
Antonino Del Popolo e Massimo Capaccioli, “Grattacapi per geni. La scienza e i suoi paradossi”, Carocci, 2026, 176 pagine, 21 euro
Grattacapi per geni. La scienza e i suoi paradossi, l’ultimo libro di Antonino Del Popolo e Massimo Capaccioli, è una storia della fisica raccontata attraverso una raccolta di paradossi matematici, fisici e astrofisici. Non si tratta però di una semplice galleria di curiosità intellettuali. Questo libro mostra come il paradosso non sia un incidente del pensiero scientifico, ma spesso uno dei suoi motori più potenti. “Che meraviglia imbatterci in un paradosso. Ora abbiamo qualche speranza di fare progressi”, osservava Niels Bohr. Non semplici contraddizioni o giochi logici, dunque, ma, come scrivono gli autori, “strumenti che guidano verso nuove scoperte”. Il volume attraversa un arco di tempo molto ampio: dal paradosso di Achille e la tartaruga al paradosso di Olbers, da quello di Fermi, al gatto di Schrödinger, fino a questioni molto moderne come il paradosso EPR e quello dell’informazione nei buchi neri.
Uno dei pregi maggiori del libro è la quantità di informazione condensata in un numero relativamente contenuto di pagine. Gli autori – entrambi astrofisici, Del Popolo è ricercatore all’Università di Catania, Capaccioli è professore emerito alla “Federico II” di Napoli ed è stato fino al 2005 direttore dell’Osservatorio astronomico di Capodimonte – riescono a intrecciare il contenuto scientifico con il contesto storico in cui quei paradossi sono nati. Questo rende la lettura non solo istruttiva, ma narrativa. Emergono dettagli poco noti ma affascinanti, come il fatto che Frank Drake fosse stato allievo di Cecilia Payne-Gaposchkin, figura fondamentale dell’astrofisica moderna. Molto riuscito è anche il tono. Il libro evita sia il tecnicismo che la banalizzazione. Il linguaggio resta accessibile senza rinunciare alla profondità concettuale. In questo senso funziona molto bene anche per un pubblico colto ma non specialistico. Un aspetto che può sembrare secondario, ma non lo è, è l’uso generoso delle citazioni. Le parole di scienziati, filosofi e scrittori non sono semplici ornamenti: servono a far sentire la scienza come un’avventura umana, fatta di intuizioni, dubbi e persino ironia.
Naturalmente alcuni paradossi sono molto noti. Ma questo non è un limite. Anzi, e qui la citazione la faccio io, mi viene in mente una frase attribuita a Fermi: “Non sottovalutare mai il piacere che le persone provano nel sentirsi dire qualcosa che già sanno”. Il punto è che il libro non si limita a ripetere il noto: lo illumina da prospettive diverse, lo collega alla storia delle idee e lo inserisce dentro il cammino della conoscenza scientifica. Tra i paradossi più moderni e stimolanti segnalo quello di Einstein, Podolsky e Rosen (EPR), che mostra come, nella meccanica quantistica, due particelle possano restare correlate anche a enormi distanze, sfidando l’idea di un universo in cui nessuna influenza fisica si propaghi istantaneamente nello spazio. Altrettanto affascinante è il paradosso dell’informazione nei buchi neri. Se un buco nero evapora, come suggerito da Hawking, che cosa accade all’informazione contenuta nella materia che vi è caduta dentro? Viene distrutta oppure resta in qualche modo conservata?
Ho intitolato questa recensione “Achille liberato dall’incantesimo di Zenone” perché il libro mostra come molti paradossi nascano dai limiti del nostro modo di pensare e vengano “sciolti” quando impariamo a porre meglio le domande. Achille raggiunge la tartaruga quando la matematica impara a trattare rigorosamente l’infinito. Il cielo notturno smette di essere un problema quando comprendiamo che l’universo non è eterno e neanche statico, ma ha una storia e un’evoluzione cosmica. Il gatto di Schrödinger continua ancora oggi a inquietarci perché ci obbliga a riflettere sulla provocazione di Richard Feynman: “credo di poter affermare con sicurezza che nessuno capisce veramente la meccanica quantistica”.
Ho apprezzato il carattere narrativo del testo. Si sente che gli autori non vogliono semplicemente spiegare la scienza, ma raccontarla, senza tralasciare punte di umorismo sottile, che a un certo numero di ex studenti della mia generazione suoneranno familiari. Grattacapi per geni è un libro riuscito perché tiene insieme rigore scientifico, profondità storica e piacere narrativo. È una piccola storia della fisica raccontata attraverso le sue crepe apparenti. Un po’ come nel Kintsugi giapponese, dove le fratture non vengono nascoste ma illuminate d’oro: perché spesso è proprio dalle crepe che nella scienza entra più luce.






