NELLA NEBULOSA DI ORIONE COME NEL METEORITE ALLENDE

C’è un po’ la nostra storia, attorno a quella stella

Una ricerca condotta da un team di astronomi, utilizzando le osservazioni di Alma, in Cile, ha permesso di tracciare per la prima volta la distribuzione di monossido di alluminio attorno alla giovane stella massiccia Orion Source I. Lo studio, pubblicato su The Astrophysical Journal Letters, è guidato da ricercatori dell'università di Tokyo

     14/05/2019

Inclusioni bianche di calcio e alluminio (calcium and aluminum-rich inclusions CAI), la materia solida più vecchia del sistema solare. Crediti: Rohan Mehra – Division for Strategic Pubblic Relations

L’impronta chimica di monossido di alluminio – una sostanza analoga a quella presente nelle inclusioni ritrovate nei meteoriti fossili come il meteorite Allende – è stata rilevata nel disco circumstellare della giovane stella massiccia Orion Source I. È questo il risultato di una ricerca, pubblicata su Astrophysical Journal Letters, condotta utilizzando le osservazioni dell’array di antenne di Alma, in Cile.

Una delle domande che da sempre gli astronomi si sono posti è quale sia l’origine del Sistema solare. La risposta a queste domande passa sia dallo studio di piccoli corpi celesti, come i meteoriti, che da quello di grandi oggetti celesti, come le stelle e le nebulose.

Le rocce spaziali, di qualsiasi tipo esse siano, sono di grande interesse per gli astronomi poiché possono rimanere praticamente invariate dai tempi in cui il Sole e i pianeti si sono formati, costituendo – di fatto – dei veri e propri fossili astronomici. Custodiscono segreti vecchi di miliardi anni. Svelarli significa comprendere quali fossero le condizioni nelle fasi iniziali della formazione del Sistema solare. Una roccia extraterrestre fra le più studiate è il meteorite Allende, caduto sulla Terra nel 1969. Una roccia molto scura contenente inclusioni bianche, sparse, di calcio e alluminio, chiamate anche con l’acronimo CAI (da calcium and aluminum-rich inclusionsCAI), che si ritiene siano stati tra i primi oggetti solidi che si formarono nel Sistema solare.

Studiare giovani stelle simili alle nostre è un altro modo per approfondire i dettagli circa l’evoluzione del Sistema solare. La risposta è nelle stelle, si potrebbe dire. E Orion Source I – una giovane stella massiccia situata a 1.500 anni luce da noi – è una di queste. Una stella che, stando ai ritrovamenti effettuati nei suoi dintorni (è di pochi mesi fa la scoperta di cloruro di sodio e cloruro di potassio nel suo disco protoplanetario: ne abbiamo parlato qui), possiamo considerare una vera e propria miniera. Miniera che il team di scienziati guidato da Shogo Tachibana, dell’università di Tokyo, ha studiato analizzando, appunto, i dati dell’Atacama Large Millimeter/submillimetre Array, Alma.

La nebulosa di Orione. La grande nube molecolare dove risiede la giovane stella massiccia Orion Source I. Crediti: Nasa, Esa, M. Roberto (Space Telescope Science Institute/Esa) and Hubble Space Telescope Orion Treasury Project Team

«Non essendoci macchine del tempo per esplorare il nostro passato, volevamo osservare una giovane stella che potesse condividere alcuni tratti con la nostra. Non è esattamente identica al Sole, ma è un buon inizio» dice Tachibana, primo autore dell’articolo che descrive la scoperta.

Dall’analisi dei dati raccolti con Alma sono emerse le righe di emissione del monossido di alluminio in uscita dal disco rotante di gas caldo della stella – il disco circumstellare. Ma non è tutto. I ricercatori, infatti, sono riusciti anche a tracciare la distribuzione spaziale del composto attorno alla stella. Una distribuzione limitata a una precisa regione di quest’ultima. Un risultato, quest’ultimo, che suggerisce la presenza di una molecola inizialmente in forma gassosa che si è successivamente e rapidamente condensata in grani solidi, simili appunto a quelli ritrovati sotto forma di inclusioni anche nel meteorite Allende.

«Questi risultati», conclude Tachibana, «ci permettono di porre vincoli più stretti  sulle ipotesi che descrivono la nostra evoluzione stellare. Ma c’è ancora molto lavoro da fare».

 

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