RIFLESSIONI DAL TERZO PIANETA - CONTINUA

Due orbite sono troppo poche…

Perché l'orbita del planetoide 2012 VP113, recentemente scoperto oltre Nettuno, è così particolare? E' stata davvero un'oscura super-Terra a modellarne l'orbita? Facciamo chiarezza con Giovanni Valsecchi, esperto di dinamica planetaria dell'INAF

Le frecce indicano il movimento nel cielo di 2012 VP113 in una di sequenza di immagini prese  dalla Dark Energy Camera al telescopio Blanco in Cile. Crediti: Scott Sheppard / Carnegie Institution for Science

Le frecce indicano il movimento nel cielo di 2012 VP113 in una di sequenza di immagini prese dalla Dark Energy Camera al telescopio Blanco in Cile. Crediti: Scott Sheppard / Carnegie Institution for Science

Nel precedente appuntamento per conoscere meglio cosa c’è oltre l’orbita di Nettuno, ci siamo concentrati con il planetologo Diego Turrini sulla conformazione e sulle proprietà delle più remote regioni del Sistema solare.

In questa occasione sarà Giovanni Valsecchi, esperto di dinamica planetaria dell’INAF-IAPS, ad accompagnarci tra le orbite del planetoide 2012 VP113 recentemente scoperto e di Sedna, per capire come dallo studio delle traiettorie di questi due remoti e singolari oggetti celesti si possano ottenere preziose informazioni non solo sulla loro provenienza ma anche risalire alla loro storia e quella del Sistema solare. Una storia per certi versi ancora avvolta da un fitto mistero, se proprio gli stessi autori della scoperta di 2012 VP113, Scott Sheppard e Chadwick Trujillo, avanzano un’audace interpretazione per giustificare la particolare configurazione della sua orbita: la presenza di un corpo più massiccio della Terra posto ad alcune centinaia di unità astronomiche e ancora sconosciuto.

“Chiariamo subito che due orbite, anzi due pezzetti di orbite, è ancora poca cosa per poter spiegare il comportamento dinamico dei corpi transnettuniani” esordisce netto Valsecchi. “Detto ciò, io dubito fortemente che l’origine delle proprietà dinamiche di 2012 VP113 sia quella proposta dagli autori, cioè che ci sia un pianeta su un’orbita molto distaccata, poiché in quel caso il problema cosmogonico che viene sollevato è colossale.

“E’ vero che nel nostro campo di studio, quando ci imbattiamo qualcosa di strano che avviene sulle longitudini dei corpi, la lezione di Le Verrier e Adams (due matematici e astronomi del XIX secolo che, anche grazie ai loro accurati calcoli, predissero l’esistenza di Nettuno, n.d.a.) è ‘metti un perturbatore all’esterno, dagli la longitudine giusta e, nel breve periodo spieghi tutto’. Breve perché di questi oggetti noi riusciamo solo a seguire un pezzetto della loro orbita, quindi quello che succede a lungo termine non è un problema. In questo caso però la domanda più difficile a cui trovare risposta è: come giustifichi lì la presenza di un oggetto simile? Intanto, è fuori discussione che possa essersi formato in quella zona. Quindi bisogna ipotizzare che ci sia arrivato in una certa epoca, provenendo da una certa parte dello spazio. Ma a quel punto hai semplicemente spostato il problema: cioè, invece di spiegare perché c’è un Sedna a 500 unità astronomiche da noi, adesso devi giustificare la presenza una Terra a 250 unità astronomiche”.

Visione artistica di un corpo celeste roccioso ai confini del Sistema solare. Crediti: NASA/JPL

Visione artistica di un corpo celeste roccioso ai confini del Sistema solare. Crediti: NASA/JPL

Di certo il nostro lato più sensibile alla fascinazione che là fuori ci sia un altro pianeta ancora avvolto nell’oscurità, in attesa di mostrarsi ai nostri telescopi,  ne esce piuttosto malconcio da questa disamina. Ma magari, pur avendo già gli strumenti giusti, non abbiamo avuto ancora la ventura di  imbatterci in esso…

“Beh, se tu pensi a un pianeta nero carbone, fatto di kriptonite e con densità abbastanza bassa… “ ride divertito Valsecchi. “Adesso ovviamente sto scherzando. In realtà quello che voglio dire è che ci sono molti parametri su cui si può intervenire per giustificare la mancata identificazione di un oggetto simile, senza dimenticare che ci sono zone di cielo dove i nostri nostri telescopi sono praticamente ciechi. E questo non perché ci siano delle nubi molecolari tra noi e l’eventuale pianeta da scoprire, ma perché c’è il piano galattico, ricco di stelle, che disturba questo tipo di osservazioni. Ci possono essere dei posti dove puoi nascondere anche questo tipo di corpi celesti abbastanza facilmente”.

I dubbi su quale sia il responsabile (o i responsabili) della presenza di questi oggetti transettuniani sono ancora troppi. E non si concentrano solo all’interno del Sistema solare. “Ci sono anche altre possibilità. Se una stella passa relativamente vicina a noi, questa può perturbare l’orbita di un corpo celeste come 2012 VP113, in modo da ‘staccargli’ il perielio dalla regione planetaria. L’afelio però dovrà trovarsi dalle parti della stella” prosegue Valsecchi. “Qual’è quindi il dubbio amletico che ci fa grattare la testa quando studiamo questi due corpi celesti? Quando è stato scoperto Sedna, io e un gruppo di colleghi abbiamo realizzato degli studi con l’obiettivo di calcolare qual era il passaggio stellare più vicino che ti potevi aspettare essere avvenuto nella storia del Sistema solare, ricavando un valore, pur con tutte le approssimazioni e incertezze del caso, pari a circa 800 unità astronomiche. Assumendo in più che il passaggio ravvicinato della stella sia avvenuto ai primordi del Sistema solare, ci potrebbero essere state le condizioni affinché Sedna si stato effettivamente staccato dalla sua regione di formazione e ‘parcheggiato’ sulla sua orbita attuale. Tutto questo ragionamento con Sedna funzionava perché possiede un afelio a 1000 unità astronomiche, e quindi compatibile con la distanza del passaggio ravvicinato della stella perturbatrice. Ma  2012 VP113 ha un afelio a 500 unità astronomiche…

“Insomma, in questa fase non mi scalda molto l’idea di fare ipotesi. C’è invece assoluto bisogno di più informazioni, di più osservazioni. Se ad esempio si riuscisse a completare la statistica degli oggetti transnettuniani almeno fino alla magnitudine apparente di 21,5 – cosa che se avessimo un po’ di tempo osservativo con alcuni grandi telescopi sparsi nel mondo potremmo raggiungere nel giro di un anno o due –  allora sì che avremmo un’idea più chiara della distribuzione di queste orbite. Ma teniamo d’occhio anche i risultati che ci fornirà la missione GAIA: la dettagliata mappa del circondario solare che ne scaturirà potrebbe aiutarci a trovare le risposte che stiamo ancora cercando”.