FLASHBACK NEL XIX SECOLO GRAZIE AGLI ECHI DI LUCE

Un déjà vu per Eta Carinae

La “Grande eruzione” nel cielo di Eta Carinae, osservata a metà Ottocento, raggiunse temperature assai più basse di quanto ritenuto fino a oggi dagli astronomi. A svelarlo, la luce dell’esplosione rimbalzata da nubi di polvere, giunta sulla Terra solo ora, con oltre un secolo e mezzo di ritardo.

Nell'immagine a colori, la Nebulosa della Carena, una regione di formazione stellare a 7500 anni luce dalla Terra. La stella massiccia Eta Carinae si trova vicino alla parte superiore. Nel riquadro in basso, le nubi di polvere, a circa 100 anni luce di distanza, sulle quali è rimbalzata la luce. Le immagini a destra, in bianco e nero, mostrano invece, nell’arco di otto anni, l’eco della luce dell’eruzione riflessa dalle nubi.

Il labirinto dello spazio-tempo gioca a volte strani scherzi. Certo, che gli astronomi siano un po’ archeologi è ormai risaputo, e non ci meraviglia più di tanto l’idea che molte fra le stelle visibili oggi in cielo siano spente da tempo. Ci sono però casi più intricati e intriganti. È accaduto, per esempio, che l’intensa eruzione d’una ipergigante blu – distante migliaia d’anni luce, dunque in corso migliaia di anni fa – venisse osservata a metà Ottocento, e fin qui tutto normale. Ma poi è stata osservata di nuovo – proprio quella stessa eruzione – nell’ultimo decennio, dunque agli albori del XXI secolo.

Com’è possibile? Fossimo nell’universo virtuale del film Matrix, verrebbe da credere che c’è stato un errore di programmazione: «succede quando loro cambiano qualcosa», spiega infatti Trinity a un Neo perplesso per aver visto due volte lo stesso identico gatto nero. Nel caso di Eta Carinae – questo il nome della sorgente protagonista del déjà vu cosmico, costituita da due stelle orbitanti tra le più massive della nostra galassia – il fenomeno è invece del tutto spiegabile, per quanto curioso: parte della luce della grande eruzione osservata fra il 1838 e il 1858, così intensa da renderla per qualche decennio la seconda stella più brillante del cielo, è stata rimbalzata da nubi di polvere e gas che ne hanno allungato il tragitto d’un secolo e mezzo, facendola arrivare sulla Terra solo negli anni scorsi. Dando così origine a veri e propri echi di luce.

E permettendo di assistere a una sorta di replay dell’eruzione, come spiega Federica Bianco, fra gli autori dello studio: «Sei allo stadio, stai guardando la partita, e la tua squadra fa gol. Ma sei troppo lontano per cogliere i dettagli dell’azione. O, nel caso della grande eruzione di Eta Carinae, non hai a disposizione i moderni strumenti per studiarla, come rivelatori e spettrografi. Ebbene, ora stiamo assistendo a un replay – un primo piano dell’eruzione cosmica ricco di dettagli. E proprio come in un replay, riusciamo anche a osservare l’esplosione da un nuovo punto di vista, perché la luce che vediamo oggi viaggiava in origine in direzione diversa rispetto quella vista nel 1840». Federica Bianco, oggi ricercatrice postdoc presso l’Università di California Santa Barbara (UCSB) e Las Cumbres Observatory Global Telescope Network (LCOGT), nel 2003 si è laureata in astronomia all’Università di Bologna. Ed è stata lei a osservare gli echi dell’eruzione con il Faulkes Telescope South, a Siding Spring, in Australia, e a confrontarle con le testimonianze storiche del XIX secolo.

A imbrigliare i fotoni di rimessa dell’eruzione, oltre a quello australiano, quattro telescopi situati in Cile: il Magellan I e il Du Pont del Las Campanas Observatory, insieme al Curtis-Schmidt e al Blanco del Cerro Tololo Inter-American Observatory (CTIO). Tutti, per l’occasione, al servizio di un team guidato da Armin Rest, dello Space Telescope Science Institute di  Baltimora (USA), primo autore dell’articolo in uscita domani su Nature.

Articolo degno d’interesse dal punto di vista scientifico, certo, visto che l’osservazione posticipata nel tempo ha permesso di correggere – come in un cold case – un errore nella modellazione degli eventi associati con la luminosità di Eta Carinae. Sulla base di stime visive della sua luminosità, si riteneva infatti che la temperatura minima raggiunta durante l’eruzione fosse di circa 7000 kelvin. Ma gli spettri degli echi luce osservati ora da Rest e collaboratori abbassano quella soglia a circa 5000 kelvin. Un risultato che, stando agli autori dell’articolo, suggerirebbe che ad aver innescato e influenzato l’eruzione possa essere stata un’onda d’urto.

Ma più ancora del risultato scientifico ciò che affascina, in questa ricerca, è il metodo seguito: con gli astronomi nei panni degli storici, e riferimenti bibliografici a scritti pubblicati sui Proceedings of the Royal Society of London oltre un secolo e mezzo fa. Scritti che già dai titoli suonano anch’essi come l’eco d’un’altra epoca – come “On the nebulae of Argo and Orion, and on the spectrum of Jupiter”, del 1869, o “Observations with the Great Melbourne telescope, in a letter to Prof. Stokes”, dell’anno successivo – e impreziositi da incantevoli illustrazioni disegnate a matita.

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