Lunedì 15 giugno L’Oréal Italia ha annunciato le vincitrici della ventiquattresima edizione italiana del premio L’Oréal-Unesco “For Women in Science” Young Talents Italia, parte del programma L’Oréal Italia per le donne e la scienza a sostegno di scienziate d’età inferiore ai 35 anni impegnate in diversi ambiti della ricerca, con l’obiettivo di valorizzare il talento femminile e promuovere il progresso scientifico nel nostro Paese. Oltre quattrocento le candidature presentate, solo sei le vincitrici, a ciascuna delle quali è stata assegnata una borsa di studio dal valore di ventimila euro. Fra loro c’è Maria Cristina Baglio, astrofisica dell’Inaf – Osservatorio astronomico di Brera.
Qual è stato il primo pensiero che ti è venuto in mente, quando hai saputo di essere fra le sei giovani vincitrici?
«La verità? Ho pensato: “Yes!”. E subito dopo: “Non ci posso credere”. Avevo esitato a lungo prima di inviare la candidatura, chiedendomi se ne valesse la pena e se fossi davvero all’altezza. Ricevere questa notizia mi ha resa molto felice, ma mi ha anche ricordato quanto spesso siamo noi stessi a porci dei limiti. Sono davvero contenta di aver deciso di provarci».
In che cosa consiste il tuo lavoro di ricerca e in che modo questo riconoscimento può sostenerlo?
«Studio alcuni tra i fenomeni più energetici della nostra galassia: i getti, veri e propri fasci di particelle sparati a velocità prossime a quella della luce, emessi dalle regioni centrali di sistemi binari contenenti stelle di neutroni e buchi neri. In questi sistemi, il buco nero o la stella di neutroni cattura materia dalla stella compagna, e proprio durante questo processo possono essere lanciati i getti. Per i buchi neri questo meccanismo è ormai abbastanza ben descritto, ma per le stelle di neutroni restano molte domande aperte. Per rispondervi, combino osservazioni dalla banda radio ai raggi X con la polarimetria ottica, che permette di ricostruire l’orientamento dei campi magnetici che si pensa guidino i getti. Il premio rappresenta un sostegno concreto perché offre risorse per sviluppare nuove idee e nuovi progetti di ricerca, ma anche una grande visibilità, che aiuta a creare collaborazioni e a dare forza a linee di ricerca nuove».
Molti si chiedono perché sia importante finanziare la ricerca scientifica, in particolare quella astrofisica, che appare lontana dalla vita quotidiana. Cosa diresti loro?
«L’astrofisica cerca di rispondere a domande molto profonde: da dove veniamo, come funziona l’universo, quali sono le leggi che governano la natura. Sono domande che fanno parte della curiosità umana da sempre. Ma la ricerca fondamentale ha anche un impatto molto concreto sulla nostra vita quotidiana. Molte tecnologie che oggi utilizziamo nascono proprio dall’esigenza di sviluppare nuovi strumenti e nuove conoscenze. Penso, ad esempio, ai sensori delle fotocamere digitali presenti nei nostri smartphone o alle tecniche di elaborazione delle immagini utilizzate anche in medicina. Persino il Gps, che usiamo ogni giorno per orientarci, funziona grazie alle correzioni previste dalla teoria della relatività generale di Einstein. Quando Einstein sviluppò questa teoria oltre un secolo fa, stava cercando di comprendere meglio come funziona l’universo, non certo di costruire navigatori satellitari.
Credo che questo sia uno degli aspetti più affascinanti della ricerca: non sempre possiamo prevedere quali saranno le applicazioni di una scoperta, ma la storia della scienza ci insegna che le tecnologie che usiamo ogni giorno spesso nascono da domande che, all’inizio, sembravano non avere alcuna applicazione pratica. Come suggerisce una frase che amo molto, “solo lo stupore conosce”: è dalla meraviglia e dalla curiosità che nascono le più grandi scoperte. Per questo investire nella ricerca significa investire nella conoscenza, nella formazione delle nuove generazioni e nella capacità di una società di guardare al futuro. La curiosità è uno dei motori del progresso».
Perché servono premi dedicati alle donne nella scienza?
«Perché il talento è distribuito in modo uniforme, ma le opportunità non sempre lo sono. Negli ultimi decenni sono stati fatti grandi passi avanti, ma le donne continuano a essere meno rappresentate in molte discipline scientifiche, soprattutto nei ruoli più senior. Premi come questo non servono solo a valorizzare il lavoro delle ricercatrici, ma anche a rendere più visibili modelli di riferimento in cui le ragazze possano riconoscersi. La rappresentazione conta molto più di quanto spesso pensiamo. Se chiediamo ai bambini di disegnare una persona che fa ricerca, la maggior parte di loro pensa a Einstein o comunque a una figura maschile. Questo non perché le donne non abbiano contribuito alla scienza, ma perché per molto tempo sono state meno visibili. Mostrare donne che lavorano nella ricerca aiuta a cambiare questo immaginario collettivo. Significa permettere alle bambine di pensare “potrei essere io” e ai bambini di considerare del tutto naturale che una scienziata possa guidare un laboratorio, un progetto o una missione spaziale. Sono cambiamenti che sembrano piccoli, ma che nel tempo possono contribuire a trasformare la cultura e la società».
Che cosa diresti alle giovani ragazze che guardano alla scienza con interesse, ma che esitano a intraprendere un percorso Stem perché temono di non esserne all’altezza?
«Direi loro di non lasciare che siano i pregiudizi degli altri a decidere per loro. Se una ragazza è curiosa, appassionata di scienza e sente che quella è la sua strada, dovrebbe seguire il proprio talento senza sentirsi limitata dall’idea che certi percorsi siano “più adatti” agli uomini che alle donne. Allo stesso tempo, vorrei dire loro una cosa che ho imparato sulla mia pelle: il dubbio di non essere all’altezza capita a tutti. Io stessa lo provo di continuo. Non credo esista un momento in cui ci si sente finalmente arrivati e completamente sicuri di sé. Fa parte del percorso. Purtroppo, per molte ragazze questi dubbi si sommano anche agli stereotipi e alle aspettative degli altri. A me è stato detto più volte che, desiderando una famiglia numerosa, avrei dovuto scegliere una carriera più semplice. Oggi sono una ricercatrice e sono anche madre di tre bambini. Non voglio dire che sia sempre facile: conciliare famiglia e lavoro ha le sue sfide. Ma è possibile, e soprattutto non credo che una donna debba sentirsi costretta a scegliere tra le proprie aspirazioni professionali e la propria vita personale. Quello che vorrei dire alle ragazze è questo: non lasciate che siano i vostri dubbi o i pregiudizi degli altri a decidere per voi. Seguite la vostra curiosità, coltivate i vostri talenti e concedetevi il diritto di provarci, anche quando non vi sentite perfettamente pronte».
Secondo te, quali piccoli gesti o attenzioni quotidiane potrebbero aiutare le ragazze a sentirsi più libere di intraprendere un percorso scientifico?
«Credo sia importante incoraggiare la curiosità fin da piccole, senza associare certe passioni a un genere. Un piccolo gesto può essere semplicemente mostrare alle ragazze che la scienza è anche per loro: attraverso esempi, libri, insegnanti e ricercatrici che raccontano il proprio lavoro. Per questo penso che le scuole abbiano un ruolo fondamentale. Quando possibile, invitate ricercatrici e scienziate a parlare della propria esperienza. La rappresentazione conta: vedere una donna che lavora nella scienza aiuta le ragazze a immaginarsi in quel ruolo e trasmette a tutti i bambini l’idea che la ricerca sia un percorso aperto a chiunque abbia curiosità e passione.
Ma credo che anche noi genitori possiamo fare molto. Dovremmo imparare a riconoscere e seguire i talenti dei nostri figli senza filtrarli attraverso stereotipi che spesso nemmeno ci accorgiamo di avere. Non regaliamo automaticamente il telescopio al maschio e la bambola alla femmina: offriamo a entrambi le stesse opportunità di esplorare, costruire, osservare e fare domande. Nella mia esperienza, quando vado nelle scuole sono spesso proprio le bambine a mostrare la curiosità più grande e a fare le domande più numerose. Questo mi fa pensare che l’interesse per la scienza ci sia già. Dobbiamo semplicemente fare in modo che non venga soffocato da stereotipi o aspettative sociali. In fondo, ciò che mi spinge ogni giorno a fare ricerca è la curiosità verso la realtà che ci circonda. E quella curiosità appartiene a tutti i bambini e a tutte le bambine allo stesso modo. Il nostro compito è aiutarli a coltivarla, non a limitarla».
Al di là delle scoperte scientifiche e dello sviluppo tecnologico, c’è un messaggio sociale che l’astrofisica ci offre?
«Studiare l’Universo significa confrontarsi ogni giorno con scale di spazio e di tempo immense: galassie, buchi neri, miliardi di anni di evoluzione. Quando ci si immerge in queste dimensioni, è difficile non sentirsi molto piccoli. E paradossalmente, per me, questa non è una sensazione negativa. Anzi, è una fonte di serenità. Mi aiuta a ridimensionare molte delle preoccupazioni e delle difficoltà della vita quotidiana e mi ricorda che facciamo parte di qualcosa di molto più grande di noi. L’astrofisica ci mostra quanto sia vasto e complesso l’universo e, allo stesso tempo, quanto sia straordinario che l’essere umano sia in grado di comprenderne almeno una piccola parte».
Guarda il video preparato da L’Oréal Italia:







