EDITO DA CODICE, IN LIBRERIA DAL 24 MARZO

I Discorsi di Galileo riscritti nell’italiano di oggi

Completato e dato alle stampe alla fine dei suoi anni, in prigionia, con la vista sempre più compromessa, è il capolavoro scientifico di Galileo Galilei. Ora fruibile senza difficoltà da chiunque sia curioso di conoscere quest'opera fondamentale della storia del pensiero scientifico grazie al profondo lavoro di traduzione e attualizzazione curato dal fisico Alessandro De Angelis, che abbiamo intervistato

     24/03/2021
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Alessandro De Angelis, Discorsi e dimostrazioni di Galileo Galilei per il lettore moderno, Codice Edizioni, 2021, 320 pagine, 25 euro

Esce nelle librerie oggi, mercoledì 24 marzo, un’edizione in italiano contemporaneo del grande capolavoro scientifico di Galileo Galilei: i Discorsi. Edita da Codice con prefazione di Telmo Pievani e postfazione di Ugo Amaldi, la nuova opera – il titolo completo è Discorsi e dimostrazioni matematiche intorno a due nuove scienze, di Galileo Galilei, per il lettore moderno – è firmata da Alessandro De Angelis, docente di fisica sperimentale nelle università di Padova e Lisbona con la passione per la storia e la filosofia della fisica.

Scritto negli anni più bui della vita del grande scienziato, i Discorsi è un volume che ha segnato per sempre il metodo scientifico e la storia del pensiero, ma che ai più capita di incrociare solo di sfuggita – quando va bene – nelle pagine dell’antologia delle scuole superiori, messo in ombra da best seller galileiani più celebri quali Il Saggiatore o il Dialogo sopra i due massimi sistemi. Riproposto oggi, grazie anche al lavoro iconografico eccezionale – ci tiene a ricordare De Angelis – compiuto dai tecnici della Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze, in un linguaggio comprensibile a tutti, potrà finalmente essere fruito senza difficoltà da studenti e lettori curiosi.

Professor De Angelis, perché tradurre in italiano un libro che era già scritto in italiano?

«In realtà è scritto in parte anche in latino. Nella finzione dei Discorsi, infatti, i tre protagonisti – Simplicio, Salviati e Sagredo – s’incontrano per commentare un testo in latino d’un accademico padovano. E paradossalmente, rispetto al latino, ho trovato più difficile tradurre la parte in italiano. Il latino di Galileo è un po’ come l’inglese scritto di noi ricercatori: tendiamo a semplificare, a costruire frasi lineari, soggetto, predicato e complemento. In italiano, invece, scriveva periodi complicatissimi. Dunque un motivo per tradurlo è stato proprio che il suo italiano è oggi difficile da capire».

C’è qualche passaggio che è stato più ostico di altri, da rendere in italiano contemporaneo?

«Più che ostici, ho trovato davvero difficile tradurre i passi molto poetici. Ne ricordo uno su come le vibrazioni sonore entrano nell’animo e diventano musica, per esempio. Ecco, mi son detto, e questo come lo rendo? A volte sono state invece la tortuosità della struttura e i periodi lunghissimi a mettermi un po’ in difficoltà. Anche perché Galileo sapeva usare molto bene tutte le caratteristiche dell’italiano».

Discorsi e dimostrazioni matematiche intorno a due nuove scienze, è il titolo. A proposito di traduzione: oggi come le chiameremmo, quelle due nuove scienze?

«Sono la scienza delle costruzioni e la meccanica».

Ora però non più nuove. Perché dovremmo studiarle su un testo che ha quasi quattro secoli?

«Be’, prendiamo la meccanica, la cinematica. La cosa sorprendente è che si studiano ancora oggi nello stesso modo in cui le presenta Galileo. Dunque è interessante vedere come è arrivato a esporle in quel modo. Per quanto riguarda poi la scienza delle costruzioni, nei Discorsi ci si imbatte in quesiti e immagini di grande immediatezza. Il ragionamento sul fattore di scala, per esempio: perché gli esseri piccoli sono proporzionalmente più robusti di quelli grandi? Perché i gatti possono cadere indenni da altezze superiori a quelle consentite ai cavalli, si chiede Galileo? E le formiche? Ma soprattutto è sorprendente il continuo ricorso alla geometria laddove oggi useremmo l’algebra. Galileo non usa formule, non scrive F=ma. Lui interseca coni con piani… In questo senso è difficilissimo da leggere, io ho impiegato tre anni».

E descrive anche con grande minuzia numerosi esperimenti… Ce n’è qualcuno che, come fisico sperimentale, l’ha particolarmente colpita?

«A parte i più noti, come per esempio quello della misura della velocità della luce con i due amici e le lanterne, a me piace moltissimo quello sul peso dell’aria. All’epoca alcuni pensavano che l’aria avesse peso, altri che non ne avesse e altri ancora che fosse dotata di una levità: una caratteristica di “non peso” che toglie peso agli oggetti. Allora Galileo escogita un esperimento geniale: prima comprime l’aria con dell’acqua, dentro a un fiasco, poi la toglie. E riesce con questo sistema ad aumentare la densità dell’aria e pesarla. Ci riesce, ed è anche una buona misura, tra l’altro».

Lasciamo per un instante da parte gli aspetti scientifici e veniamo ai meriti letterari. Rispetto al Dialogo non è meno brillante? Anche lì abbiamo gli stessi tre personaggi – Simplicio, Salviati e Sagredo – ma c’è più teatralità, no?

«Dipende. Prendiamo Simplicio, appunto. Secondo me nel Dialogo è un po’ macchiettizzato, mentre nei Discorsi è un professore sì aristotelico ma con aspetti di cultura notevoli. Nell’ultima giornata, addirittura, Simplicio non può essere presente e viene rimpiazzato da un altro personaggio, Aproino, estremamente colto – era un altro allievo di Galileo. Volendo fare un’analogia, se il Dialogo è tipo l’Inferno di Dante, con personaggi caratterizzati in modo molto deciso, le prime quattro giornate dei Discorsi sono una via di mezzo – il Purgatorio – e nell’ultima parte arriviamo al Paradiso, con i tre protagonisti che si contemplano, entrano quasi in una fase di mutua adorazione, nel senso che nessuno ha obiezioni sugli altri e tutti propongono considerazioni valide».

Alessandro De Angelis, qui a Padova con il nuovo volume appena uscito in libreria, è docente di fisica sperimentale nelle università di Padova e Lisbona. Dopo aver lavorato al Cern di Ginevra negli anni Novanta, tornato in Italia è stato tra i protagonisti della progettazione di due tra i più importanti telescopi per l’esplorazione delle sorgenti di radiazione cosmica. Affianca alla passione per la ricerca fondamentale quella per la storia e la filosofia della fisica. Ha pubblicato due monografie per Springer e numerosi articoli sulle più importanti riviste di settore, tra cui “Science” e “Nature”, e su riviste divulgative

Chi sono i Simplicio del ventunesimo secolo?

«Eh, Simplicio è un personaggio interessante. Parecchie fra le persone che arrivano molto in alto, nel sistema democratico – o apparentemente democratico – che c’è adesso,  hanno le caratteristiche di Simplicio: non devono essere dei liberi pensatori, ma latori dell’opinione dominante. E in un certo senso anche oggi l’atteggiamento di Simplicio è premiato. Lo è stato fino al medioevo, poi per tre o quattrocento anni ha avuto meno successo, ma al giorno d’oggi Simplicio è di nuovo un vincente».

Un populista?

«Potremmo dire un populista, sì. Senz’altro un vincente».

I Discorsi, come stesura, risalgono a un momento molto difficile per l’ultrasettantenne Galileo: oltre a essere recluso – seppur in una prigione dorata quale la villa “Il Gioiello” – in quegli anni sta progressivamente perdendo la vista…

«Sì, e si nota, soprattutto nell’ultima parte del libro. Si vede chiaramente che le figure delle prime giornate sono opera sua – disegnava benissimo – mentre verso la fine sono disegnate dai suoi allievi. E l’ultima delle giornate in cui è divisa l’opera non riesce nemmeno a terminarla. La consegna all’editore così, con un’appendice monca».

Pensando al passaggio dall’astronomia del Dialogo alla fisica dei Discorsi le chiedo: Galileo era più astronomo o più fisico? E perché? Può essere che abbia scritto i Discorsi nell’ultima fase della sua vita, dopo la condanna della Chiesa, non tanto per scelta quanto perché non poteva scrivere altro?

«Dunque, ho avuto modo di approfondire bene la biografia di Galileo – sto anche per pubblicare un romanzo sulla sua vita, molto argomentato e documentato, in uscita a giorni per Castelvecchi – e mi sono convinto di questo: lui già all’inizio della sua carriera stava scrivendo i Discorsi. Poi nel 1608 gli arrivano i primi disegni del telescopio, forse anche un prototipo, e a quel punto, essendo una persona curiosissima, per di più uno sperimentale, si affeziona allo strumento. E per vent’anni l’astronomia lo prende al punto che non riesce a far altro. Se leggete le sue lettere si capisce benissimo: una volta che ha un telescopio funzionante non riesce più a staccarsene. Il primo esemplare lo riteneva “una coglioneria”, poi però, man mano che lo perfeziona, comincia a vedere le guglie del Santo, e da lì non si stacca più da quest’oggetto. Così gli viene naturale passare alla cosmologia, quindi al Dialogo. Certamente è vero che non poteva più occuparsi di cosmologia negli ultimi anni della sua vita, ma non è che i Discorsi siano un ripiego: quello alla fisica – che comunque è presente anche nel Dialogo – è più un ritorno».

Dunque vi sarebbe tornato anche se non ci fosse stata la Chiesa a costringerlo?

«Penso di sì, perché sulla cosmologia non poteva più fare tanto: all’epoca era osservativa, e non riuscendo più a vedere bene…».

Provo a ricapitolare: è nato come un fisico, poi l’infatuazione per l’astronomia quando ha avuto il suo telescopio, lo ha perfezionato, e alla fine è tornato alle origini, alla fisica sperimentale. Non trova che ci sia qualche affinità anche con la sua, di carriera? Prima per anni al Cern, poi un lungo periodo dedicato a progettare e perfezionare telescopi – spaziali come quello della Nasa Fermi e da terra come i due Magic alle Canarie – e oggi ordinario di Fisica sperimentale all’Università di Padova…

«Eh, in effetti… speriamo che non mi condannino!»