IL SUMMIT SPAZIALE A WASHINGTON

Torniamo a pensare in grande

Nella capitale USA due giorni parlando di politica e di scienza, ma soprattutto di esplorazione, robotica ed umana, dello spazio interplanetario. Tutto succede perché la NASA fa capire che, finalmente, sta tornando a pensare in grande. L'editoriale di Giovanni BIgnami, Presidente INAF e COSPAR

Marte e la sua luna Phobos

Marte e la sua luna Phobos

E’ in corso a Washington uno dei più importanti summit spaziali degli ultimi (molti) anni. Per due giorni si parla di politica e si parla di scienza, ma soprattutto si parla di esplorazione, robotica ed umana, dello spazio interplanetario. Tutto succede perché la NASA fa capire che, finalmente, sta tornando a pensare in grande. E allora sono venuti tutti: diversi ministri (tra i quali, per l’Italia, Maria Chiara Carrozza, titolare del MIUR, che sovrintende e finanzia lo spazio italiano), decine di capi di agenzie spaziali nazionali, e poi il popolo della International Astronautical Academy (presieduta da un Indiano) oltre, naturalmente, al COSPAR, il Comitato mondiale per la ricerca spaziale.

Sull’esplorazione robotica, quella fatta con sonde più o meno sofisticate verso oggetti del sistema solare, andiamo bene, anzi benone. L’ Europa, per esempio, quest’anno si aspetta un grosso risultato scientifico dalla missione Rosetta e dal suo incontro con una cometa, ravvicinato fino a toccarla ed assaggiarla. L’India, da parte sua, ha speranza di mettere una sonda in orbita marziana, impresa difficile, che di rado succede al primo colpo. Questa nuova “astronomia di contatto” negli ultimi decenni ci ha permesso di capire i misteri del sistema solare più di tutta l’astronomia fatta da Galileo ad oggi. Nel mondo dello spazio siamo ben decisi a continuarla, e sappiamo anche come farlo.

Per la presenza dell’uomo nello spazio, invece, si intuisce qui a Washington l’arrivo di una svolta. La NASA ha pian piano definito lo schema vettore-capsula (STS+Orion) che riporterà l’uomo e la donna al di là dell’orbita bassa intorno alla Terra, quella della International Space Station, e soprattutto li manderà al di là della Luna, dove nessuno è mai stato. Quanto basta per scatenare tutti a pensare in grande. E pensare in grande, per l’esplorazione umana nello spazio, vuol dire andare su Marte.

Ci aveva già pensato in dettaglio, proprio qui a Washington, Wernher von Braun, nel 1969, appena conquistata la Luna. Ma il Congresso, occupatissimo col Vietnam, non approvò l’idea, e ci sono voluti più di 40 anni per farla ripartire. Nel frattempo, però, abbiamo imparato molto dalla ISS. E’ il progetto di ricerca più grande mai fatto dall’umanità, e la cosa più importante che ci ha insegnato è che grazie alla collaborazione internazionale di 15 agenzie spaziali (NASA, ESA, e quelle di Russia, Canada, Giappone, Brasile, Italia, etc.) in 20 anni abbiamo avuto pieno successo in un progetto da 200 miliardi di dollari. Un passo avanti rispetto ad Apollo, un progetto costato la metà (o forse più) e supportato rigorosamente da una sola nazione.

Il COSPAR, che ha più di 45 paesi membri, ha lanciato la sfida: mettiamoci davvero tutti insieme, stavolta. Facciamo giocare, per intenderci, anche Cina ed India, le grandi assenti della ISS, e allora pensiamo ad un progetto dieci volte più grande. Con due trilioni in 20 anni siamo sicuri di andare (e tornare) da Marte e, per farlo, di inventare tanta tecnologia da migliorare per decenni la qualità della vita di tutti. Sembrano tanti, due trilioni, ma sono equivalenti a chiedere 100 dollari all’anno per 20 anni al miliardo di persone più ricche della Terra. Oppure, e forse meglio, a tagliare di pochi percento le spese militari del pianeta, che sono di 1,7 trilioni all’anno.

Si dimostra quindi che non è una questione di soldi. Si richiede invece, oggi qui a Washington e domani nel mondo, il coraggio di riconoscere che la sfida della esplorazione umana nello spazio è quella che ci aprirà il futuro, mentale, tecnologico ed economico. Poi, sappiamo già come fare: uno spazioporto vicino alla Luna per assemblarvi le navi spaziali nucleari, qualche missione di allenamento ad asteroidi vicini, e poi via. La NASA stavolta sembra crederci, forse ispirata dalla frase di Buzz Aldrin, il secondo uomo sulla Luna: “Nel 1903 i fratelli Wright diedero il cielo, 66 anni dopo di loro siamo stati sulla Luna e 66 anni dopo la Luna, nel 2035, saremo su Marte”.

L’articolo è pubblicato ne l’edizione odierna de La Stampa