Se, guardando il lancio di Artemis II, avete pensato che tornare sulla Luna sia una passeggiata, dovreste leggere il libro di Paolo Attivissimo Ritorno sulla Luna. Dal sogno di Apollo alla sfida di Artemis.

Paolo Attivissimo, “Ritorno sulla Luna. Dal sogno dell’Apollo alla sfida di Artemis”, Apogeo, 2026, 224 pagine, 20 euro
Mentre in sessant’anni la tecnologia è progredita moltissimo, i problemi che deve affrontare il programma Artemis non sono diversi da quelli che hanno dovuto essere risolti da von Braun e Rocco Petrone per Apollo. Oggi, come allora, ci vogliono lanciatori potenti, moduli per allunare, tute per le attività all’esterno, sistemi di comunicazione estremamente affidabili, una capsula che resista al calore causato dall’attrito dell’atmosfera durante la delicata fase del rientro e un sistema di ammaraggio. Problematiche non nuove che ora, però, devono essere gestite in modo diverso, perché la Nasa non è più disposta ad accettare l’altissimo livello di rischio delle missioni fatte oltre mezzo secolo fa.
Per fornire maggiore sicurezza agli astronauti, Artemis ha un’architettura di missione più complessa che, inevitabilmente, comporta un aumento delle spese. Peccato che oggi la Nasa abbia un budget decisamente inferiore a quello dei tempi di Apollo. Non che l’agenzia versi in ristrettezze economiche, diciamo che però è passato il tempo dell’abbondanza. Mentre von Braun poteva lanciare tre missioni Apollo in un solo anno, utilizzando tre mastodontici Saturno 5, adesso la Nasa può permettersi una missione Artemis ogni due anni. Ogni lancio del vettore Space Launch System (Sls) costa 4,1 miliardi ma, a differenza del Saturno 5, lo Sls non è in grado di portare anche il modulo di allunaggio, che deve partire con un lanciatore separato per mettersi in orbita lunare e aspettare gli astronauti.
Attivissimo fa un interessante paragone dello Sls con il Saturno 5 dimostrando che il nuovo lanciatore non è più potente del vecchio, anzi ha un numero di problematicità che dipendono direttamente dall’evoluzione del progetto di ritorno alla Luna della Nasa. Mentre il Saturno 5 era stato progettato ex novo per andare sulla Luna, lo Sls utilizza tecnologia sviluppata per lo Shuttle ed è il risultato di una serie di compromessi imposti dai politici che volevano disperatamente conservare i posti di lavoro nelle loro circoscrizioni elettorali. Il risultato è un lanciatore costosissimo, con pecche che causano ritardi di mesi sulla rampa di lancio, com’è successo per Artemis II. Bisogna dire che l’ispettore generale della Nasa ha più volte puntato il dito su Sls facendo notare che i lanciatori costruiti dai privati offrono prestazioni simili per frazioni del costo.
Il paragone tra Apollo e Artemis è spietatamente condensato nelle parole di Robert Zubrin, famoso ingegnere aerospaziale e presidente della Mars Society, “Apollo spese soldi per fare cose. Artemis fa cose per spendere soldi”.
Ma questo non toglie che oggi, proprio come sessant’anni fa, portare essere umani sulla Luna sia una gara dove non si può arrivare secondi. Mentre all’epoca di Apollo l’avversario da battere era l’Unione Sovietica, adesso è la Cina e sono in molti a pensare che il risultato sia tutt’altro che scontato. Il primo a esprimere seri dubbi è stato Jim Bridenstine, amministratore della Nasa durante il primo mandato di Trump, nel corso di un’audizione al Senato il 3 settembre scorso. Criticando duramente la scelta di affidare il modulo di allunaggio a SpaceX, che ha venduto le capacità del nuovo lanciatore Starship prima che fosse pronto, Bridenstine ha detto che riteneva molto improbabile che gli Stati Uniti potessero vincere la gara con la Cina. In effetti, anche Attivissimo fa notare che la capsula Starship, con i suoi 50 m di altezza, pare un po’ sovradimensionata per portare due astronauti sulla Luna nel corso di una delle prossime missioni Artemis e, quasi certamente, nel primo allunaggio la Nasa sceglierà una soluzione “commerciale” più semplice. Tanto SpaceX che Blue Origin hanno proposto moduli di allunaggio che possono utilizzare lanciatori già disponibili e questo ha aperto un’altra gara tra Elon Musk e Jeff Bezos che rischia di complicare la corsa ad ostacoli della Nasa.
Già, perché ci sono altri componenti fondamentali per lo sbarco sulla Luna che non sono ancora pronti.
Le tute per permettere agli astronauti di camminare sulla Luna hanno avuto una storia lunga, complessa e costosa. Si tratta di piccole astronavi che devono permettere agli umani di vivere e lavorare nell’ambiente più ostile che si possa immaginare. Le tute devono essere pressurizzate e, visto che fuori c’è il vuoto, la differenza di pressione le rende rigide. La sfida è costruire uno scafandro protettivo ma abbastanza elastico per permettere i movimenti senza richiedere troppo sforzo agli astronauti. Dopo molti infruttuosi tentativi, la Nasa ha deciso di comperare tute “commerciali”. La scelta è caduta sul modello proposto da Axiom, che si è rivolta a Prada in un’inedita collaborazione basata sull’esperienza della casa italiana nei materiali compositi dotati di straordinarie caratteristiche di leggerezza, resistenza e flessibilità.
Pur griffati Prada, i prototipi delle tute non hanno ancora superato tutti i test richiesti dalla Nasa e stiamo parlando degli indumenti più costosi e più tecnologici della storia che devono essere confezionati su misura e richiedono mesi di lavoro. La necessità di avere tute su misura testimonia il cambiamento più significativo tra Apollo e Artemis. Mentre gli astronauti Apollo erano tutti maschi la generazione Artemis è composta anche da donne.






