LO STUDIO È STATO PUBBLICATO SULLA RIVISTA ANTIQUITY

Stonehenge era un calendario solare?

Da tempo gli studiosi sospettano che Stonehenge incorpori una sorta di calendario neolitico, anche se il suo funzionamento rimane ancora un mistero. In un recente articolo, Timothy Darvill sostiene che la numerologia dei sarsen materializzi un calendario perpetuo basato su un anno tropico di 365.25 giorni. Con un commento dell'archeoastronomo Giulio Magli del Politecnico di Milano

     04/03/2022
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Crediti: Timothy Darvill/Antiquity

Situata nella Gran Bretagna meridionale, a lungo si è pensato che Stonehenge incorporasse una sorta di calendario, sebbene il suo scopo specifico e il modo esatto in cui funzionasse rimangono tutt’altro che chiari. Ora una nuova ricerca condotta da Timothy Darvill della Bournemouth University, pubblicata sulla rivista Antiquity, suggerisce che il sito potrebbe essere stato progettato come un calendario solare.

Una revisione della sequenza di sviluppo di Stonehenge, pubblicata nel 2012 sulla stessa rivista, ha mostrato che le tre strutture sarsen – il Trilito a ferro di cavallo, il Circolo Sarsen e il rettangolo delle Station Stone – sono state installate tra il 2620 e il 2480 a.C. e che le pietre che le compongono provengono dalla stessa zona, le Marlborough Downs. Quindi, devono essere servite a uno scopo ben preciso, operando come una singola unità.

Secondo Darvill, i sarsen che costituiscono Stonehenge potrebbero rappresentare i “mattoni” di un calendario basato sui 365.25 giorni solari in un anno tropico medio. Nel suo studio, l’autore suggerisce come avrebbe potuto funzionare un tale sistema di calcolo del tempo e affronta la questione delle sue origini e del suo sviluppo.

Ma prima di arrivare all’interpretazione dell’autore, vediamo la geometria delle tre strutture principali.

La struttura visivamente più prominente a Stonehenge è l’anello di 30 sarsen verticali, collegati nella parte superiore da 30 (presunti) architravi, pietre orizzontali che scaricano il loro peso su quelle verticali. I montanti sono convenzionalmente numerati da S(tone)1 a S30 in senso orario, partendo da nord-est. Diciassette dei montanti sono ancora in piedi nelle loro posizioni originali, sette sono presenti ma caduti e sei mancano. Sei architravi rimangono nella loro posizione originale, in cima ai loro montanti di supporto, due giacciono a terra e 22 mancano all’appello. Si pensa che un tempo fossero presenti tutti gli architravi.

Stonehenge, vista da nord-est. Crediti: T. Darvill

La spaziatura dei sarsen è abbastanza regolare, ma il divario tra S1 e S30 a nord-est è superiore alla media, 1.38 metri, suggerendo che si trattasse di una sorta di ingresso; poiché manca la S15, è difficile valutare se vi fosse un divario altrettanto ampio a sud-ovest. La maggior parte dei montanti sono uniformi per forma e dimensioni: la larghezza standard è di circa 1.9 metri, misurata a 1.5 metri dal livello del suolo. Spiccano però due montanti: S11 nel settore sud-orientale è notevolmente più stretto, con una larghezza di 1.1 metri, e anche più sottile e più corto della maggior parte delle pietre verticali; S21 nel settore occidentale appare completo ma è più stretto, a 1.5 metri di larghezza, e più sottile della media.

Istogramma che mostra la spaziatura e la dimensione delle pietre che formano il Cerchio dei Sarsen. Crediti: T. Darvill

L’autore ha riportato in un istogramma le larghezze dei monoliti e degli spazi vuoti tra le pietre lungo tutta la circonferenza del Circolo Sarsen. In questo istogramma Darvill ha visto una regolarità: procedendo in senso orario a partire da S1, sembrano esserci tre gruppi distinti di dieci montanti: S1–10, S11–20 e S21–30. Ogni gruppo è preceduto da un divario leggermente più ampio, con S11 e S21 che si distinguono per le loro dimensioni ridotte.

All’interno del Circolo Sarsen ci sono cinque triliti disposti a forma di ferro di cavallo aperto a nord-est. Il trilito sud-occidentale (composto dai montanti S55 e S56, e dall’architrave S156) è il più alto e il più grande; gli altri si riducono in altezza verso nord-est.

Triliti S53 e S54, con l’architrave S154, vista verso l’esterno dall’interno della struttura a ferro di cavallo. Crediti: T. Darvill

Al di fuori del Circolo Sarsen si ipotizza vi fossero quattro pietre disposte ai vertici di un rettangolo, chiamate Station Stone, più piccole di tutte le altre. Solo due sono effettivamente presenti: S91 all’angolo nord-est e S93 all’angolo sud-ovest, sebbene siano presenti gli incavi vuoti in corrispondenza delle posizioni degli altri due (S92 e S94). Insieme, queste quattro pietre definiscono un rettangolo che misura 80 per 30 metri. Le linee che rappresentano i due lati lunghi passerebbero vicino alle facce esterne delle pietre S1/S30 e S15/S16 sulla circonferenza esterna del Circolo Sarsen.

Nell’architettura di tutti e tre gli elementi sarsen c’è un unico asse astronomico coerente: una linea orientata da nord-est a sud-ovest. Questa linea unisce i punti dell’orizzonte dove il Sole sorge durante il solstizio d’estate a nord-est e dove tramonta durante il solstizio d’inverno a sud-ovest. Questo è l’unico grande allineamento nell’architettura di Stonehenge. L’asse principale passa attraverso l’ingresso del Circolo Sarsen, tra S1 e S30 sul lato nord-est, e tra S15 e S16 sul lato sud-ovest. Il ferro di cavallo è simmetrico rispetto a questo asse. I due lati corti del rettangolo delle Station Stone sono paralleli all’asse principale, anche se spostati a nord-ovest e a sud-est. L’asse principale è indicato anche da due pietre posizionate esternamente al Circolo Sarsen: la Heel Stone (S96) e la sua compagna, scomparsa (S97).

«Il chiaro allineamento solstiziale di Stonehenge ha spinto le persone a suggerire che il sito includesse una sorta di calendario sin dai tempi dell’antiquario William Stukeley», afferma Darvill. «Ora, le scoperte hanno messo a fuoco la questione e indicano che il sito è un calendario basato su un anno solare tropicale di 365.25 giorni».

Riassunto del modo in cui la numerologia degli elementi sarsen a Stonehenge si combina per creare un calendario solare perpetuo. Gli elementi non sarsen sono stati omessi per chiarezza. Crediti: V. Constant

Darvill ha studiato queste pietre, confrontandole con altri calendari conosciuti dello stesso periodo. Nella loro disposizione ha identificato un calendario solare, suggerendo che servisse come rappresentazione fisica dell’anno che aiutava gli antichi abitanti del Wiltshire a tenere traccia dei giorni, delle settimane e dei mesi. «Il calendario proposto funziona in modo molto semplice. Ciascuna delle 30 pietre nel cerchio dei sarsen rappresenta un giorno all’interno di un mese, diviso a sua volta in tre settimane ciascuna di 10 giorni», spiega Darvill, osservando che le pietre distintive individuate dall’istogramma potrebbero indicare l’inizio di ogni settimana.

Quindi 30 pietre disposte simmetricamente rispetto a un asse individuato dai due solstizi. Ogni pietra, secondo l’autore, rappresenta un giorno di un mese composto da 30 giorni. Tra un solstizio e l’altro trascorrono sei mesi, quindi l’anno per chiudere il cerchio di pietre sarebbe di 360 giorni. Ai 12 mesi di 30 giorni era quindi necessario aggiungere in qualche modo cinque giorni (giorni epagomeni, aggiunti per avvicinare la durata dell’anno del calendario a quella dell’anno solare) e un anno bisestile ogni quattro anni. Secondo l’interpretazione di Darvill, il mese intercalare di cinque giorni, probabilmente dedicato alle divinità del sito, è rappresentato dai cinque triliti al centro del cerchio. Le quattro Station Stone al di fuori del Circolo Sarsen potrebbero essere una sorta di marcatore temporale per inserire un sesto giorno al mese intercalare di cinque giorni. Tuttavia non sono evidenti, all’interno del Circolo Sarsen, pietre che identificano i 12 mesi.

Questa è l’interpretazione che l’autore ha dato alle strutture sarsen presenti a Stonehenge. Darvill non si ferma a ipotizzare il funzionamento del presunto calendario ma si spinge a intravvedere possibili connessioni culturali. Calendari come questo – di settimane di dieci giorni e mesi extra – furono adottati da molte culture durante questo periodo: «Un tale calendario solare è stato sviluppato nel Mediterraneo orientale nei secoli successivi al 3000 a.C. ed è stato adottato in Egitto come calendario civile intorno al 2700 e ampiamente utilizzato all’inizio dell’Antico Regno intorno al 2600 a.C.», spiega. Ciò solleva la possibilità che il calendario tracciato da Stonehenge possa derivare dall’influenza di una di queste culture. Darvill spera che future ricerche possano far luce su queste possibilità. «Trovare un calendario solare rappresentato nell’architettura di Stonehenge apre un modo completamente nuovo di vedere il monumento come un luogo per i vivi. Un luogo in cui i tempi delle cerimonie e delle feste erano collegati al tessuto stesso dell’universo e dei movimenti celesti», conclude.

C’è chi però non è convinto della validità dell’interpretazione proposta dallo studio di Darvill, come l’archeoastronomo Giulio Magli del Politecnico di Milano, astrofisico specializzato nello studio delle relazioni tra l’architettura delle antiche civiltà e la disposizione della volta celeste, al quale ci siamo rivolti per un commento. «Succede a volte che anche gli scienziati (e le riviste) più seri vengano tentati dalla “numerologia”. Questo è esattamente il caso di questo articolo che, oltre a proporre una sorta di ispirazione totalmente fuori luogo del presunto “calendario solare” di Stonehenge da quello egizio, costruisce il calendario medesimo individuando arbitrariamente il numero delle pietre del cerchio (30) come i presunti giorni di 12 ipotetici mesi, da aggiungere a cinque triliti per ottenere 365, da aggiungere all’orientamento (questo sì veritiero) del monumento al solstizio d’inverno per decidere quando aggiungere un ulteriore giorno. Peccato che il numero fondamentale, il 12, non compaia e che sia quasi impossibile utilizzare un allineamento megalitico per stabilire con grande precisione il giorno del solstizio. L’archeoastronomia sta diventando sempre di più una scienza fondata su basi rigorose e questi exploit, purtroppo, non le fanno bene».

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