity of Ideas. Non propriamente uno studio scientifico, ma piuttosto un’esortazione ai suoi colleghi (che fa il paio con quella rivolta a giovani ricercatori e pubblicata nel 2010 su Nature, The right kind of risk) a prendersi dei rischi sostenendo idee che, al momento, appaiono poco ortodosse. Esortazione sostenuta da alcuni esempi di clamorosi abbagli scientifici in campo astronomico che, secondo l’autore, in molti casi hanno ritardato di anni lo sviluppo di questa scienza, a causa di mero pregiudizio piuttosto che di reali evidenze scientifiche.

Il primo esempio riguarda proprio l’Harvard College Observatory, che nei primi anni del Novecento scelse di non dotarsi di telescopi più grandi perché il direttore dell’epoca riteneva che l’aumento in dimensioni dei telescopi non avrebbe portato vantaggi apprezzabili. Sulla costa Ovest degli Stati Uniti la pensavano in modo diverso. All’Osservatorio di Mount Wilson, vicino Los Angeles, nel 1908 vide la prima luce il telescopio da 60 pollici (1,5 m), e nel 1917 il 100 pollici (2,5 m). Quest’ultimo fu superato in dimensioni solo nel 1949 dal telescopio da 200 pollici (5 m) del non distante Osservatorio di Monte Palomar, un riflettore che detenne la palma di più grande al mondo fino al 1993. Una progressione che portò fama e scoperte agli astronomi “californiani”, tra cui un certo Edwin Hubble, mentre sulla costa Est – come scrive Loeb – si ristagnava.

1970: non è un nuovo elettrodomestico ma il satellite Uhuru per l'esplorazione del cielo in raggi X. Crediti: NASA

1970: non è un nuovo elettrodomestico ma il satellite Uhuru per l’esplorazione del cielo in raggi X. Crediti: NASA

Un caso di svolta tecnologica tardiva è quella che avrebbe potuto avviare una nuova era dell’astronomia già agli inizi degli anni Sessanta, quando la NASA riunì i migliori astronomi per valutare l’opportunità di lanciare in orbita un telescopio per raggi X, visto che da Terra non si riescono a fare  osservazioni. Invece di controfirmare l’idea, il gruppo di esperti – racconta Loeb – compì un errore di valutazione monumentale, concludendo che la maggior parte delle sorgenti X osservate sarebbero state stelle e che, di conseguenza, la motivazione scientifica di tale missione era piuttosto debole. Alla fine la NASA lanciò solo nel 1970 l’osservatorio per raggi X Uhuru, che annovera, tra le varie importanti scoperte, Cygnus X-1, il primo candidato buco nero.

L’elenco di Loeb continua con alcuni esempi sorprendenti, più o meno vicini nel tempo. Nel 1925 la dottoranda in Astronomia che interpreta lo spettro del Sole concludendo che la sua atmosfera è composta prevalentemente di idrogeno, scontrandosi con la visione dell’epoca che la voleva simile a quella della Terra. A seguire, ben due premi Nobel per la fisica che scoraggiano ricerche sul maser negli anni ‘50, le lenti gravitazionali viste come “inutili curiosità” all’inizio degli anni ‘80, la cosmologia come pleonastica filosofia alla fine degli stessi anni.

E come la mettiamo con la ricerca dei pianeti extrasolari? Oggi è un argomento di gran moda ma, secondo Loeb, se effettivamente è tuttora difficile trovare un pianeta simile alla Terra, sarebbe stato invece relativamente semplice individuare un gigante gassoso simile a Giove ben prima del 1989, anno in cui è stato scoperto il primo esopianeta, HD114762b. Se ciò non è accaduto, lo si deve probabilmente anche al fatto che per anni i comitati scientifici che decidono l’allocazione di tempo per i telescopi hanno rifiutato proposte di osservazione di esopianeti gioviani in orbite molto più strette rispetto a quella di Giove attorno al Sole. La loro esistenza era ritenuta improbabile, per il semplice fatto di deviare in maniera considerevole dall’architettura del Sistema Solare.

La conclusione dell’articolo di Loeb riguarda proprio il prezioso tempo di osservazione ai telescopi che, per rendere il processo di scoperta più efficiente, dovrebbe essere dedicato in una percentuale fissa (10-20%) a “esplorazioni rischiose”, quelle con presupposti giudicati al momento meno ortodossi. Benché sia difficile prevedere quale di questi percorsi di esplorazione originerà dei frutti, e benché la strada percorsa dall’astronomia sia cosparsa di innumerevoli nuove idee che si sono rivelate poi sbagliate, conclude Loeb, un atteggiamento di questo tipo, che privilegi le effettive prove a disposizione rispetto alle congetture, permetterebbe alla natura stessa di guidarci verso la risposta giusta.