MOLTISSIMI GLI SCIENZIATI CHE SE NE VANNO, POCHISSIMI QUELLI CHE ARRIVANO

Ricerca scientifica: l’anomalia italiana

Oggi, giovedì 15 aprile, si celebra la Giornata della ricerca italiana nel mondo con una maratona online, dalle 10 alle 20:30, ricca d’interventi. Accanto ai successi certo da celebrare ci sono però anche cifre stabilmente preoccupanti sulla scarsa attrattività del nostro paese nei confronti di ricercatrici e ricercatori. Vediamole insieme soffermandoci su alcuni dati dello European Research Council

     15/04/2021
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Erc Starting (in alto) e Consolidator (in basso) grants 2020: Nationality vs. Country of host institution (cliccare per ingrandire). L’Italia è cerchiata in rosso, il Regno Unito in verde. Fonte: erc.europa.eu. Elaborazione dati e grafica: M. Malaspina/Media Inaf

Si celebra oggi – mercoledì 15 aprile, data di nascita di Leonardo da Vinci – la Giornata della ricerca italiana nel mondoistituita nel 2018 per valorizzare il lavoro e i risultati delle nostre ricercatrici e dei nostri ricercatori ovunque si trovino. Per l’occasione, il Festival delle scienze di Roma ha organizzato una diretta streaming non stop dalle 10:00 alle 20:30, una vera e propria maratona online con 16 incontri, 55 relatori, 3 ministeri e 14 partner scientifici – fra i quali anche l’Istituto nazionale di astrofisica – che potrete seguire sulla pagina Facebook del festival o sul canale YouTube dell’Auditorium di Roma.

Una giornata, dicevamo, per valorizzare il lavoro delle ricercatrici e dei ricercatori italiani ovunque si trovino. E dove si trovano? Molti, moltissimi, sono all’estero. Quanto a scienziati “ovunque nel mondo” il nostro paese non è secondo a nessuno. Il che da una parte è sicuramente un fatto positivo e motivo d’orgoglio, noi stessi su Media Inaf diamo ampio spazio ai frequenti e importanti successi delle astronome e degli astronomi italiani all’estero. È però anche un dato che nasconde un lato oscuro: l’Italia sembra incapace di attrarre ricercatori dall’estero – italiani o stranieri che siano. Gli italiani se ne vanno volentieri e sono accolti a braccia aperte ovunque approdino, gli stranieri ben si guardano dal venire nelle nostre università e nei nostri enti. Al punto che, a fianco della Giornata della ricerca italiana nel mondo, vien da pensare che forse sarebbe opportuno istituire anche una giornata per celebrare gli impavidi quanto rari ricercatori stranieri che hanno scelto l’Italia. È un fatto purtroppo arcinoto, ma in occasione di una giornata come questa è opportuno ricordarlo, fornendo qualche cifra su cui riflettere.

«Dal 2008 al 2019 si possono stimare circa 14 mila persone che hanno conseguito un dottorato di ricerca in Italia, dove erano residenti prima dell’immatricolazione all’università, e che sono emigrate permanentemente all’estero. Stima peraltro prudente, che non considera i laureati che erano già andati all’estero per conseguire il dottorato e hanno proseguito lì la carriera», si legge in un recente report del Centro studi e ricerche Idos, finanziato dal Ministero degli Esteri per quantificare l’emorragia di laureati con dottorato. Un’emorragia ben rappresentata dalle statistiche pubblicate annualmente dallo European Research Council sulla nazionalità dei vincitori e sui paesi di destinazione degli Starting e dei Consolidator grants. Un campione ridotto e ultra-selezionato, certo, ma assai significativo per illustrare in tutta la sua drammaticità il fenomeno. Un campione dal quale l’anomalia italiana emerge in modo prorompente.

Consideriamo i primi due grafici, quelli qui sopra in apertura. Si riferiscono agli Erc Starting grants (per giovani scienziati promettenti, pannello in alto) e Consolidator grants (per ricercatori già con almeno sette anni di esperienza alle spalle dopo il dottorato, pannello in basso) assegnati nel 2020. In entrambi in casi, persone che dopo aver superato una durissima selezione hanno ottenuto un generoso finanziamento – spesso attorno ai due milioni di euro, più che sufficiente a garantirsi per alcuni anni non solo la piena autonomia ma anche la possibilità di formarsi un proprio team di ricerca. Nonché la libertà di decidere in quale istituzione (europea) svolgere il proprio programma.

Dal 2016 al 2020, i maggiori paesi “esportatori” (in rosso) e “importatori” (in verde) di vincitori di Erc Grants (cliccare per ingrandire). Fonte: erc.europa.eu. Elaborazione dati e grafica: M. Malaspina/Media Inaf

Ovvio che tutti i paesi facciano a gara per accaparrarseli, i vincitori di questi grants: portano denaro, portano risultati scientifici e portano, soprattutto, posti di lavoro altamente qualificati. Il sogno di ogni università o ente di ricerca. Nei due pannelli del grafico in apertura, dicevamo, abbiamo collocato ogni paese in base a quanti vincitori sono di quella nazionalità (in ordinata) e a quanti lo hanno scelto come destinazione (in ascissa). Semplificando brutalmente: quanti ne ha prodotti vs. quanti ne ha attratti. I paesi più “equilibrati”, diciamo, dunque quelli per i quali il numero di ricercatori in entrata è simile al numero di quelli in uscita, si troveranno dentro, o vicino, alla fascia diagonale bianca. Se un paese ha più ricercatori in ingresso che in uscita si troverà invece nell’area verde, nel caso contrario nell’area rossa. I paesi anomali sono quelli che si discostano maggiormente dalla diagonale bianca. Da una parte, sprofondato nel verde, il Regno Unito, che nel 2020 ha avuto, per esempio, 24 vincitori di Consolidator grants ma le cui istituzioni sono state scelte da ben 50 fra ricercatrici e ricercatori – piazzandosi così in cima ai paesi “importatori di cervelli”. All’estremo opposto l’Italia, con ben 47 vincitori (al primo posto in assoluto per nazionalità, con 23 ricercatrici e 24 ricercatori) dei quali però solo 17 (ottavo posto, alla pari con Israele) hanno scelto un’istituzione italiana per svolgere il loro progetto. Detto altrimenti: il Regno Unito ne ha guadagnati 26, noi ne abbiamo persi 30.

E non è certo un’eccezione, questa del 2020. I cinque grafici qui a fianco rappresentano – nell’arco di cinque anni, dal 2016 al 2020 – una sorta di “bilancia commerciale dei cervelli”: dunque la differenza, per ogni paese, fra numero di vincitori per nazionalità e per destinazione scelta. Se è molto negativa (colore verde) si è grandi “importatori” (o forti attrattori), se invece è molto positiva (colore rosso) si è grandi “esportatori” (o forti respingitori…). La maggior parte dei paesi, com’è fisiologico, si sposta un po’, nel corso degli anni, da una parte e dall’altra. Alcuni invece – Paesi Bassi, Svizzera e soprattutto Regno Unito – si mantengono saldamente in area verde, dunque acquisiscono molti più vincitori di quelli che cedono. Altri infine – Portogallo, Grecia e, in modo abnorme, l’Italia – sono invece inchiodati in area rossa: vuoi perché sfornano moltissimi vincitori, vuoi perché pochissimi scelgono di andare proprio lì a svolgere le proprie ricerche, vuoi per tutte e due le cose insieme. Comunque sia, l’Italia non ha mai abbandonato il “primo posto” – e le virgolette sono d’obbligo, visto che non è un primato molto ambito, anzi – e con ampio distacco dai secondi.

Sono dati che ci ritroviamo a commentare ogni anno, quasi sempre in tono agrodolce, mitigando il disappunto per la poca attrattività del nostro paese con la malcelata esaltazione della terra che sforna geni grazie – chissà – al suo eccelso sistema formativo o a qualche altra non meglio comprovata ragione. Eccellenza che viene però in buona parte ridimensionata andando a guardare non i vincitori per nazionalità in numero assoluto bensì in rapporto al numero di abitanti.

Vincitori di Erc grants 2002 per nazionalità per milione di abitanti (cliccare per ingrandire). Fonte: erc.europa.eu. Elaborazione dati e grafica: M. Malaspina/Media Inaf

È ciò che abbiamo fatto con i grafici qui a fianco – limitandoci, di nuovo, ai dati del 2020. In questo caso non si nota alcuna anomalia italiana: la prima posizione è saldamente in mano a Israele, mentre il nostro paese si colloca più o meno a metà classifica, sia per gli Starting che per i Consolidator grants. A riprova del fatto – se mai ci fosse bisogno di sottolinearlo – che le ricercatrici e i ricercatori di nazionalità italiana che hanno vinto ci sono riusciti soprattutto perché sono stati bravi loro, e non grazie a qualche non meglio definita eccellenza italiana.

Rientrata nella norma la presunta anomalia della genialità, rimane invece quella della preoccupante incapacità del nostro paese di trattenere o richiamare i vincitori italiani e, soprattutto, di attrarre quelli stranieri. Le ragioni le ripetiamo da anni e sono sempre le stesse. Recentemente la ha ben riassunte Fabio Turone in un articolo pubblicato su Nature Italy il mese scorso: scarse prospettive di carriera, mancata trasparenza nelle assunzioni e basse retribuzioni. Un cocktail micidiale con il quale occorrerà prima o poi fare seriamente i conti se, come auspicato il mese scorso dalla ministra della Ricerca e dell’Università Maria Cristina Messa, l’Italia vuole dotarsi delle “almeno 50mila ricercatrici e ricercatori che le servirebbero per adeguarsi alla media europea”.

Per consultare le statistiche sui grants dello European Research Council:

Guarda su MediaInaf Tv l’intervista alle tre astronome italiane vincitrici nel 2020 di uno Erc Consolidator Grant: