C’è un pianeta fantasma che si aggira ai confini del nostro Sistema solare. Si chiama Planet 9, un ipotetico gigante ghiacciato, forse dieci volte più massiccio della Terra, che con la sua gravità sembra “allineare” le orbite degli oggetti più distanti della Fascia di Kuiper. Si stima che il pianeta si trovi a una distanza media dal Sole compresa tra 400 e 800 unità astronomiche (au), e che il periodo orbitale sia compreso tra settemila e ventimila anni terrestri. Anche se non è ancora stato scoperto, la sua ricerca sta producendo un effetto collaterale: una mappatura senza precedenti degli oggetti più piccoli e deboli entro pochi centinaia di anni luce dal Sole. Infatti, per cercare Planet 9, è nato “Backyard Worlds: Planet 9”, un progetto di citizen science che permette a chiunque abbia una connessione a Internet di analizzare le immagini riprese dalla missione Wise (Wide-field Infrared Survey Explorer) alla ricerca di oggetti deboli che si muovono lentamente rispetto allo sfondo delle stelle fisse.
Wise era un telescopio spaziale della Nasa, costruito per l’osservazione del cielo nell’infrarosso, che fu lanciato in orbita attorno alla Terra nel dicembre 2009 e rimase operativo fino ad agosto 2024. Essendo Planet 9 molto distante dal Sole, può essere ben visibile solo nell’infrarosso, dove ci si aspetta un’emissione dovuta al calore accumulato durante la fase di contrazione gravitazionale. Questo è il motivo per cui si setacciano le vecchie immagini di Wise: è possibile che Planet 9 sia presente in quelle immagini, ma in “incognito”. Se vogliamo, è qualcosa di analogo all’osservazione di Nettuno da parte di Galileo nel 1612, ben 234 anni prima della sua scoperta nel 1846.
In un articolo in uscita su The Astronomical Journal (firmato da Adam C. Schneider dello United States Naval Observatory e da un nutrito gruppo di coautori), il team di Backyard Worlds ha annunciato una scoperta record: ben 3.006 nuovi corpi celesti, candidati a essere nane brune ultrafredde. Si tratta di corpi celesti che emettono pochissima luce nel visibile, ma sono abbastanza caldi da brillare nell’infrarosso, motivo per cui i telescopi spaziali come Wise sono gli strumenti ideali per la loro scoperta. Le nane brune sono corpi celesti a metà strada tra le stelle e i pianeti giganti gassosi: in genere, la loro massa varia tra 13 e 80 volte quella di Giove. Non sono vere e proprie stelle perché al loro interno non avvengono reazioni di fusione della catena protone-protone: hanno una massa insufficiente per sostenere la fusione dell’idrogeno in elio, che richiede almeno una stella con l’8 per cento della massa del Sole. Tuttavia, non sono nemmeno pianeti giganti, perché nei loro nuclei possono fondere elementi leggeri come il deuterio e il litio, che sono poco abbondanti e si consumano rapidamente. Le nane brune nascono calde per effetto dell’accrescimento gravitazionale e si raffreddano lentamente con l’invecchiare e l’esaurimento del deuterio e del litio. Questi corpi celesti, come le stelle, vengono classificati in base alla loro temperatura superficiale in quattro categorie (classi spettrali), dalla più calda alla più fredda: M (2100–3500 K), L (1300–2100 K), T (600–1300 K) e Y (< 600 K). L’articolo di Schneider e colleghi ha raddoppiato il numero di nane brune note delle classi L e T.

Una rappresentazione artistica dell’aspetto della nana bruna Luhman 16B basata sulla prima mappa mai ottenuta delle variazioni di albedo della sua superficie. Per le osservazioni è stato impiegato il Very Large Telescope dell’Eso. I dettagli più fini della superficie sono stati aggiunti per conferire un effetto artistico. La distanza tra le due componenti di Luhman 16 è di circa 3 unità astronomiche e il periodo orbitale è di 25 anni: si tratta del sistema di nane brune in assoluto più vicino a noi. Crediti: Eso/I. Crossfield/N. Risinger
Vediamo qualche dettaglio su com’è stata condotta la ricerca dai volontari. Ricordiamoci che l’obiettivo primario era rintracciare Planet 9, che si presenta come una debole sorgente infrarossa in movimento sulla sfera celeste. Mentre un computer è eccellente nel misurare la luminosità di miliardi di sorgenti, l’occhio umano mantiene un’incredibile superiorità nel riconoscere il movimento coerente di un astro in mezzo al “rumore di fondo” delle immagini.
La ricerca non si è limitata alla mera catalogazione di nuove nane brune. Sono stati identificati 28 nuovi sistemi in cui una nana bruna orbita attorno a una stella di massa maggiore, sistemi importanti per misurare con precisione l’età e la massa di tali oggetti. Il team ha anche scovato nove sistemi binari composti da due nane brune. Tra questi spicca una coppia (CWise J0529–8327AB) con una separazione record di circa 510 au, da confrontare con le distanze inferiori a 15 au che caratterizzano gli altri sistemi binari di nane brune. Inoltre, molti di questi corpi celesti sono così freddi da essere rilevabili solo nelle lunghezze d’onda del medio-infrarosso, rendendoli bersagli perfetti per osservazioni future con il James Webb Space Telescope.
«Questo lavoro presenta il più grande campione di nane brune L e T confermate dal moto proprio mai realizzato finora. Se confermate, le oltre tremila nuove candidate nane brune raddoppierebbero ampiamente il numero di oggetti con tipi spettrali L, T e Y già noti», scrivono i ricercatori. Studiare questa popolazione non serve solo a capire come collassano le nubi molecolari da cui si formano questi corpi, ma ci aiuta anche a comprendere meglio le atmosfere degli esopianeti giganti, che presentano temperature e composizioni chimiche simili a quelle di queste “stelle mancate”. Per ora l’esistenza di Planet 9 resterà ancora avvolta nel mistero, ma grazie agli astronomi e allo sforzo collettivo di migliaia di volontari, l’oscurità entro qualche centinaia di anni luce dal Sole è meno popolata da ombre e più ricca di mondi da esplorare.
Per saperne di più:
- Leggi su arXiv il preprint dell’articolo in uscita su The Astronomical Journal “Three Thousand Motion-Confirmed L and T Dwarf Candidates from the Backyard Worlds: Planet 9 Citizen Science Project”, di Adam C. Schneider et al., 2026






